Ansa

Più tardi, dal sito di Downing Street si è appreso che il numero di Paesi disposti a partecipare a una missione nello Stretto, che comunque inizierebbe soltanto dopo la tregua, è salito da sei a 22: in squadra ci sono Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Giappone, Canada, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Danimarca, Lettonia, Lituania, Estonia, Slovenia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. La coalizione ha chiesto a Teheran «di cessare immediatamente le sue minacce, la posa delle mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale», oltre che di «conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite», la quale condanna le interferenze con la libertà di solcare i mari come una «minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale».

È la risposta degli alleati «ingrati» agli appelli di Trump, che nella serata di venerdì aveva accennato alla possibilità di «ridurre» l’impegno bellico. Forse una tattica per allentare un po’ la pressione sui mercati; forse la spia di un disagio che serpeggia alla Casa Bianca e che ne tradisce il desiderio di smarcarsi in fretta dalla campagna a rimorchio degli israeliani, decisi invece ad andare avanti a oltranza.

Da parte iraniana, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha detto di essere pronto ad accogliere «ogni iniziativa che possa portare questa guerra a una totale conclusione». Bocciata, invece, l’idea di un semplice cessate il fuoco. Sembra di rileggere il copione recitato dai russi in Ucraina. Il punto è che, paradossalmente, il regime sciita ha più carte in mano: non ha molto da perdere in confronto a Washington e, finché è in grado di resistere e di sfruttare la leva del petrolio e del gas, sa di avere un formidabile strumento a propria disposizione. Al premier indiano, Narendra Modi, che gli ha «ribadito l’importanza di salvaguardare la libertà di navigazione», il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha quindi risposto dettando le sue condizioni: «Cessazione immediata dell’aggressione» e garanzia che simili attacchi non si ripetano in futuro.

Nel frattempo, a Hormuz c’è chi si arrangia da sé. È il caso di citare l’effetto sorpresa, su cui ha scherzato Trump nello Studio ovale, alla presenza di un’imbarazzata Sanae Takaichi: «Perché il Giappone non mi ha detto di Pearl Harbor?». Lo stesso Araghchi, infatti, ha confermato all’emittente nipponica Kyodo che, in seguito all’avvio di colloqui diplomatici, l’Iran consentirà il transito delle imbarcazioni battenti bandiera del Sol Levante.

Per Tokyo, è un accordo vitale: il 70% delle spedizioni di petrolio di cui ha bisogno passa proprio per lo Stretto. Non si conoscono i termini dell’intesa e, in particolare, non si sa se il Giappone abbia imitato la soluzione cinese: pagare un pedaggio. Il ministro Araghchi ha giurato che basterà «contattare» le autorità iraniane e concordare i dettagli logistici. Una dichiarazione coerente con la versione dei mullah, secondo cui il braccio di mare rimane aperto a tutti meno che ai belligeranti e a chi li aiuta.

Potrebbe essere invece legato alla sospensione delle sanzioni sul greggio iraniano, varata dagli Usa per permettere l’immissione sul mercato di nuove scorte e, dunque, per favorire un’auspicabile riduzione dei prezzi, l’operazione di carico di 4 milioni di barili, a bordo di una superpetroliera Vlcc, condotta sull’isola di Kharg. Quella che Trump medita di invadere, oppure di cingere d’assedio, così come pare voglia impadronirsi delle riserve di materiale nucleare accumulate dalla Repubblica islamica. L’agenzia stampa Tasnim, affiliata ai pasdaran, ha scritto che se davvero i Marines provassero a sbarcare sull’atollo, si innescherebbe una reazione «senza precedenti», con ripercussioni anche sul Mar Rosso e sull’altro Stretto strategico, quello di Bab al-Mandeb. Gli Huthi avevano già avvisato l’Occidente: «Abbiamo il dito sul grilletto».

Sarebbe un motivo in più per chiudere in fretta le ostilità. Non stupisce che il presidente della Camera statunitense, il repubblicano Mike Johnson, abbia detto che la «missione originaria» è «ormai praticamente compiuta» e che basterà «riportare un po’ di calma» a Hormuz per dichiarare vittoria.

Axios, ieri sera, ha svelato che l’amministrazione Trump ha iniziato a pianificare i negoziati con l’Iran, le cui richieste vengono valutate dai soliti Jared Kushner e Steve Witkoff. L’intesa dovrebbe limitare il programma atomico di Teheran, interrompere il suo sostegno ai ribelli yemeniti, a Hezbollah e ad Hamas e portare alla sospirata riapertura di Hormuz. Per ora, saremmo allo stadio di trattative indirette. E il tempo non è dalla parte dell’America.

