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Redazione Economia
Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs scrivono alla Commissione Attività produttive della Camera: consumi stagnanti nonostante le aperture festive. «Peggiorata la vita dei lavoratori»
I sindacati del commercio tornano a chiedere al Parlamento di mettere mano alla normativa sugli orari dei negozi, riaprendo il dossier sulle aperture domenicali e festive che da oltre un decennio divide politica, imprese e lavoratori. Con una lettera inviata al presidente della Commissione Attività produttive della Camera, Alberto Luigi Gusmeroli, le tre principali sigle del settore – Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs – sollecitano la calendarizzazione delle proposte di legge che puntano a regolamentare nuovamente gli orari del commercio e a limitare le aperture nei giorni festivi. Nella richiesta è incluso anche l’avvio di un confronto strutturato con le organizzazioni sindacali.
Milioni di lavoratori
Il tema riguarda milioni di lavoratori della distribuzione commerciale, alle prese – secondo i sindacati – con gli effetti della liberalizzazione introdotta nel 2011 che ha consentito ai negozi di restare aperti 365 giorni l’anno, con turnazioni estese e in alcuni casi aperture continuative 24 ore su 24. Secondo le tre federazioni, però, la promessa che accompagnava la liberalizzazione – più consumi, più occupazione e maggiore competitività – non si è mai realizzata. I dati sui consumi delle famiglie mostrano infatti una crescita molto debole nell’ultimo decennio. Secondo le rilevazioni dell’Istat, la spesa media mensile di una famiglia italiana è passata da circa 2.561 euro nel 2019 a circa 2.755 euro nel 2024, con un aumento nominale del 7,6%. Nello stesso periodo, però, l’inflazione è salita del 18,5%, erodendo il potere d’acquisto e trasformando l’aumento della spesa in una riduzione dei consumi reali. Anche negli anni più recenti il quadro resta fragile: nel 2023 la spesa delle famiglie è cresciuta del 3,9% in valori correnti ma è diminuita dell’1,8% in termini reali, proprio a causa della corsa dei prezzi.
La liberalizzazione ha peggiorato la conciliazione vita-lavoro
In altre parole, nonostante la liberalizzazione degli orari commerciali e le aperture domenicali diffuse, la spesa complessiva delle famiglie non ha registrato un vero salto strutturale: i consumi sono rimasti sostanzialmente stagnanti e, più che aumentare, si sono spesso redistribuiti nel corso della settimana. Nel frattempo, evidenziano le organizzazioni dei lavoratori, sono cresciuti i turni e i carichi organizzativi, con ricadute pesanti sull’equilibrio tra vita privata e lavoro. «Il peggioramento della conciliazione vita-lavoro è stata la conseguenza più evidente», si legge nella lettera, dove si sottolinea anche che l’allungamento degli orari non ha prodotto né nuova occupazione stabile né significativi miglioramenti salariali. Anche sul fronte delle imprese, secondo i sindacati, la liberalizzazione ha generato un effetto paradossale: molti esercizi commerciali si sentono obbligati ad aprire nei festivi e la domenica per non perdere quote di mercato, con un aumento dei costi che non si traduce necessariamente in maggiori ricavi.
Il confronto parlamentare
Negli anni scorsi il tema è tornato più volte nell’agenda politica, con diverse proposte di legge per limitare le aperture festive e restituire ai territori la possibilità di programmare quelle domenicali. Tuttavia, ricordano Filcams, Fisascat e Uiltucs, nessuna iniziativa è mai arrivata fino all’approvazione finale. Per questo le tre sigle chiedono ora di riaprire con decisione il confronto parlamentare, superando il modello di liberalizzazione totale e introducendo una nuova disciplina degli orari commerciali che riduca le aperture festive e riporti una parte delle decisioni a livello locale.
21 marzo 2026 ( modifica il 21 marzo 2026 | 15:14)
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