Prima che iniziate a leggere questa recensione, dovete essere consapevoli della seguente premessa: ho letto il romanzo di Andy Weir due volte, una quando è uscito e una per prepararmi all’uscita del film. Dire che mi è piaciuto è un eufemismo: mi ha letteralmente tirato su dal pavimento dopo la pandemia. Trovo che si tratti del romanzo più maturo di Weir, decisamente superiore a The Martian (uno dei rari casi in cui il film era meglio), nonché di una delle migliori storie di amicizia degli ultimi anni. E per fortuna Phil Lord e Chris Miller lo hanno capito!

Ma prima di proseguire… Sigla!

Avrete capito che partivo da una posizione non proprio imparziale, e avevo una fotta che non vi dico all’idea che sarebbero stati Phil Lord e Chris Miller, due registi noti per essere capaci di cavare il sangue dalle rape, ad adattare il romanzo di Weir. Voglio dire: da produttori ci avranno anche regalato il miglior adattamento di Spider-Man di sempre, ma da registi sono riusciti nell’impresa di prendere due IP come 21 Jump Street e The Lego Movie e non farli sembrare dei film sputati fuori da un comitato aziendale, che è più di quello che si può mediamente sperare oggi. Immagina, pensavo, cosa potrebbero fare con in mano non delle stupide rape, ma le chiavi per un’intera banca del sangue (ok, la metafora potrebbe essermi un attimo sfuggita di mano ma ci capiamo). Oltretutto Project Hail Mary sembrava il progetto (hihihi) perfetto per loro: una buddy comedy spaziale strapiena di umorismo e sentimento, il feelgood movie definitivo.

Il libro è uscito nel momento giusto: maggio 2021, eravamo appena usciti da quello che ormai tutti chiamiamo il “secondo lockdown”, avevamo gli occhi ricolmi di speranza ma la fuliggine nel cuore, e c’era proprio bisogno di ottimismo. Project Hail Mary è proprio quello che serve, una storia ottimista scritta benissimo da uno che ha consumato più film che libri in vita sua. Lo si capisce dal fatto che il romanzo ha già la struttura del blockbuster hollywoodiano fatta e finita: il protagonista everyman che si trova ad affrontare una missione più grande di lui, la chiamata all’avventura, il rifiuto della chiamata, l’inizio in medias res con i flashback a unire i puntini. È già tutto nel libro! Avete presente quando si dice “Il libro era già una sceneggiatura”? Ecco, nella maggior parte dei casi è una cazzata, perché per scrivere un film devi tenere presente cose diverse rispetto a chi scrive un romanzo, ma in questo caso, oh, è abbastanza vero. E infatti, a parte le necessarie modifiche qua e là, è un adattamento molto fedele. Sono però proprio le modifiche qua e là a farci capire che non stiamo parlando di un Francis Lawrence o un David Yates qualunque, e che Lord e Miller, oltre allo sceneggiatore Drew Goddard, capiscono intimamente il genere, capiscono che il romanzo di Andy Weir fa parte di quel genere, ma capiscono anche che per far sì che il film faccia parte di quel genere non basta fotocopiare le pagine del romanzo, bisogna rimboccarsi le maniche e lavorarci.

“Bella questa scena, ma non pensi che funzionerebbe molto meglio con un attore? Che ne so, Ryan Reynolds?”

Tutto questo enorme giro di parole per dire che L’ultima missione: Project Hail Mary è fatto da gente che sa cosa ci deve stare in un film così e che quindi sa cosa deve tagliare e cosa tenere o addirittura aggiungere (il personaggio di Carl, il babysitter di Grace interpretato da Lionel Boyce di The Bear, è una bella idea), sa cosa non deve ribadire a parole perché tanto si capisce con le immagini e quali immagini scegliere per comunicare i concetti del libro senza parole, il tutto senza tradirne le tematiche o nasconderne gli aspetti più spigolosi. Per capirci: Eva Stratt, la boss di ferro qui interpretata alla perfezione da Sandra Hüller, è meno dura che nel romanzo, a un certo punto si esibisce al karaoke perché in quel momento al film serve quella scena. Allo stesso tempo, c’è un aspetto di Grace che il film avrebbe potuto tacere, risparmiando anche un sacco di tempo, e che invece decide di abbracciare in pieno.

È però evidente una cosa: per far funzionare tutto secondo il loro gusto, Lord e Miller hanno dovuto un po’ sacrificare uno dei due ingredienti principali del libro. Perché il romanzo è sì una storia di amicizia, ma rientra anche nel glorioso filone, popolarizzato da Weir stesso con The Martian, della fantascienza di risolvere cazzi in space. Qui il confronto con The Martian è particolarmente interessante: entrambi vengono dallo stesso autore e sono scritti dallo stesso sceneggiatore, il nostro amicone Drew Goddard. Ma se nell’angolo alla nostra destra abbiamo alla regia un ottantenne inglese cinico e stronzo, alla nostra sinistra c’è invece una coppia di americani metrosexual e simpaticoni coi pronomi sulla targhetta in ufficio, e la differenza si vede: The Martian ci tiene a riportare a schermo tutte le procedure e le metodologie di Mark Whatney, il processo di prove ed errori che gli permette di sopravvivere alla sua odissea (wink wink). Sia chiaro, lo fa anche Project Hail Mary, e ci mancherebbe altro: il rigore scientifico con cui i protagonisti di Weir si approcciano ai problemi è parte integrante del fascino della sua prosa. Ma qui l’elemento centrale è la collaborazione, il rapporto di affetto tra Grace e Rocky, e i rapporti umani in generale, al punto che Lord e Miller non si fanno problemi a tradire il romanzo proprio nel rigore scientifico, trovando spesso soluzioni semplici a problemi che nel libro sono complessi.

