di
Marta Serafini
Tra i tank che hanno combattuto la guerra del Golfo e militari che non fanno una licenza da due anni
DALLA NOSTRA INVIATA
FRONTE DI ZAPORIZHZHIA – Sul comodino, due barattoli di integratori e una bomba a mano. La neve si è sciolta da poco e il campo base degli incursori della 225esima è ancora immerso nel fango ma la temperatura sta salendo. «Abbiamo respinto gli assalti del nemico per tutto l’inverno. Ne abbiamo uccisi in media 20/30 al giorno».
Butta il fucile per terra Anton. E si toglie il giubbetto anti-proiettile. Ha 22 anni e il fisico di un lottatore pronto a spezzarti un braccio solo con lo sguardo. Sta preparando lo zaino per il corso di addestramento da testa di cuoio. «I russi sono degli sfigati, hanno i giubbetti anti-proiettile talmente pesanti con le piastre di ferro che quando li attacchiamo se li tolgono per scappare. E poi non hanno rispetto di sé stessi. Molti di loro non sanno nemmeno perché e dove stanno combattendo».
Anton è volontario. Sopra la branda ha appeso la bandiera americana e la scritta God Bless America. La testa, ancora quella di un ragazzo che crede forte e giusto siano sinonimi.
Il suo comandante, Serhii, è poco più grande. Passa a salutare. Si accende la sigaretta elettronica e racconta: «Per giorni i russi hanno provato a infiltrarsi sul fronte di Huliapole. Ma ci siamo difesi». Spiega che ora usano nuove tattiche. «Entrano in gruppi di tre o quattro carichi di munizioni e razioni. Noi li chiamiamo i soldati usa e getta: i comandanti sanno che li uccideremo. Poi arrivano gli altri che raccolgono tutto e vanno avanti, magari piantano una bandiera per pochi secondi solo per mandare il video a Mosca buono solo per la propaganda. Ma sono mesi che di corpi speciali russi sul fronte non ne vediamo, hanno finito gli uomini migliori e non riescono a tenere i territori che conquistano».

Tra i prigionieri, la lista degli stranieri si allunga. «Africani qui non ne abbiamo ancora visti. Ma nel Kursk era pieno». Una cosa però i russi la sanno fare bene. «La loro divisione di dronisti, la Rubikon, ci ha dato filo da torcere. Noi siamo più forti. Ma i loro piloti sono bravi, purtroppo, e sanno usare bene la fibra ottica».
Fronte sud est, il fronte dimenticato, quello che ha fatto la differenza. Secondo gli esperti, sebbene i combattimenti più intensi si concentrino nel Donbass, il suo destino è cruciale. È qui, nella regione che la Russia rivendica dopo i referendum farsa illegali del 2022, che la città di Zaporizhzhia, polo industriale e logistico di 700.000 abitanti, ora rischia la testa.
Un azzardo che potrebbe ribaltare il tavolo negoziale a favore di Mosca.
Lo sa il generale Sirsky, il capo di stato maggiore ucraino. Lo sa il presidente Zelensky. Lo sa Putin. Ma lo capisce Trump? E se ne rendono davvero conto gli europei mentre litigano e mentre il presidente ungherese Viktor Orbán tiene tutti bloccati?

