Gli esperti di Medio Oriente sono colpiti dalla svolta di Al Jazeera: un editoriale autorevole apparso sul suo sito sostiene che l’America e Israele stanno vincendo contro l’Iran. Questo network televisivo è il più importante del mondo, in lingua araba. Ha un’influenza notevole sulle élite e le opinioni pubbliche delle nazioni musulmane. Ha sempre avuto una linea editoriale pro-palestinese, anti-israeliana, e di conseguenza quasi sempre anti-americana. Di proprietà della famiglia reale del Qatar, Al Jazeera viene considerato il «braccio mediatico» dell’emiro Al Thani (il cognome, condiviso da vari membri della famiglia, è lo stesso anche per il primo ministro, il ministro della Difesa e tanti altri). Tutti gli osservatori ritengono che quell’editoriale su Al Jazeera, firmato da un autorevole esperto locale di geopolitica, strategia e dottrine militari, è stato non solo autorizzato ma sollecitato dall’emiro. 

La novità è di rilievo. Il Qatar ha sempre mantenuto una posizione di grande ambiguità, per non dire complicità, verso il regime degli ayatollah in Iran. Anche per ragioni geoeconomiche evidenti: Iran e Qatar condividono praticamente lo stesso giacimento di gas, uno dei più grandi del mondo, e devono trovare un modus vivendi per sfruttarlo. Perciò il Qatar si è sempre destreggiato fra i suoi rapporti con i potentati arabi sunniti del Golfo e il potente vicino sciita; ha ospitato a lungo i capi politici di Hamas, finanziandoli generosamente (peraltro con il beneplacito di Netanyahu, e degli americani fin dai tempi di Obama). A volte la politica estera del Qatar si è avvicinata così tanto all’Iran da scatenare tensioni gravi con i vicini arabi.



















































Perché questa sterzata di Al Jazeera, all’improvviso? La spiegazione sta nella scelta dell’Iran di attaccare militarmente il Qatar, non solo prendendo di mira la base militare americana che ospita (la più grande di tutto il Medio Oriente) ma anche infrastrutture energetiche e zone civili della capitale Doha. Quell’offensiva – così come accade con gli Emirati – sta compattando la coalizione araba a fianco degli Stati Uniti.
La lettura di Al Jazeera è istruttiva. Per non omettere alcun dettaglio ve ne propongo qui la traduzione integrale. Titolo: «La strategia USA-Israele contro l’Iran sta funzionando. Ecco perché». Firmato: Muhanad Seloom, docente di Politica internazionale e Sicurezza al Doha Institute for Graduate Studies.

«Due settimane dopo l’inizio dell’operazione Epic Fury, la narrazione dominante si era già stabilizzata: Stati Uniti e Israele sarebbero entrati in guerra senza un piano. L’Iran starebbe reagendo in tutta la regione. I prezzi del petrolio salgono, il mondo rischia un nuovo pantano mediorientale. Senatori americani parlano di errore strategico. I media elencano le crisi. I commentatori prevedono una guerra lunga. Questo coro è forte e, in parte, comprensibile. La guerra è brutta, e questa ha imposto costi reali a milioni di persone in Medio Oriente, compresa la città in cui vivo. Ma questa narrazione è sbagliata. Non perché i costi siano immaginari, ma perché i critici stanno misurando le variabili sbagliate. Stanno contabilizzando il prezzo della campagna, ma ne ignorano il bilancio strategico. Se si osserva ciò che è accaduto ai principali strumenti di potere dell’Iran — il suo arsenale di missili balistici, l’infrastruttura nucleare, le difese aeree, la marina e la rete di comando dei proxy, le milizie che combattono guerre per procura — il quadro non è quello di un fallimento americano. È quello di una degradazione sistematica, per fasi, di una minaccia che le precedenti amministrazioni avevano lasciato crescere per quattro decenni. Scrivo da Doha, dove i missili iraniani hanno fatto scattare gli allarmi e Qatar Airways ha iniziato voli di evacuazione. Ho vissuto quattro anni di guerra a Baghdad. Ho lavorato per il Dipartimento di Stato americano e ho consigliato agenzie di difesa e intelligence in diversi paesi. Non ho interesse a fare propaganda di guerra. Ma ho dedicato la mia carriera accademica a studiare come gli Stati autorizzano l’uso della forza, e ciò che vedo nella campagna attuale è un’operazione militare riconoscibile che procede per fasi identificabili contro un avversario la cui capacità di proiettare potenza sta crollando in tempo reale. I lanci di missili balistici iraniani sono diminuiti di oltre il 90%, passando da 350 il 28 febbraio a circa 25 il 14 marzo. Anche i droni mostrano lo stesso andamento: da oltre 800 il primo giorno a circa 75 il quindicesimo. Le cifre variano nei dettagli, ma convergono nella tendenza. Centinaia di lanciatori sono stati resi inutilizzabili. Secondo alcune stime, l’80% della capacità iraniana di colpire Israele è stato eliminato. Le capacità navali iraniane — motoscafi d’attacco, mini-sottomarini, mine — vengono distrutte. Le difese aeree sono state neutralizzate al punto che gli Stati Uniti volano con bombardieri non stealth sopra l’Iran, segnale di dominio aereo quasi totale. La campagna ha attraversato due fasi: la prima ha neutralizzato le difese aeree, decapitato il comando e ridotto le infrastrutture di lancio. La seconda, in corso, colpisce l’industria della difesa e i siti produttivi. Non è bombardamento casuale: è una strategia per impedire la ricostruzione. L’Iran è ora di fronte a un dilemma: se usa i missili residui, espone i lanciatori; se li conserva, rinuncia a esercitare pressione. È una forza in declino, non in espansione».

