di
Diana Cavalcoli
Secondo Mark Dixon, ceo di Iwg, società specializzata nello sviluppo di spazi di lavoro flessibili, non si tratta di una tendenza temporanea, ma di un cambio di paradigma destinato a ridefinire la geografia del lavoro
Dalla rivincita delle città di medie dimensioni al superamento del concetto di ufficio nel centro città. Il mercato dei coworking e degli uffici in Italia sta attraversando una trasformazione strutturale, che va ben oltre il semplice passaggio allo smart working. Secondo Mark Dixon, ceo e fondatore di Iwg, società specializzata nello sviluppo di spazi di lavoro flessibili, non si tratta di una tendenza temporanea, ma di un cambio di paradigma destinato a ridefinire la geografia del lavoro.
Al centro di questa evoluzione c’è un’esigenza sempre più chiara da parte delle aziende: diventare più flessibili e meno capital intensive. «Negli ultimi anni — spiega — abbiamo visto come invece di investire in sedi tradizionali con costi elevati di affitto, allestimento e gestione le imprese stiano preferendo soluzioni “ready-to-use”, spazi già operativi e distribuiti sul territorio». È un modello che, nelle parole di Dixon, sta diventando “sempre più popolare a livello globale”, e che trova in Italia uno dei mercati a più alta crescita.
La vera discontinuità, però, riguarda il concetto stesso di ufficio. Non più un luogo unico e centrale, ma una rete diffusa. È quello che Iwg definisce il passaggio dal “ritorno in ufficio” al “ritorno in più uffici”: imprese che permettono ai dipendenti di lavorare da una molteplicità di sedi, spesso più vicine a casa. In Italia, questo significa una crescita del coworking ad esempio in città come Parma, Piacenza Bari o Palermo, seguendo una logica più capillare.
I lavoratori lasciano la città
«Questo cambiamento è particolarmente evidente in Italia, dove città come Milano restano sì poli attrattivi ma sempre più costosi e congestionati. Il risultato è un progressivo decentramento: i lavoratori si spostano verso aree suburbane o città di medie dimensioni, mentre le aziende seguono questa dispersione aprendo o utilizzando spazi flessibili sul territorio», aggiunge. Non a caso Iwg, che è presente in 120 Paesi, nel 2025 in Italia ha aperto circa 30 centri tra Torino, Novara, Parma, Piacenza, San Donà di Piave, Verona, Treviso e nelle isole a Cagliari e Palermo. Mentre su Milano si sono studiate soluzioni inedite come l’apertura del primo spazio di lavoro flessibile nel Paese progettato all’interno dell’outlet Scalo Milano. Per il 2026 il trend è confermato con nuove aperture previste a Forlì, Casalecchio, Fiumicino e Catania.
Secondo Dixon, è proprio la nuova geografia del lavoro uno dei principali driver della domanda. Il coworking non serve più solo freelance o startup, ma diventa uno strumento strategico per le grandi aziende, che possono assumere talenti ovunque e offrire loro spazi di lavoro locali, riducendo al contempo i costi operativi. Il lavoro ibrido, infatti, è destinato a diventare strutturale: già oggi milioni di lavoratori operano da remoto o in modalità mista.
Cosa cerca chi investe e il tema Ai
Parallelamente, sta cambiando anche il lato dell’offerta. «Investitori immobiliari, fondi e proprietari – spiega – stanno progressivamente trasformando gli asset da semplici metri quadrati in servizi. Non più solo uffici da affittare, ma spazi gestiti, flessibili e integrati in reti globali». Questo modello consente, secondo il manager, rendimenti significativamente superiori rispetto alla locazione tradizionale, spingendo sempre più operatori a convertirsi.
Un altro elemento chiave è la tecnologia. Il lavoro distribuito non sarebbe possibile senza cloud, videoconferenze e, sempre più, intelligenza artificiale. «Quest’ultima sta accelerando ulteriormente il cambiamento: migliora la produttività, automatizza attività a basso valore e rende più efficiente la gestione di team distribuiti. La utilizziamo anche all’interno ad esempio per valutare l’opportunità o meno di costruire un ufficio o un coworking in una determinata area», aggiunge.
Tra i trend emerge poi una dimensione culturale e generazionale. Le nuove generazioni sono meno legate all’ufficio tradizionale e più orientate alla flessibilità, mentre cresce la domanda di un miglior equilibrio tra vita e lavoro. «Questo si traduce in una minore disponibilità al pendolarismo quotidiano e in una preferenza per soluzioni di lavoro locali. Il lavoratore oggi sogna due cose: un cultura aziendale flessibile e la comodità di poter raggiungere l’ufficio a piedi», conclude.
22 marzo 2026
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