Nello spazio, nessuno può sentire i tuoi pronomi.

Poi, eh, non è che The Martian e Project Hail Mary siano lo stesso romanzo. Hanno dei protagonisti virtualmente identici, e fino a un certo punto seguono binari molto simili. Certo, Whatney è su Marte e Grace su un’astronave senza memoria, ma il concetto è sempre quello: astronauta con la battuta pronta, da solo per sfiga, costretto a risolvere una serie di imprevisti col potere della scienza. Poi però in Project Hail Mary entra in scena Rocky, e le aspettative volano fuori dal finestrino pressurizzato: a quel punto non è più la solita storia dell’americano che deve fare tutto da solo, ma diventa una storia – allacciatevi le cinture, perché sto per dire una roba forte – sul POTERE DELL’AMICIZIA, e su come dialogando e comunicando si possano risolvere tutti i problemi del mondo, e anche quelli fuori dal mondo. Era attuale nel 2021, figurarsi oggi che il pianeta è una polveriera e l’America è dominata da una setta che considera l’empatia un difetto evolutivo.

Mi ha molto stupito che si siano giocati Rocky già nei trailer. All’epoca dell’uscita del romanzo non se ne sapeva nulla, penso per una precisa scelta di marketing da parte di Andy Weir e della casa editrice. Ciò ha permesso a Weir di eseguire il perfetto plot twist: ti aspettavi The Martian 2, vero? E invece eccoti una storia di amicizia nello spazio! CON GLI ALIENI!! Ricordo con piacere di aver fatto questa faccia

“Ma quindi la vera missione era l’amicizia??”

leggendolo. Il reparto marketing Amazon MGM/Sony ha invece deciso per qualche ragione di puntare direttamente sull’angolo buddy movie e giocarsi la sorpresona da subito. E per “qualche ragione” intendo Baby Yoda: ormai tutti gli studios sembrano fare a gara per trovare il prossimo alienino tenerotto che farà sciogliere il cuore e il portafoglio anche del più scontroso, cinico e barbuto veterano di D&D. Mi preme dire che Project Hail Mary da questo punto di vista vince a mani basse: Rocky è una meraviglia di hard sci-fi applicata alle leggi del commercio, e avendo dalla parte sua la parola è anche un personaggio a tutto tondo. Non vedo l’ora di rivederlo in lingua originale per sentire la performance di James Ortiz, ma anche col doppiaggio l’alchimia tra lui e Ryan Gosling si carica il film sulle spalle e lo porta a farsi un giro sull’ottovolante.

L’ho già detto che Lord e Miller un film così te lo fanno a occhi chiusi? Perché ho parlato forse fin troppo del romanzo, ma Project Hail Mary il film ha un ritmo invidiabile, non stanca mai nonostante la durata importante, visivamente è un trionfo di set ed effetti che merita l’IMAX e azzecca un cast perfetto. Un altro che ormai ti fa queste robe a occhi chiusi è Ryanone Gosling, ma proprio per questo spesso rischia il pilota automatico. Lord e Miller sanno però come prenderlo, ne limitano le faccette e ne esaltano le qualità empatiche e i tempi comici. E poi, come sempre, basta che Gosling pieghi il naso per far svenire le donne e vacillare qualunque eterosessualità. Il resto del cast ha l’ingrato compito di dare il massimo in ruoli minimi, ma quando chiami Sandra Hüller come co-protagonista nei flashback hai risolto gran parte dei problemi.

“Credevo di non goder letizia, e invece ho trovato l’amicizia.”

È tutto sopra le righe e in yo face, inguaribilmente sentimentale e ruffiano, ti piazza i Beatles a tradimento per farti scendere la lacrimuccia nel momento giusto. È quel tipo di film che il tema te lo dice chiaro e tondo in un dialogo: “Per salvare i nostri pianeti, dobbiamo prima comunicare”. Ma è anche fatto con un tale trasporto e amore per il genere, e una voglia di farti uscire dal cinema col sorriso e il bisogno fisico di piazzare Two of Us sull’autoradio e cantare a squarciagola “You and me chasing paper, getting nowhere, on our way back hooooome” che… Boh, che volete che vi dica, non si può chiedere molto di più al filone del buddy movie spaziale con alieni fatti di roccia, ma non si può chiedere molto di più a un blockbuster in generale. Ho già voglia di rivederlo.

Il Blu-Ray 4K me lo compro sicuro quote:

“We’re on our way home. We’re going home.”
Paul McCartney, i400Calci.com

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