di
Vera Martinella

Diagnosticato a circa 400 italiani ogni anno: importante la visita dall’oculista annuale. Diverse terapie disponibili, si punta sempre più a salvare la vista

Circa 400 italiani ogni anno ricevono la diagnosi di melanoma uveale, il tumore maligno intraoculare più frequente nell’adulto. Una malattia che spesso non dà sintomi chiari, ma ci sono alcuni segnali da non trascurare perché arrivare presto alla diagnosi è fondamentale per poter preservare l’occhio interessato dalla malattia (il melanoma uveale si sviluppa all’interno del bulbo oculare) e, soprattutto, per ridurre il rischio di metastasi. 

Quali i possibili campanelli d’allarme?

«Generalmente il melanoma uveale presenta un picco di incidenza tra i 55 e i 65 anni mentre è relativamente raro prima dei 20 anni e dopo i 75 – ricorda Paolo Nucci, ordinario di Oftalmologia all’Università degli Studi di Milano -. In alcuni casi il tumore è visibile come una macchia scura o una lesione non pigmentata ricca di vasi sanguigni sulla superficie dell’occhio o sull’iride. Più spesso, si sviluppa invece all’interno dell’occhio e causa dei sintomi poco specifici, come un abbassamento della vista o la presenza di lampi luminosi. In un terzo dei casi, però, il paziente è del tutto asintomatico e il tumore viene riscontrato accidentalmente in corso di visita oculistica di routine. Per questo è importante non trascurare regolari controlli».



















































Quali le terapie?

«La terapia di scelta è la radioterapia, mediante brachiterapia o radioterapia esterna, indicata in funzione delle dimensioni tumorali, della sede e del potenziale visivo dell’occhio interessato» spiega Fabrizio D’Ancona, oculista oncologo presso il Royal Liverpool University Hospital in Gran Bretagna.
La brachiterapia consiste nel posizionare chirurgicamente una placca di metallo sulla superficie oculare in corrispondenza del tumore, contenente iodio o rutenio radioattivo, e di lasciarla in sede per il numero di ore necessario affinché tutto il volume del tumore venga irradiato. La radioterapia con protoni accelerati permette di irradiare con un fascio molto potente e preciso qualunque volume ed è considerata il migliore standard per il trattamento dei melanomi uveali vicino a strutture critiche come il nervo ottico o per quelli di grandi dimensioni. Può essere usata anche per irradiare l’iride, la superficie oculare, le palpebre.

Esistono nuove forme di radioterapia?

Fino a non molti anni fa, l’assenza di protoni in Italia costringeva molti pazienti a migrazioni sanitarie all’estero, soprattutto in Svizzera o in Francia, per sottoporsi alle cure necessarie, ora invece il CNAO a Pavia costituisce il Centro di riferimento nazionale per il trattamento del melanoma uveale con protonterapia. «Tra le opzioni disponibili c’è anche la radioterapia stereotassica con CyberKnife, metodica non invasiva eseguita in centri ad alta specializzazione – aggiunge Marco Pellegrini, dirigente medico in Oculistica all’Ospedale Luigi Sacco di Milano -. Negli ultimi anni l’evidenza scientifica a supporto della sua efficacia si è progressivamente consolidata, offrendo tassi di controllo locale sovrapponibili alle altre tecniche radioterapiche. Rappresenta oggi una valida alternativa in pazienti selezionati e Milano è tra i centri europei con maggiore esperienza clinica e casistica trattata».

Quanto è alto il rischio di metastasi?

Le diverse tecniche radioterapiche garantiscono elevati tassi di controllo locale (pari al 90–95%) consentendo nella maggior parte dei casi la conservazione del bulbo oculare. Tuttavia, la tossicità radiante sulle strutture oculari critiche, in particolare macula e nervo ottico, può determinare nel tempo una significativa compromissione della funzione visiva. È stato però ampiamente dimostrato che la terapia dell’occhio non incide sulla sopravvivenza del paziente: nonostante il controllo locale sia di norma eccellente, la storia naturale è dominata dal rischio di malattia metastatica che colpisce fino al 50% dei pazienti. «Le metastasi, quando si manifestano, interessano il fegato in circa il 90% dei casi e hanno prognosi sfavorevole, con una sopravvivenza mediana frequentemente nell’ordine di 12–16 mesi – spiega D’Ancona -. Ecco perché si stanno studiando nuove strategie terapeutiche che consentano sia di preservare la vista, sia di limitare il rischio di metastasi e morte dei pazienti».

