di
Maria Teresa Veneziani
Lo stilista si racconta 8 anni dopo aver portato il suo brand di nicchia un tempo venduto nelle boutique del lusso in Ovs. «Ho realizzato il mio sogno»
Il kimono nelle fantasie africane indossato sulla t-shirt o una camicia a righe riprese nei pantaloni ampi. Il gilet con i motivi paisley intarsiati abbinato alla blusa e alla gonna… «La gonna, corta, media o lunga, è tornata simbolo massimo di femminilità perché danza al passo con la donna, che a differenza di noi uomini sa camminare». Otto anni fa Massimo Piombo prese una decisione rivoluzionaria, quella di portare il suo brand di nicchia all’interno di Ovs. Il progetto concepito tra il ceo della catena di store democratici Stefano Beraldo e il designer di Varazze, rappresenta un esperimento unico nel panorama dell’abbigliamento internazionale, perché non si tratta di un co-branding, come le collaborazioni che fanno le grandi catene con i designer: Piombo è socio di minoranza (30 per cento) del suo marchio. Il tandem ha cementato un’amicizia vera e fa bene ai fatturati: nonostante i mercati deboli, il gruppo ha chiuso l’esercizio 2025 con un incremento intorno al 7 per cento e un’espansione confermata dall’apertura a New Delhi con un’altra prevista nel 2026 a Mumbai.
Negli Anni ‘90 MP Massimo Piombo era venduto nelle boutique del lusso come Colette Parigi: che effetto le fa vederlo nello store democratico?
«Sono sincero: ho realizzato il mio sogno. Quando chiamai Beraldo avevo in mente proprio questo, ma non mi sarei mai immaginato di arrivare al risultato di oggi, di dare vita a quello che gli americani hanno definito Piombo-à-porter, un modo nuovo di creare collezioni».
Sta dicendo che fu lei a proporsi a Ovs?
«Certo. C’è stato un periodo della mia vita in cui fui in società con la sartoria napoletana d’eccellenza Kiton grazie a un incontro a Londra con Ciro Paone, un uomo senza pari, che mi offrì di lanciare il mio brand al 50% pur sapendo che io non avevo una lira… A un certo punto dissi a me stesso che avrei vestito tutte le persone senza far loro spendere centinaia di euro».
Ricorda che cosa disse a Stefano Beraldo?
«Vorrei fare 1.000 negozi con te. Era l’ottobre del 2017, ho fatto come la fidanzata che chiede di essere sposata».
Qual era stata la risposta?
«Vediamoci e parliamone insieme. Lui è il mio mentore, si è creato un rapporto di amicizia e stima perché ci siamo davvero capiti. Qui mi trovo benissimo. L’idea iniziale era di aprire negozi monomarca con capi abbordabili, ma i prezzi erano ancora alti e non funzionò. Poi, ecco la decisione di portare Piombo in Ovs e tutto è partito. I marchi si promuovono a vicenda. Dopo qualche anno mi è stata affidata anche la direzione creativa di tutto l’abbigliamento, donna, uomo e bambino, il restyling del negozio e la comunicazione. E abbiamo rifatto il logo giallo e blu, i miei toni».
Il talento di Beraldo?
«Coraggio, disciplina, razionalità e visione».
E il suo?
«Fantasia, spero, e una visione soggettiva anche per il mix dei colori».
Che cosa è vecchio nella moda?
«Non c’è più coraggio, appunto. Credo che si sia un po’ stancata di se stessa. Pensando troppo alla redditività si è perso un po’ la creatività, ma è rimasto il prezzo. Per me questo concetto di lusso, come le carrozze, è diventato un mondo antico che proprio non mi stimola».
Che cosa non le piace più?
«A parte alcuni brand che vivono su prodotti precisi e focalizzati e non fanno tutto e di più, questa conformità mi annoia. Fin da giovane, quando volevo qualcosa di speciale andavo da Anderson & Sheppard, il sarto dei reali».
Qual è la differenza con i retailer internazionali del fast fashion?
«Ovs è un contenitore che oltre al suo ha altri brand, da Les Copains a Utopja. E oggi l’impegno di Stefano è quello di alzare la qualità, lo ripete ogni mattina».
Che cosa vi accomuna?
«Il pensiero, la visione: io non ho nessun obbligo né confine, posso muovermi in piena libertà per creare la mia moda accessibile. Così Piombo ha potuto mantenere il suo denominatore, quello di vestire le persone con capi da mischiare in base alla loro attitudine e anche con coraggio, se mi permette».


23 marzo 2026 ( modifica il 23 marzo 2026 | 08:33)
© RIPRODUZIONE RISERVATA