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La parabola di Matteo Cambi torna a far discutere. L’ex “re della margherita”, l’uomo che con il marchio Guru ha segnato un’epoca fatta di eccessi, jet privati e successo travolgente, si è confessato in una lunga intervista a Repubblica. A 49 anni, Cambi guarda al passato con la consapevolezza di chi ha toccato il cielo per poi schiantarsi nel fango della cronaca giudiziaria e delle dipendenze. Il suo racconto, che sarà al centro di una serie su Sky Crime e Now il 29 e 30 marzo, è un viaggio senza sconti tra le luci del Billionaire e il buio del carcere.


APPROFONDIMENTI

L’ascesa vertiginosa

Tutto è iniziato con una margherita stampata su una t-shirt, diventata in pochi mesi un cult mondiale.

Matteo Cambi descrive quel periodo come un’allucinazione collettiva in cui lui era il protagonista assoluto. «Ero come Pinocchio nel Paese dei balocchi. Ma non c’era nessun Lucignolo che mi avesse portato là. Ho fatto tutto da solo», chiarisce subito l’imprenditore. La consacrazione definitiva arrivò grazie a un incontro chiave nel mondo del business e del glamour. «Il momento in cui capii che ce l’avevo fatta fu l’incontro con Flavio Briatore. Quando mi propose di sponsorizzare la Renault in Formula 1 con Guru, quando Fernando Alonso vinse la prima gara e poi due titoli mondiali in tre anni, quando il fatturato della Spagna balzò in otto mesi da zero a venti milioni e tutto il gruppo faceva oltre cinquanta milioni. Ecco, allora capii che il mio sogno si era realizzato al di là di ogni aspettativa».Le spese folli

Matteo Cambi ricorda il tenore di vita insostenibile che portò al crac dell’azienda: «Prima di tutto lo stipendio che mi ero dato: trecentomila euro netti al mese, oltre tre milioni l’anno, che per l’azienda diventavano oltre sette di costo». A queste cifre si aggiungevano spese folli dettate dalla dipendenza dalla cocaina e da un’irrequietezza costante. «Mano a mano che la dipendenza dalla cocaina aumentava, cresceva anche la sensazione di non essere mai a mio agio: in Sardegna prendevo uno yacht da 50 metri. Però con quello era difficile entrare nelle cale e allora ne affittavo un altro da 24 metri. E poi, siccome non volevo dormire in barca, prendevo quattro stanze all’Hotel Cala di Volpe».

La caduta

Il sogno si interruppe bruscamente nel 2008 con l’arresto per bancarotta fraudolenta. Il passaggio dalle suite di lusso alla cella fu un trauma necessario per la sua sopravvivenza. «Mi è crollato tutto addosso e ho visto anche quello che prima non volevo vedere. Mi ricordo ancora, come se fosse ieri la cella, il colore degli sgabelli, il rumore delle porte», racconta oggi con serenità. Nonostante il disastro economico, Cambi tiene a sottolineare lo sforzo fatto per rimediare agli errori passati. «Ci tengo a dire che ho risarcito tanto: ho perso l’azienda, la libertà e anche i beni di famiglia. Insieme a mia madre e a suo marito abbiamo venduto tutto per rimborsare i debitori, penso all’80%». Un atto dovuto, che ha segnato l’inizio della sua lenta risalita.

La nuova vita

Oggi Matteo Cambi non cerca più i riflettori. Ha abbandonato definitivamente il marchio Guru, un distacco doloroso ma necessario. «Quel marchio è il mio bambino, me lo sono tatuato sul petto, ma ho tagliato il filo che ci legava». «Oggi ringrazio innanzitutto di essere qui, con mia moglie, due figlie e una gran voglia di vivere. Sono pacificato», conclude l’ex imprenditore, che ora si occupa di welfare aziendale. La sua giornata finisce presto, lontano dai privé del passato: «Faccio il consulente, specie su temi di welfare aziendale. E vado a letto presto la sera, di solito alle nove, nove e mezza. Non sono diventato un monaco, ma ho capito che questa vita mi dà serenità».


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