La strada che parte da Zaporizhzhia è costellata da case distrutte e villaggi fantasma. La sagoma della Zaporizhstal, una delle acciaierie più grandi di Europa, si prende mezzo orizzonte mentre il fumo nero copre il sole dell’alba. È il fumo della fabbrica. Due giorni fa alla stessa ora era il fumo di un grad, un missile caduto contro il centro logistico della posta. E ormai a Zaporizhzhia chi dorme più. «C’è un’aria strana. Tanti movimenti di soldati in città. Io ho paura», ci racconta un amico.
Qualche chilometro più a sud est, in direzione di Huliapole, il vice sergente Anton è al telefono vicino al suo Bradley, tank statunitense di cui tanto si è discusso ai tavoli diplomatici. «Quando ce lo hanno portato nel 2023 era color sabbia. Questo bestione ha fatto la Guerra del Golfo. Aveva ancora attaccate le patch degli americani. Lo abbiamo dovuto ridipingere e riadattare al terreno ucraino». Da quando c’è Trump alla Casa Bianca però le cose sono cambiate. «Rischiamo che ce lo richieda indietro», scherza Anton. Ma non troppo. «L’anno scorso ce ne sono arrivati 10, 3 erano inutilizzabili. E se non ci danno nuovi rifornimenti non so come riusciremo a tenere il fronte, questa primavera».
Per la prima volta dal 2022 – ha detto Zelensky – l’Ucraina ha liberato più territorio di quanto ne abbia perso, grazie a una serie di operazioni di contrattacco sul fronte meridionale. Il presidente in persona si è congratulato con gli uomini per essere riusciti a sopravvivere all’inverno peggiore degli ultimi dieci anni. E per aver resistito. Ma non solo. A febbraio, le forze ucraine hanno effettivamente condotto operazioni di contrattacco nella zona in cui il confine orientale dell’oblast di Zaporizhzhia incontra la vicina Dnipropetrovsk, area in cui le forze russe sono entrate per la prima volta alla fine dell’estate.
Nonostante i successi, l’umore della squadra di Anton non è alle stelle. Nessuno degli uomini fa una licenza da oltre un anno. «E chi lo difende il fronte se ce ne andiamo? Speriamo per Pasqua». Anton e i suoi sono scampati alla morte così tante volte che non se lo ricordano nemmeno più. «Come quella volta che eravamo in 16 su un blindato che al massimo ne porta 9, c’erano feriti, sangue dappertutto», dicono mentre lo sguardo un po’ si accende. Mostrano le ferite del carro come se fossero le loro. «Guardi qui, proiettili frammentati, questa una mina. Ma questo carro ci ha salvato decine di volte», raccontano mentre le sigarette finiscono in bocca una dopo l’altra.

Anton ha 37 anni, non ha una famiglia. Spera un giorno di farsene una. «La mia ragazza è anche lei nell’esercito. Lavora in amministrazione». Prima della guerra faceva il muratore e aveva un’auto che aveva ribattezzato Dobby come il personaggio di Harry Potter. Poi l’hanno richiamato, e ora comanda la squadra di uomini e il «suo» Bradley.
È vice sergente ma presto dovrebbe passare di grado. «Spero mi porti fortuna e che arrivi la telefonata, la sto aspettando proprio ora».
Kiev ha inviato sul fronte sud Est unità delle sue forze d’assalto e le migliori brigate come la 225esima: grandi reparti specializzati in operazioni offensive al diretto comando del generale Sirsky. È qui che arriva il flusso maggiore di uomini mobilitati.
Nella maggior parte dei casi, è vero che questi reggimenti d’assalto sono riusciti a stabilizzare le linee ucraine, ma in alcune aree, come il villaggio di Ternuvate, le forze russe sono riuscite a infiltrarsi dietro le linee ucraine, a trincerarsi e, così facendo, ad ampliare la già vasta zona grigia contesa.
All’orizzonte, le matasse di filo spinato si srotolano lungo le trincee di difesa. Vengono tutte dalla Polonia, arrivano al fronte via treno. Poi squadre di civili le sistemano, così come montano le reti anti drone che ormai proteggono tutte le strade del fronte. «Sono uomini che accettano di lavorare in cambio dell’esenzione della leva», spiega Oleksey, press officer della 225esima. I campi che un tempo erano granaio dell’Europa sono ormai una distesa infinita di denti di drago e fortificazioni.
Preme lo zar alle porte del Vecchio continente. E preme ancora più forte mentre il mondo è distratto.

«Miniamo ogni giorno». Roman è un geniere. Ha 38 anni, prima della guerra faceva il mobiliere. È stato richiamato. L’anno scorso Kiev e tutti gli stati europei che confinano con la Russia sono usciti dalle convenzioni anti mine data la necessità di proteggere i loro confini. Roman ha le mani grandi e sporche di grasso. Non si toglie nemmeno il giubbetto e inizia a raccontare: «Noi usiamo le Ozem-72, mine anti uomo a frammentazione. Ma non basta. I loro soldati sono così tanti, ne mandano così tanti a morire qui. I russi sono come gli zombie. E noi siamo stanchi di uccidere zombie».
21 marzo 2026 ( modifica il 21 marzo 2026 | 15:48)
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