Il drammaturgo Jeremy O. Harris al party di Vanity Fair si è scagliato contro Open AI

NEW YORK – C’è sempre un momento in cui la finzione si affianca alla realtà. Un Play che ho visto off Broadway ieri sera era molto simile nella sostanza a uno scontro post premi Oscar di domenica scorsa tra Sam Altam (OpenAI ChatGpt) e il drammaturgo Jeremy O. Harris, 36 anni, astro nascente del teatro americano, al tradizionale super social party organizzato da Vanity Fair di cui ci hanno riferito tra gli altri il New York Post e Maureen Dowd sul New York Times. Quella storia è gustosa: Jerry, irruente, aggressivo, determinato, attacca Sam per aver venduto l’anima al Pentagono, per aver tradito il valore originario del suo progetto “non profit” e per aver pugnalato alle spalle il suo ex dipendente, ora concorrente, Dario Amodei di Anthropic, che aveva resistito le pressioni del ministro della Guerra Pete Hegseth. Jerry gliele ha scaricate a Sam, una via l’altra, così, senza fare sconti, e mettendogli forte pressione, «dimmi» – «dimmelo» – «perchè hai venduto l’anima al diavolo?». 

Sam prima fa lo gnorri, poi è sulla difensiva. Non se lo aspettava. Anche perchè tutti poco più a Nord di Los Angeles, nella Silicon Valley, lo considerano un dio inavvicinabile. Ma qui, accerchiato da star che ci fanno e ci hanno fatto sognare, Sam appare improvvisamente vulnerabile. Quando Jerry ti urla addosso e hai intorno Al Pacino, Mick Jagger che balla con Jon Batiste, Timothee Chalamet con Kyle Jenner, lei sì dea inavvicinabile – e tutti ti guardano per vedere come rispondi la vita diventa improvvisamente difficile. C’è anche Jane Fonda, sempre bellissima a 88 anni, che sfoggia un cartello «Block the Merger» – manifesta contro gli altri Dei della Tecno-era, Larry e David Ellis che si sono incamerati oltre alla Paramount la Warner Brothers (e tutti dicono che gli andarà malissimo!). Jeff Bezos, altro profeta della tecno-era, che forse potrebbe dargli una mano, è lontano, in un angolo, innamorato e “adolescenziale” a sbaciucchiarsi con la moglie Laureen Sanchez. 



















































Così vediamo Sam in stato d’assedio che cercava di spiegare come da manuale, negando, elaborando, senza reagire, da vero “Pro”. Ma Jerry non mollava la presa, e là vicino c’era Maureen Downd, la celebre Columnist del New York Times che ha raccontato gustosamente, come sa fare lei, l’episodio (uscito anche sul New York Post) infilzando Sam come un pollo allo spiedo. Il termine più gentile? «Subdolo». Le ho chiesto se potevo citarla nelle parti più gustose e mi ha detto di si.

Ma prima veniamo al parallelo tra finzione e realtà di cui vi parlavo in apertura. Al “play”, Data di Matthew Libby, ieri sera, all’Off Broadway Lucille Lortel Theatre su Christopher Street, teatro quasi sempre attivo (Covid et alia permettendo) dal 1926! Il “play” racconta di un giovanissimo coder, Maneesh (Karan Brar) il protagonista, che ha scritto un algoritmo chiave per un progetto di sorveglianza segreto sviluppato da Alex (Justin H. Min) per conto del governo americano. Tema Intelligenza Artificiale. Contorni: l’essere umano travolto dalla macchina; l’etica della lealtà sopraffatta da quella del profitto a qualunque costo. E, nel play, un traditore denuncia ad Alex la resistenza segreta di Maneesh, l’eroe positivo, che, nel nostro tempo, sarebbe Dario Amodei. Il fondatore, il capo supremo, l’idolo, il nostro Sam Altman, lo lusinga. ma Maneesh non scende a compromessi. È poi costretto a cedere il suo algoritmo, ma abbandona, se ne va, solitario in un mondo di belve, preoccupato per i suoi genitori immigrati illegali che potrebbero essere deportati dal suo stesso algoritmo. 

La differenza chiave tra finzione e realtà non è cosa da poco: il geniale Libby ha scritto il suo dramma su rischi problemi e sfide dell’Intelligenza Artificiale 10 anni fa, quando di AI non ne parlava ancora nessuno. E lo ha fatto anticipando temi che dominano oggi le cronache del nostro tempo, come nell’articolo della Dowd su New York Times. È questa la forza di alcuni autori americani che, pur assediati dal rischio che l’AI li sostituisca, riescono con il loro sforzo creativo a tenere le antenne accese senza scendere a compromessi. Perchè, come mi diceva Joshua Steiner, raccontandomi del suo libro scritto con Michael Lyton, From Mistakes to Meaning, «l’artista è definito dalla caratteristica di mantenere intatta la purezza delle sue antenne». Sono le antenne, pure, incontaminate, che gli consentono di percepire, anticipare, coagulare, ansie, paure, evoluzioni che appartengono ancora al futuro del nostro modo di vivere. E non ci sono compromessi: se passi anche per un momento dall’altra parte, le antenne appassiscono. Matthew Libby – e Jerry Harris – non scendono a compromessi e interpretano il loro ruolo di guida morale nelle nostre società confuse e chiaramente minacciate da una nuova tecnologia che potrebbe travolgerci. La coincidenza? Jeremy è stato nominato come finalista al premio Lucille Lorent, l’attrice degli anni Cinquanta alla quale il marito ha voluto dedicare il teatro, comprandolo e cambiandogli il nome del 1926, Hudson Theater. Ed è in questo teatro che Libby ha portato il suo play augurandosi che diventi un’anticamera per Broadway. Il cerchio si chiude. E veniamo alla Dowd che ha poi intervistato Jerry.

Cosa le ha detto? Parole terribili di resistenza. Condite dalla delusione per la passività con cui noi tutti reagiamo a questi cambiamenti radicali.
«Harris – scrive la Dowd – ha detto di aver capito molto tempo fa, vedendo “ciò che OpenAI stava già facendo ai cervelli dei ragazzi, vedendo ragazzi che si suicidavano. Quanto questa tecnologia sia pericolosa. Penso che permettere consapevolmente che una tecnologia pericolosa venga adottata dalla società sia, di per sé, malvagio…e che Altman permetta consapevolmente alla sua tecnologia di essere un agente di violenze globali è un pericolo epocale».

Poi racconta alla Dowd cosa ha detto ad Altman: «Non so come tu possa guardarti tranquillamente allo specchio, sapendo di aver appena consegnato la tua tecnologia a un dipartimento che si autodefinisce Dipartimento della Guerra e che ha appena ucciso 175 persone».
E la Dowd continua «Harris vuole che più persone scuotano le gabbie dei signori della Silicon Valley che, a suo avviso, stanno deformando la società e danneggiando la democrazia. Quando i “nerd spaventosi” si presentano in Prada e Dior – ha detto Harris – e vogliono pavoneggiarsi con la folla alla moda, dovrebbero essere accompagnati all’uscita, non essere autorizzati a mettersi a proprio agio nei luoghi della cultura. Penso che dovrebbero essere tutti ben consapevoli del fatto che questa non è una sala che li vuole». E per chiudere: «Non c’è molto che qualcuno di noi possa fare per cercare di proteggere in questo momento, perché queste persone stanno erodendo le stesse fondamenta su cui poggiamo».

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22 marzo 2026