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Il comando americano: «Abbiamo deteriorato le capacità nemiche nello Stretto». Si allarga la coalizione per una futura missione, il Giappone già tratta con l’Iran un passaggio. I pasdaran minacciano il Mar Rosso. «Axios»: «Washington studia un negoziato».Somigliano a uno sforzo di riconciliazione le ultime mosse degli Stati Uniti e dei loro alleati per sbloccare lo Stretto di Hormuz. Ieri, l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom, il Comando centrale Usa, ha dichiarato che i raid americani su infrastrutture sotterranee, razzi antinave e sistemi radar e d’intelligence nemici hanno «degradato» le capacità degli iraniani di ostacolare il traffico commerciale in quelle acque: «La loro Marina non è operativa, i caccia tattici non volano e hanno perso la facoltà di lanciare missili e droni ai ritmi osservati all’inizio del conflitto». Una comunicazione a suo modo incoraggiante, nelle ore in cui si è appreso che un regime che dovrebbe essere alle corde ha scagliato due testate balistiche a 4.000 chilometri di distanza, verso la base di Diego Garcia. Chissà se è stato quell’annuncio – usando l’espressione di Donald Trump – a «svegliare» i partner, dentro e fuori la Nato. Più tardi, dal sito di Downing Street si è appreso che il numero di Paesi disposti a partecipare a una missione nello Stretto, che comunque inizierebbe soltanto dopo la tregua, è salito da sei a 22: in squadra ci sono Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Giappone, Canada, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Danimarca, Lettonia, Lituania, Estonia, Slovenia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. La coalizione ha chiesto a Teheran «di cessare immediatamente le sue minacce, la posa delle mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale», oltre che di «conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite», la quale condanna le interferenze con la libertà di solcare i mari come una «minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale». È la risposta degli alleati «ingrati» agli appelli di Trump, che nella serata di venerdì aveva accennato alla possibilità di «ridurre» l’impegno bellico. Forse una tattica per allentare un po’ la pressione sui mercati; forse la spia di un disagio che serpeggia alla Casa Bianca e che ne tradisce il desiderio di smarcarsi in fretta dalla campagna a rimorchio degli israeliani, decisi invece ad andare avanti a oltranza. Da parte iraniana, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha detto di essere pronto ad accogliere «ogni iniziativa che possa portare questa guerra a una totale conclusione». Bocciata, invece, l’idea di un semplice cessate il fuoco. Sembra di rileggere il copione recitato dai russi in Ucraina. Il punto è che, paradossalmente, il regime sciita ha più carte in mano: non ha molto da perdere in confronto a Washington e, finché è in grado di resistere e di sfruttare la leva del petrolio e del gas, sa di avere un formidabile strumento a propria disposizione. Al premier indiano, Narendra Modi, che gli ha «ribadito l’importanza di salvaguardare la libertà di navigazione», il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha quindi risposto dettando le sue condizioni: «Cessazione immediata dell’aggressione» e garanzia che simili attacchi non si ripetano in futuro.Nel frattempo, a Hormuz c’è chi si arrangia da sé. È il caso di citare l’effetto sorpresa, su cui ha scherzato Trump nello Studio ovale, alla presenza di un’imbarazzata Sanae Takaichi: «Perché il Giappone non mi ha detto di Pearl Harbor?». Lo stesso Araghchi, infatti, ha confermato all’emittente nipponica Kyodo che, in seguito all’avvio di colloqui diplomatici, l’Iran consentirà il transito delle imbarcazioni battenti bandiera del Sol Levante. Per Tokyo, è un accordo vitale: il 70% delle spedizioni di petrolio di cui ha bisogno passa proprio per lo Stretto. Non si conoscono i termini dell’intesa e, in particolare, non si sa se il Giappone abbia imitato la soluzione cinese: pagare un pedaggio. Il ministro Araghchi ha giurato che basterà «contattare» le autorità iraniane e concordare i dettagli logistici. Una dichiarazione coerente con la versione dei mullah, secondo cui il braccio di mare rimane aperto a tutti meno che ai belligeranti e a chi li aiuta. Potrebbe essere invece legato alla sospensione delle sanzioni sul greggio iraniano, varata dagli Usa per permettere l’immissione sul mercato di nuove scorte e, dunque, per favorire un’auspicabile riduzione dei prezzi, l’operazione di carico di 4 milioni di barili, a bordo di una superpetroliera Vlcc, condotta sull’isola di Kharg. Quella che Trump medita di invadere, oppure di cingere d’assedio, così come pare voglia impadronirsi delle riserve di materiale nucleare accumulate dalla Repubblica islamica. L’agenzia stampa Tasnim, affiliata ai pasdaran, ha scritto che se davvero i Marines provassero a sbarcare sull’atollo, si innescherebbe una reazione «senza precedenti», con ripercussioni anche sul Mar Rosso e sull’altro Stretto strategico, quello di Bab al-Mandeb. Gli Huthi avevano già avvisato l’Occidente: «Abbiamo il dito sul grilletto».Sarebbe un motivo in più per chiudere in fretta le ostilità. Non stupisce che il presidente della Camera statunitense, il repubblicano Mike Johnson, abbia detto che la «missione originaria» è «ormai praticamente compiuta» e che basterà «riportare un po’ di calma» a Hormuz per dichiarare vittoria. Axios, ieri sera, ha svelato che l’amministrazione Trump ha iniziato a pianificare i negoziati con l’Iran, le cui richieste vengono valutate dai soliti Jared Kushner e Steve Witkoff. L’intesa dovrebbe limitare il programma atomico di Teheran, interrompere il suo sostegno ai ribelli yemeniti, a Hezbollah e ad Hamas e portare alla sospirata riapertura di Hormuz. Per ora, saremmo allo stadio di trattative indirette. E il tempo non è dalla parte dell’America.

Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast con Fedez e Mr. Marra (Getty Images)

Li ha raccolti Domenico Giordano – political data analyst di Arcadiacom.it e consigliere nazionale di AssoComPol, l’Associazione italiana di comunicazione politica -, il quale spiega alla Verità: «Il contatore complessivo delle interazioni, da lunedì 16 a sabato 21, fa segnare al momento 9.3 milioni di reaction. A questo dato, occorre sommare poi le visualizzazioni della puntata e quelle ottenute dai reel di sezionamento del contenuto originario pubblicati sia dall’account ufficiale del format che da Giorgia Meloni».

Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tenere mente a che i video postati sugli account Instagram e Youtube di Pulp podcast segnano attualmente 13.2 milioni, mentre quelli incassati dagli account ufficiali della premier (che passano da Instagram a Linkedin) sono 18.4 milioni in totale, di cui 9.3 milioni arrivano dall’account Instagram e 6.1 da TikTok.

«Molto spesso ci si domanda quanto l’audience digitale, solo all’apparenza volatile e liquida, converta in termini attenzione e di potenziale consenso rispetto al contenuto», afferma Giordano, che prosegue: «Per dare una risposta a questo interrogativo per nulla marginale, in particolare a ridosso di una polarizzazione elettorale, possiamo utilizzare come metro di misura non tanto i like, il mi piace al video o al carosello, quanto, invece, la crescita delle fanbase. Nel momento in cui scelgo di iniziare a seguire un account e i contenuti che vengono pubblicati, manifesto una comunanza di interessi e di valori». Ancora una volta sono i numeri a parlare e li snocciola Giordano: «L’account Instagram di Meloni ha aumentato negli ultimi 5 giorni i follower di ben 17.000 nuovi iscritti, la pagina Facebook è cresciuta di 8.100 nuovi follower, l’account X di altri 7.900 e Youtube di 2.000. In totale, senza contare gli incrementi registrati Linkedin, Telegram, Whatsapp e TikTok, i nuovi follower di Meloni sono 35.000».

Anche gli account social di Pulp hanno goduto di questo beneficio: «Il canale Instagram ha registrato una crescita di 15.000 nuovi follower. Insisto su Instagram e TikTok, più che su Youtube, perché poi, se andiamo a censire da un punto di vista socio-grafico l’utente che si è ingaggiato in Rete sulla questione, possiamo notare due aspetti molto interessati: è ampia la quota percentuale di utenti donna, in media del 43,72%, che si sono ingaggiate nelle conversazioni online».

A essere ingaggiati, secondo i numeri raccolti da Arcadia, soprattutto i giovani. Il 28% di chi ha usufruito di questi contenuti ha, infatti, meno di 24 anni.

Questi i numeri, nudi e crudi. Giordano nota, poi, come siano «anacronistiche tutte le polemiche che in questi giorni. La piattaformizzazione della nostra quotidianità impone regole, tempi e formati che non puoi fermare con una legge, una norma, come quella ad esempio, del tutto medioevale, del silenzio elettorale». Una piccola (ma nemmeno troppo) rivoluzione nella comunicazione politica: «La partecipazione al podcast è stata in termini di comunicazione molto efficace, in particolare rispetto ad altri media. Con la formula podcast i due driver della polarizzazione social, l’autenticità e l’intimità, sono stati ampiamente valorizzati. Poi, se vogliamo fare una seconda analisi di metacomunicazione, è chiaro che la commistione Fedez+Mr. Marra, che è ontologicamente disruptive, la fai convivere con la percezione istituzionale della politica e la cali nel contesto social no filter, allora è chiaro che hai trovato la formula perfetta dell’audience», conclude Giordano.

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(IStock)

Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.

Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.

Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.

Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.

