Al MarteS il confronto tra due maestri lombardi tra Seicento e Settecento
Quando i margini entrano al centro della scena e l’arte smette di abbellire il mondo

Un uomo piccolo, lo sguardo fermo, il corpo esposto senza filtri: non è un fenomeno da osservare, ma una presenza da riconoscere. Nella pittura tra Seicento e Settecento, figure così smettono di essere comparse e diventano protagoniste.

Quando e perché l’arte ha iniziato a guardare davvero chi stava ai margini? La rivoluzione, iniziale, fu di Caravaggio. Gli spettatori furono sorpresi anche se il romanzo picaresco aveva orientato i gusti verso il povero-furbo, il finto cieco, la zingara che leggeva la mano, sfilando gli anelli.

La rivoluzione caravaggesca fu concettualmente sostenuta dal pensiero realista della Controriforma. La realtà non andava modificata. L’aveva proclamato San Carlo Borromeo. Così, già a partire da allora, il vero-scomodo e il vero-pittoresco iniziarono ad affacciarsi soprattutto nella pittura lombarda. Il lombardissimo Caravaggio, a Roma, fece scuola, con lo sguardo acuto e violento. Arrivarono poi caravaggeschi e bamboccianti, che presero modelli da Caravaggio. Cantavano osterie e bische, malfattori e zingari., meretrici e cavalieri con la piuma sul cappello. Letteratura e teatro divertivano i nobili con questi siparietti di simpatiche canaglie. Commedia dell’arte, già commedia all’italiana, un poco. Questo spiega perchè questi soggetti entrarono nella pittura e nell’immaginario collettivo. Questo spiega perchè nobili e borghesi, negli studioli, o nei corridoio appendevano quadri di zingare, meretrici, vagabondi.

Ma bisogna attendere la rivolluzone del tardo Seicento e degli inizi del Settecento per osservare un nuovo sguardo – di alleanza – verso i poveri. L’Europa era invasa da mendicanti. Il corso della storia doveva essere cambiato. Dovevano essere aperti ospizi; centri educativi, strutture sociali. I poveri furono osservati, evangelicamente. Per la classe nobile, l’ esercizio e la gestione della carità e la gestione dei centri di rieducazione furono occasioni insostituibili per rinnovare il proprio ruolo egemonico, in un’epica battaglia contro la povertà.. Divennero un po’ radical chic. E poi c’erano da gestire consistenti lasciti. E farli rendere. Fu una crociata silenziosa.

Tra Lombardia e Veneto avviene così una svolta estetica e concettuale altrettanto silenziosa: nei quadri compaiono meno mendicanti furbi e ladri, e più popolani onesti e dignitosi, con i volti segnati dalla fatica. Non è solo un cambio di soggetti, ma di sguardo. Nani e vecchi mendicanti buoni, piccoli lavoratori che portano ceste al mercato, ragazze povere che imparano a leggere, a scrivere. Gente aiutata e redenta. E’ l’etica – ambigua – del lavoro, come dice Bernardelli Curuz, a sostituirsi al modello del picaro nullafacente. La scena, allora, viene concessa agli emarginati che vogliono salvarsi, attraverso l’impegno, o agli anziani che devono essere oggetto di pietà e tolti dalla strada.. O alle bambine che, nei collegi dei poveri, studiano e imparano a filare e a cucire. Si apre anche il lucroso filone dell’assistenza, del politicamente corretto.

Interessantissima, a questo riguardo, è la mostra “Il Vero-Simile. Bellotti e Ceruti: pittura di realtà a confronto”, curata da Stefano Lusardi con Serena Goldoni e Alessia Mazzacani, è stata aperta al MarteS Museo d’Arte Sorlini di Calvagese della Riviera (Brescia), che può essere visitata dal 21 marzo al 28 giugno 2026.

Pietro Bellotti, Vecchia popolana, 1680-1690 circa, cm 117×89, Calvagese della Riviera, MarteS Museo d’Arte Sorlini

Una svolta silenziosa nella storia dell’arte

Quando la realtà entra in scena senza essere abbellita

Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, come dicevamo, la pittura europea vive un passaggio discreto ma decisivo. Accanto alle grandi pale d’altare, ai ritratti aristocratici e alle scene mitologiche, iniziano ad affermarsi immagini di vita quotidiana: poveri, mendicanti, lavoratori, anziani. Non è un cambiamento imposto, ma una lenta trasformazione dello sguardo. Alcuni artisti scelgono di rappresentare ciò che esiste davvero, senza idealizzazione e senza filtri, portando sulla tela la concretezza della vita. È in questo contesto che nasce quella che oggi definiamo “pittura di realtà”, una corrente che non cerca il bello ideale, ma la verità delle cose.

