di
Francesco Bertolino
L’obiettivo dell’operazione è dare vita ad un unico gruppo a controllo pubblico, integrando due delle più grandi e importanti realtà industriali italiane. Lo Stato azionista di maggioranza
L’obiettivo è «promuovere il consolidamento delle telecomunicazioni in Italia». Così, a marzo 2025, Poste Italiane spiegava la decisione di diventare primo azionista di Tim. Nessuno avrebbe però immaginato che, per perseguirlo, la società guidata da Matteo Del Fante avrebbe promosso una scalata proprio al primo operatore telefonico italiano. E, invece, a sorpresa il cda di Poste ha annunciato il lancio di un’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) su Tim che, se andrà a buon fine, riporterà Poste e Telecomunicazioni sotto un unico gruppo a controllo pubblico. La condizione perché l’offerta sia considerata valida è un’adesione tale che consenta al gruppo dei recapiti di raggiungere il 66,67 per cento del capitale.
L’offerta di Poste per Tim
Il corrispettivo totale dell’Opas è di circa 10,8 miliardi per tutta Telecom Italia. Poste assegnerà agli azionisti di Tim 0,0218 sue azioni per ogni titolo consegnato, oltre a una componente in denaro di 16,7 centesimi per azione. Il premio rispetto all’ultima chiusura di Borsa della compagnia telefonica è di poco superiore al 9%, non molto elevato. Tim avvierà oggi la valutazione dell’offerta con un consiglio straordinario appositamente convocato. Se la scalata andrà in porto – entro la fine di quest’anno, prevede Poste – il gruppo delle spedizioni intende togliere Tim dalla Borsa. Lo Stato italiano, attualmente socio di Poste con il 65% tramite il Tesoro e Cassa depositi e prestiti, manterrebbe oltre il 50% del capitale della nuova realtà.
I numeri del nuovo gruppo
Dall’unione di Poste e Tim nascerebbe un gruppo con ricavi aggregati per 26,9 miliardi di euro, un margine di profitto di circa 4,8 miliardi e oltre 150 mila dipendenti. La nuova «PosTim» sarebbe un’azienda capace di offrire servizi di logistica, finanziari, assicurativi, cloud e telefonici. Si appoggerebbe a una rete distributiva molto capillare su tutto il territorio nazionale, formata da 13 mila uffici postali, 4000 punti Tim e oltre 49 mila partner terzi. Potrebbe contare su una base di oltre 19 milioni di clienti digitali attivi che confluirebbero sulla super-app «P» di Poste, di cui Tim diventerà una fabbrica prodotto.
Le sinergie previste
Sotto il profilo economico, Poste calcola che l’aggregazione generà un valore aggiunto di 700 milioni. Prevede, da un lato, 500 milioni di risparmi grazie soprattutto alla riduzione del costo del debito di Tim, una volta che sarà parte di un gruppo dalle spalle finanziarie più larghe. Dall’altro, il gruppo ritiene di poter aumentare di 200 milioni i ricavi grazie alla vendita di servizi Tim ai clienti di Poste e viceversa. Il costo dell’integrazione è stimato in circa 700 milioni. La combinazione tra le due realtà consentirebbe però di ottimizzare gli investimenti in tecnologia e digitalizzazione dei due gruppi evitandone la duplicazione.
L’obiettivo dell’operazione
Come da premesse, inoltre, «Postim» diventerebbe l’attore di riferimento nel mercato delle telecomunicazioni italiano, con oltre 24 milioni di clienti nella telefonia mobile (19 di Tim e 5 di Poste Mobile). Un operatore, sottolinea la nota, «con capacità finanziarie e scala tali da poter sostenere gli investimenti necessari alla gestione, al mantenimento, all’innovazione delle infrastrutture digitali nazionali». Il nuovo gruppo a controllo pubblico punta infine ad attestarsi come fornitore di riferimento per imprese e pubblica amministrazione nei servizi «cloud, della gestione dei dati, dell’intelligenza artificiale, dell’Internet delle Cose e della cyber-security». Con l’obiettivo, conclude Poste, di «promuovere la sovranità digitale, il tessuto imprenditoriale, e l’accesso ai servizi in tutte le aree del Paese, garantendo sicurezza e resilienza delle infrastrutture».
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22 marzo 2026 ( modifica il 22 marzo 2026 | 23:13)
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