«L’Iran era arrivato al 2026 con 440 kg di uranio arricchito al 60%, sufficiente per più armi nucleari. Era a meno di due settimane dalla produzione di materiale fissile per una bomba. La campagna ha colpito Natanz e reso inutilizzabile Fordow. Gli impianti necessari a ricostruire la capacità di arricchimento vengono sistematicamente distrutti. Si può discutere se la diplomazia fosse stata esaurita. Ma l’alternativa implicita dei critici — continuare a tollerare l’avanzata nucleare — è la politica che ha prodotto la crisi. I limiti dell’azione militare esistono: le conoscenze non si distruggono, e le scorte di uranio restano. Ma questi sono argomenti per una strategia diplomatica post-bellica, non contro la campagna».

«La chiusura dello Stretto di Hormuz domina le critiche. Ma è anche un’arma che si consuma: il 90% del petrolio iraniano passa da lì. Bloccandolo, l’Iran colpisce sé stesso e aliena la Cina, suo principale partner. Più dura il blocco, più aumenta l’isolamento. Nel frattempo, le capacità navali iraniane vengono distrutte quotidianamente. La questione non è se lo stretto riaprirà, ma quando e con quale capacità residua iraniana».

«L’escalation regionale viene vista come segno di fallimento. In realtà indica il contrario. La rete iraniana funziona su livelli di controllo. La campagna li ha colpiti tutti: la morte di Khamenei ha eliminato il vertice, la struttura dei Pasdaran è stata decapitata. Gli attacchi dei proxy sono risposte pre-autorizzate: segno di un sistema che anticipa la propria distruzione. I gruppi continueranno a colpire, ma in modo disordinato e sempre più costoso politicamente per i paesi ospitanti. Hezbollah è indebolito, le milizie irachene isolate, gli Houthi meno coordinati».

«La critica più forte è che manchi un “endgame”. La retorica di Trump ha contribuito alla confusione. Ma l’obiettivo è chiaro: disarmare strategicamente l’Iran, impedendogli di proiettare potenza. Non si tratta di occupare Teheran, ma di creare le condizioni per una soluzione duratura. Il problema è che la diplomazia non ha ancora raggiunto la fase militare».

«I costi sono reali: oltre 1.400 civili morti, danni economici globali, vittime americane. Ma i critici ignorano i costi dell’inazione: un Iran nucleare, capace di chiudere Hormuz e controllare la regione. Dopo 17 giorni, il leader supremo è morto, le capacità militari sono devastate, la rete di proxy frammentata. La guerra è imperfetta, la comunicazione politica confusa, il piano post-bellico incompleto. Ma la strategia — misurata sui risultati militari — sta funzionando».

22 marzo 2026, 16:17 – modifica il 22 marzo 2026 | 17:08