Bellotti e Ceruti: due biografie, due linguaggi

Dal Seicento materico al Settecento introspettivo

Pietro Bellotti nasce probabilmente a Volciano intorno al 1625 e muore a Gargnano nel 1700. La sua formazione avviene in un ambiente ancora profondamente segnato dal naturalismo seicentesco, dove il riferimento a Caravaggio e ai suoi seguaci è ancora vivo. Bellotti sviluppa una pittura robusta, fatta di toni scuri e terrosi, in cui le figure emergono con forza quasi scultorea. I suoi personaggi — popolani, anziani, figure isolate — sono colti nella loro fisicità concreta, senza abbellimenti. Opere come i Popolani all’aperto mostrano scene di grande intensità, in cui la realtà appare diretta, a tratti persino aspra. La differenza tra lui e Ceruti? Forse Belotti indulge, in diversi casi, verso una verità ancora grottesca e misteriosa, mentre il Pitocchetto si pone sulla linea chiara del realismo pre-illuminista. Dell’avanguardia cattolica. Ma in fondo Bellotti muore – fisicamente, intendiamo – quando Pitocchetto nasce. Quindi i due si collocano in una continuità temporale che consente, grazie alla mostra di Lusardi, di osservare persistenze e mutamenti.

Pietro Bellotti, Autoritratto in veste di Riso, 1658, Firenze, Gallerie degli Uffizi © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi

Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto, nasce a Milano nel 1698 e muore nel 1767. Lavora tra Lombardia e Veneto, ma è soprattutto a Brescia, tra il 1725 e il 1733, che realizza le sue opere più celebri. Il suo stile è diverso: la tavolozza si schiarisce, le composizioni si fanno più equilibrate, e soprattutto emerge una forte attenzione alla dimensione psicologica. Nei suoi dipinti, i mendicanti e i poveri non sono solo corpi, ma individui con una presenza interiore evidente. Il cosiddetto “Ciclo dei pitocchi” rappresenta uno dei momenti più alti di questa ricerca.

Giacomo Ceruti, Autoritratto, 1737, Olio su tela, cm 64.7×46.8, Abano Terme, Museo Villa Bassi Rathgeb

Autoritratti a confronto: chi è davvero l’artista?

Tra affermazione sociale e scelta di semplicità

Il dialogo tra Bellotti e Ceruti si apre con un confronto diretto tra i loro autoritratti, che rivela molto più di una semplice differenza stilistica. Bellotti si rappresenta con abiti eleganti e un’espressione intensa, quasi a voler affermare il ruolo dell’artista come figura colta e riconosciuta socialmente. Ceruti, invece, sceglie una via opposta: si ritrae senza simboli, con uno sguardo misurato e un’apparenza semplice, che lo avvicina ai soggetti che dipinge. Due immagini che riflettono due modi diversi di intendere il rapporto tra arte e società.

Figure ai margini che diventano protagoniste

Dai “Popolani all’aperto” al misterioso nano

Il cuore della mostra è rappresentato dal confronto tra alcune opere di grande forza visiva. I Popolani all’aperto di Bellotti, recentemente restituiti alla sua produzione, colpiscono per la dimensione monumentale e per la crudezza della scena: i personaggi occupano lo spazio senza mediazioni, imponendo la loro presenza. Accanto a questa opera, il Nano di Ceruti introduce una figura che nella tradizione pittorica era spesso relegata a elemento secondario o curiosità. Qui, invece, diventa protagonista assoluto. Il suo sguardo diretto stabilisce un rapporto immediato con chi osserva.

Questo tema trova un ulteriore sviluppo nella Vecchia popolana di Bellotti, un dipinto rientrato in Italia nel 2025 dopo essere stato a lungo attribuito a Velázquez. La presenza di una figura riconducibile al nanismo crea un ponte ideale tra i due artisti e richiama la grande tradizione spagnola del Seicento, dove la rappresentazione dei “diversi” aveva già assunto una profondità inedita.

Una nuova idea di dignità

Osservare senza giudicare

Ciò che rende questi dipinti ancora oggi così attuali è il loro modo di guardare l’essere umano. Le figure dei poveri sono semplicemente presenti, osservate con attenzione e restituite con rispetto. È una pittura che non giudica, ma riconosce. In questo senso, anticipa una sensibilità moderna, in cui ogni individuo — indipendentemente dalla condizione sociale — diventa degno di essere rappresentato.

Giacomo Ceruti, Nano, 1725-1730, cm 130×180, Brescia, collezione privata

Il MarteS e la ricerca sul territorio

Un museo che costruisce conoscenza

La mostra si inserisce nel percorso della Fondazione Luciano Sorlini, da anni impegnata nella valorizzazione della pittura lombarda e nel dialogo con il contesto veneto. Accanto all’esposizione, è prevista una giornata di studi il 16 maggio 2026, in collaborazione con le Gallerie dell’Accademia di Venezia, e prosegue il progetto PCTO dedicato agli studenti e alla figura di Bellotti. Un’attività che conferma il ruolo del MarteS non solo come spazio espositivo, ma come centro di ricerca e divulgazione.

Box informazioni mostra

Il Vero-Simile. Bellotti e Ceruti: pittura di realtà a confronto
📍 MarteS Museo d’Arte Sorlini, Calvagese della Riviera (BS)
📅 21 marzo – 28 giugno 2026
👤 A cura di Stefano Lusardi
🤝 Con Serena Goldoni e Alessia Mazzacani

📞 +39 030 5787631
🌐 museomartes.com
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