di
Guido Olimpio e Greta Privitera

Uomo forte, con un curriculum che intreccia imprenditoria, politica e vocazione militare, è da decenni ai vertici del regime di Teheran

Nel novembre 1986 una delegazione guidata da Robert McFarlane, all’epoca consigliere per la sicurezza di Ronald Reagan, raggiunse Teheran con passaporti falsi. Era un tentativo rocambolesco di dialogo con gli ayatollah e si racconta che gli americani, in valigia, portassero dei doni: alcune pistole, una Bibbia e un dolce fatto a forma di chiave a simboleggiare l’apertura. La loro missione segreta venne però svelata da un giornale libanese imbeccato dall’ala radicale contraria a ogni contatto. I dettagli della storia lontana, smentiti e confermati a seconda delle fonti, portano al punto centrale: se oggi esistono negoziati diretti o, come sembra, attraverso intermediari — Turchia? Pakistan? Egitto? —, devono avere una controparte in grado di dare risposte concrete, capace di resistere alle ostilità profonde, alle diffidenze per le piroette di Trump —lesto a rimangiarsi la parola data —, e alle ambiguità di un regime che ha perso molte teste pensanti.

Dopo Larijani

L’uccisione di Alì Khamenei e la nomina del figlio Mojtaba quale successore hanno rafforzato — dicono alcuni esperti — una corrente di pasdaran molto militante, convinta di essere riuscita a impantanare il nemico e a logorarlo. Si tratta di generali disposti a incassare perdite enormi sotto il fuoco di «Epic Fury», perché certi di tenere in pugno le carte decisive: il ricatto sullo Stretto di Hormuz, l’estensione del conflitto su un fronte vastissimo, i contraccolpi devastanti sui mercati energetici globali. Difficile però cartografare le dinamiche di un potere così sfuggente, dove l’attuale leader, Mojtaba Khamenei, non si è mai mostrato in pubblico e si fa vivo solo attraverso messaggi affidati ad altri, mentre i ministri e i comandanti devono inventarsi mosse future per sopravvivere e allo stesso tempo schivare la campagna in corso di omicidi mirati. 



















































Si pensava che Ali Larijani, capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, potesse essere l’interlocutore ideale: intransigente sì, ma pragmatico. Il 16 marzo, anche lui è stato eliminato mentre era a casa della figlia, come altri pesi massimi del regime fatti fuori nella speranza di indebolirlo e scatenare una rivolta popolare dal basso. Un piano attribuito al Mossad, come ha scritto il New York Times, e che si è rivelato un buco nell’acqua: dall’altra parte avevano pronto un sistema di sopravvivenza collaudato, costruito attorno a una linea di comando prestabilita e senza crepe. 

Il potere diviso

Se Donald Trump cerca disperatamente una via d’uscita dalla guerra con le sue dichiarazioni roboanti e confuse, in questi giorni la sua intelligence ha lavorato senza sosta per identificare la nuova figura giusta con cui trattare sul serio. Dopo la morte di Ali Khamenei è emerso con chiarezza che la strategia dei mullah punta sulla ripartizione del potere, un sistema a gusci concentrici che si autoripara. Da una parte i Guardiani della Rivoluzione, durissimi e intrisi d’ideologia, si prendono spazi decisionali sempre più ampi; dall’altra resta una componente politica attiva e indispensabile, anche se con margini ridotti. I riformisti come il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi sembrano relegati al ruolo di emissari, con poco potere effettivo nelle mani, meno ancora di prima.

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Ombre di corruzione 

Ma un nome circola con insistenza. È quello di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano. Un uomo forte, un conservatore intransigente ma anche pragmatico. Un alto funzionario di Teheran ha raccontato che gli Stati Uniti avrebbero chiesto un incontro proprio con lui, per sabato prossimo. In questo continuo scambio di dichiarazioni, dove smentite e conferme si rincorrono, Ghalibaf — molto vicino ai Khamenei e sostenitore di punta di Mojtaba — appare l’uomo che ha preso le redini del regime. Parla sui social e rilascia interviste. Ieri ha detto: «Il mondo o sta dalla parte di Gaza e contro questo regime di terrore coloniale, oppure si schiera con Epstein e i torturatori di bambini».

Sono decenni che questa figura incrollabile gravita ai vertici della Repubblica islamica come capo dei pasdaran nella guerra contro l’Iraq, capo della Polizia, sindaco di Teheran e ora speaker del Parlamento. Nato nel 1961 nella città santa di Mashhad, Ghalibaf porta in dote un curriculum che intreccia politica, imprenditoria e vocazione militare

Laureato in geografia politica, da sindaco ha ampliato la metropolitana di Teheran, lasciando un’impronta sulla capitale. La sua ascesa, tra stellette dei pasdaran, poltrone di comando e affari, è stata segnata da ombre di corruzione. Di lui si ricorda soprattutto il pugno di ferro da capo della polizia nazionale, quando represse senza scrupoli le proteste studentesche di fine anni Novanta, e si ricorda il sostegno e il coordinamento della violenta soppressione delle manifestazioni del 2009, quelle dell’Onda Verde. Ancora primo cittadino della capitale, in un’intervista al Corriere aveva detto: «Chi ha vissuto la guerra sa decidere meglio di chi non l’ha vissuta».

24 marzo 2026 ( modifica il 24 marzo 2026 | 08:22)