di
Mohammad Tolouei
Lo scrittore iraniano: «Ogni giorno che ci svegliamo diciamo: grazie a Dio siamo ancora vivi»
Viviamo contando i giorni. Ogni volta che ci svegliamo, diciamo: grazie a Dio siamo ancora vivi. Non è una metafora, non è una similitudine, né qualsiasi artificio retorico per suscitare emozioni in voi lettori. Sì, a quanto pare abbiamo cominciato a temere Dio, siamo diventati devoti: è un effetto della guerra. È quello che succede quando la morte ti gira intorno.
Una madre e una figlia tra i nostri conoscenti sono morte perché, al momento dell’attacco, erano uscite a comprare un panino, e la paninoteca si trovava vicino a una stazione di polizia. Il figlio dell’amico di un nostro amico è morto quando l’onda d’urto di un’esplosione nella loro via lo ha scaraventato contro un muro. A uno è caduto addosso il telaio di una finestra e adesso è in ospedale. A un altro sono entrate in casa le schegge di un missile Tomahawk che hanno distrutto i quadri di famiglia. Un amico mi ha telefonato chiedendomi di portare un serramentista a cambiare le finestre di casa sua, perché non è in Iran e non può tornare per il momento.
Ogni giorno, quando ci svegliamo, ringraziamo Dio e aggiungiamo una tacca al conto dei giorni che abbiamo superato da vivi: purtroppo le bombe non guardano a cosa pensano le persone, quando vengono lanciate non chiedono a nessuno se è favorevole o contrario a questa guerra. E tutto questo avviene mentre ci dicono che la guerra vera non è ancora iniziata e questa, per ora, è solo una versione «più gentile»; e che quando le minacce diventeranno reali, quando verranno colpite le infrastrutture e verranno tagliate elettricità e acqua, allora sì che vedremo il volto amaro e reale della guerra.
Siamo stati presi in ostaggio, sia dal governo sia dagli Stati Uniti e da Israele. Siamo un popolo che vuole la libertà e che in questi anni ha pagato con arresti, processi, carcere e interdizioni dal lavoro, e che adesso viene messo alla prova con la morte che può arrivare da un momento all’altro. Siamo un popolo coraggioso e amante della libertà che in questi giorni si dibatte tra migliaia di pensieri e idee diverse, mentre gli altri, con la scusa di proteggerci, vendono morte.
Non avevo nessuna intenzione di scrivere qualcosa di poetico. In questi giorni non si dovrebbe abbellire la realtà con espressioni vuote come «popolo fiero», «ira epica» o «ruggito dei leoni». I muri delle strade sono pieni di graffiti e incisioni. I sostenitori del governo e gli oppositori combattono sui muri della città: di notte quelli disegnano candele piangenti ai piedi delle montagne, poi al mattino gli altri si svegliano e li cancellano scrivendoci sopra gli slogan del loro nuovo leader.
Noi siamo molto più banali: mentre camminiamo per andare alla stazione della metropolitana e raggiungere il nostro posto di lavoro, veniamo colpiti da schegge e moriamo in silenzio, mentre tutti dicono che non siamo un bersaglio, siamo i «danni collaterali» di questa guerra. Moriamo con il sorriso sulle labbra, un sorriso nato dal sogno di libertà.
23 marzo 2026 ( modifica il 23 marzo 2026 | 22:14)
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