Come funziona il nuovo farmaco sperimentale?

È in questo contesto che s’inserisce un nuovo farmaco (belzupacap sarotalocan), arrivato alla fase più avanzata di sperimentazione, la terza, ovvero l’ultima prima dell’approvazione ed effettiva immissione in commercio di un medicinale. «Lo studio CoMpass recluta pazienti in tutto il mondo e vede coinvolti quattro Centri in Italia (Careggi a Firenze, Istituto Nazionale dei Tumori e Ospedale Luigi Sacco a Milano, Policlinico Gemelli a Roma) – dice Pellegrini -. L’obiettivo è valutare la sicurezza e l’efficacia di belzupacap sarotalocan come terapia di prima linea in pazienti con lesioni definite indeterminate (potenziale melanoma, ma senza certezza/evidenza di crescita) o con piccoli melanomi coroideali (diametro basale inferiore a 10 mm, e spessore inferiore a 2.5 mm) con crescita documentata negli ultimi due anni. La sperimentazione dovrebbe completarsi nel 2027 con i primi risultati previsti per il 2028». Belzupacap sarotalocan è un farmaco sperimentale innovativo, un virus-like drug conjugate, ovvero una nuova classe di farmaci che combina una terapia mirata con un’azione immunologica. «Il medicinale viene iniettato nell’occhio e si lega selettivamente alle cellule tumorali del melanoma – continua D’Ancona -. Una volta attivato tramite terapia laser a luce infrarossa, genera la morte selettiva delle cellule tumorali che lo hanno legato, risparmiando i tessuti circostanti e confinando il danno al tumore. I risultati alla fine della fase (presentati nel 2024) sono stati promettenti, mostrando un tasso di controllo del tumore dell’80% nei pazienti, con un alto tasso di preservazione dell’acuità visiva (osservato nel 90% dei pazienti), meglio di quanto otteniamo ora con la radioterapia, e minimi effetti collaterali».

Quando iniziare le cure?

Non è solo il risultato migliore ottenuto, però, a far sperare specialisti e pazienti, bensì un vero e proprio cambio di prospettiva. Attualmente questo tumore viene trattato solo quando diventa grande e pericoloso, ma si punta a intercettarlo precocemente con terapie intelligenti, mirate e finalizzate al risparmio visivo. Oggi, infatti, gli oncologi oculari si limitano a tenere sotto osservazione le lesioni indeterminate e i piccoli melanomi finché non ci sia evidenza di crescita e quindi di malignità. «Perché il trattamento (radioterapia) ha spesso implicazioni importanti sulla qualità di vita del paziente riducendone la capacità visiva, temporeggiamo il più possibile – spiegano gli esperti -. Tuttavia la crescita significa già instabilità biologica e quindi rischio metastatico: il melanoma uveale può metastatizzare anche quando è piccolo. L’idea chiave, alla base di questo nuovo farmaco, è anticipare la cura con due possibili vantaggi: primo, preservare meglio la vista per il paziente, evitando che la lesione tumorale cresca verso aree nobili della retina, ma anche grazie ad un minor ricorso a radioterapia e quindi alle complicanze visive ad essa correlate. Secondo, ridurre il pericolo di metastasi». Il realtà lo studio CoMpass è disegnato soprattutto su controllo locale e preservazione della capacitò visiva, ma se si dimostrasse che il trattamento precoce riduce anche la disseminazione metastatica, allora l’impatto sarebbe enorme. Attualmente non esistono terapie approvate (in Italia, né in Europa o negli Usa) per il melanoma della uveale in fase precoce che preservino la vista.

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24 marzo 2026