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Da quando è esploso il conflitto con l’Iran, i titoli di Stato italiani hanno ripreso a muoversi come ai vecchi tempi. Nervosi, suscettibili, pronti a diventare, ancora una volta, l’anello debole dell’eurozona. I rendimenti sono saliti di scatto superando la soglia del 3,9%. Se il picco si consolida il Tesoro dovrà pagare 3,5 miliardi di interessi in più. In un mese, da quando è cominciata la guerra, c’è stata una impennata dei rendimenti del 20,9%. Un indice di paura che non ha eguali fra le grandi economie avanzate, come dimostra la tabella accanto. Lo spread è tornato a farsi notare: 92 punti base. Nulla di drammatico ancora. Ma abbastanza per far drizzare le antenne a chi, negli ultimi anni, si era abituato a considerarlo un rifugio sicuro e ben remunerato. Il punto, però, è che questa volta non è colpa dell’Italia. O almeno non direttamente. Non ci sono manovre sballate, né conti pubblici fuori controllo. Il problema è più sottile e proprio per questo più insidioso: si chiama «carry trade». Un nome elegante per una strategia molto semplice e diffusa.

Funziona così: si prende in prestito denaro a tassi contenuti, e lo si investe in titoli che rendono di più. Come i Btp. Il guadagno è nello spread, nella differenza di rendimento. Finché il mare è calmo, è una macchina da soldi perfetta. Ma appena arriva la tempesta, tutti corrono al salvagente. Esattamente quello che sta succedendo adesso. Spiegano gli strateghi di Natixis che «l’allargamento sembra essere dovuto principalmente alla continua liquidazione delle posizioni di carry trade e all’elevata volatilità, piuttosto che a un deterioramento dei fondamentali». In altre parole, non è l’Italia che va male, sono gli investitori che stanno smontando in fretta e furia le loro scommesse.

Laura Cooper di Nuveen mette il dito nella piaga vera: l’Italia paga la sua maggiore dipendenza energetica. «Il mercato sembra sempre più attento ai rischi derivanti da un’eccessiva concentrazione di posizioni lunghe in Italia, aggravati dalla forte dipendenza del Paese dal petrolio e dal gas». Se il conflitto dovesse durare, il rischio è che crescita e conti pubblici tornino sotto pressione. A quel punto, la narrativa rassicurante degli ultimi anni potrebbe incrinarsi. Intendiamoci: siamo ancora lontani dalle zone rosse. Quattro anni fa lo spread viaggiava sopra i 250 punti. Oggi siamo sotto i 100. Ma i mercati non ragionano per livelli assoluti, bensì per direzione e velocità. E la direzione, in questo momento, non è delle migliori. Anche perché sullo sfondo si muove un altro gigante, molto meno disciplinato dell’Italia e molto meno osservato con sospetto: gli Stati Uniti. Qui i numeri non sono nervosi, sono semplicemente fuori scala. Il debito federale ha superato i 39.000 miliardi di dollari. In otto mesi è aumentato di 2.000 miliardi. Dal 2018 è quasi raddoppiato. E secondo le stime, continuerà a crescere di oltre 2.400 miliardi l’anno, fino a sfondare quota 64.000 miliardi nel 2036.

Il rapporto debito/Pil è al 124%. Un livello che, se appartenesse a un Paese europeo, scatenerebbe editoriali indignati, riunioni straordinarie e probabilmente qualche crisi di governo. Ma siccome si tratta di Washington, tutto scorre. O quasi. Perché ieri il presidente della Fed, Jerome Powell, non ha mancato, ancora una volta, di mettere sotto accusa le scelte di Trump. Lo ha fatto in maniera indiretta citando Paul Volker, mitico capo della Fed negli anni Ottanta che non ebbe paura di sfidare un inquilino della Casa Bianca del calibro di Ronald Reagan stringendo i tassi fino al soffocamento pur di fermare l’inflazione. Allora come oggi a innescarla era stato il petrolio. Perché la verità è che il mercato globale dei titoli di Stato è sempre più interconnesso. E quando il debito americano accelera in modo così vistoso, inevitabilmente influenza anche il resto del mondo. I rendimenti salgono, il costo del denaro cambia, e le strategie diventano improvvisamente molto più rischiose. In questo quadro, l’Italia si ritrova esposta due volte: per la sua struttura economica e per il suo ruolo nei portafogli degli investitori. È un asset che rende di più, e proprio per questo viene comprato e venduto più velocemente. È il solito gioco. Finché funziona, sembra semplice. Quando si inceppa, si scopre quanto fosse fragile. La sensazione, oggi, è che i titoli di Stato siano tornati in guerra. Non solo per effetto delle bombe in Medio Oriente, ma per le tensioni accumulate negli anni. L’Italia, ancora una volta, si ritrova nel posto meno comodo: quello dove i movimenti si vedono prima e si sentono di più.

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