Underground, punk, maledetto. Il cinema di Tekla Taidelli è fuori scala, difficile da incasellare immerso com’è nella realtà della vita di chi è ai margini. Un cinema che ha scelto la strada come palcoscenico, tanto che dopo il folgorante esordio di vent’anni fa, Fuori vena, in cui filmava senza filtri la tossicodipendenza dei giovani della sua generazione, la regista milanese non ha più girato lungometraggi, ma si è dedicata a realizzare cortometraggi con chi la strada la vive tutti i giorni: homeless, migranti, rider. Senza giudicare né volerli normalizzare, ma innalzandoli a una dimensione di poesia e bellezza che la società nega loro. Oggi, però, è tornata a dirigere un film, 6:06, che dopo essere stato presentato alle Giornate degli Autori del festival di Venezia, dove ha vinto il Premio Siae per il talento creativo, arriva con un tour indipendente nelle sale, stasera al cinema Beltrade dove Taidelli lo accompagna per un confronto con il pubblico.

Il titolo, 6:06, allude all’orario della sveglia, prima cosa che la mattina compare agli occhi di Leo, ventiseienne della periferia romana che tira a campare tra la dipendenza da cocaina e una vita piatta e ripetitiva: il lavoro misero da lavapiatti, gli amici sbandati, la corsa continua per procurarsi la prossima dose. Una gabbia che Taidelli, con un espediente che spezza il realismo stilistico del film, rende tangibile rinchiudendo il suo personaggio in un loop surreale che è una metafora efficace della dipendenza: Leo rivive, infatti, sempre la stessa giornata, come fosse un “giorno della marmotta” da incubo. Girata in bianco e nero, la prima parte del film ha una brusca virata quando nella vita di Leo entra Jo-Jo, una misteriosa ventenne francese che con il suo camper lo porterà via, fino in Portogallo: qui anche il film si trasforma e diventa a colori.

«Il film nasce dall’idea di Davide Valli, un mio allievo dei corsi di street cinema che tengo a Milano e a Roma — racconta la regista — che aveva scritto una paginetta sulla droga come fosse un loop.

Lo abbiamo scritto insieme, lui è anche il protagonista, è una storia autobiografica, abbiamo girato nella sua borgata. Ma il film racconta anche me. Lui è la mia parte dannata, lei (interpretata dall’attrice George Li, ndr) è la parte colorata. È un film sulla mia rinascita, e vuol essere un manifesto del cinema indipendente. Perché fare questo film è stata una manovra epica, i miei collaboratori io li chiamo pirati, partigiani, hanno fatto un miracolo. È anche un manifesto per la giovane generazione, la generazione post-Covid. Ora c’è anche la guerra. Sono disillusi e incazzati, l’idea è fargli capire che si può far passare la luce in mezzo alle crepe, che si può far risplendere le cicatrici al sole, come dice Philip Dick. C’è sempre una seconda chance». Progetti? «Tornare a girare a Milano. Sto scrivendo un film, La vita nelle tue mani. È sulla mia amicizia con Rossano Cochis, il braccio destro di Renato Vallanzasca».

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