La denuncia del sito The Verge: titoli stravolti, il senso di alcuni è cambiato completamente. La replica di Google: «Esperimenti di portata limitata». Ma già l’anno scorso era successo a Discover
Anche il giornalismo, come ogni settore professionale, sta cambiando in risposta all’arrivo travolgente dell’intelligenza artificiale. In qualche caso, tuttavia, le modalità non sono quelle che ci si aspetta. Per esempio, i giornalisti della testata tecnologica The Verge hanno imparato a proprie spese che Google sta conducendo esperimenti sui titoli degli articoli (in lingua inglese) che compaiono sul motore di ricerca, finendo per modificarli. E così cambiando spesso il senso.
Alcuni esempi (qui tradotti in italiano per comodità). «Ho provato lo strumento d’intelligenza artificiale “Imbroglia su tutto” e non mi ha aiutato a imbrogliare in nulla» si è trasformato in «Lo strumento d’intelligenza artificiale “Imbroglia su tutto”». Troncando di netto il senso del titolo e, quindi, dell’articolo nel suo complesso. O ancora: «Non è possibile sostituire la batteria degli Smart Bricks della Lego» è la versione dimezzata del titolo originale, cioè «Non è possibile sostituire la batteria degli Smart Bricks della Lego — e molti dei suoi sensori non sono ancora attivi».
Titoli rimaneggiati che cambiano anche il significato complessivo degli articoli. E il responsabile sarebbe l’intelligenza artificiale targata Google. Come hanno riferito alla testata alcuni portavoce dell’azienda, l’idea generale sarebbe quella di «identificare contenuto in una pagina che potrebbe diventare un titolo utile e rilevante per la ricerca dell’utente».

Per adesso si tratta solo di un esperimento «di portata limitata» e «ristretto», come riferiscono i portavoce. La buona notizia è che la stessa The Verge conferma di averlo visto capitare solo a pochi titoli. La cattiva, tuttavia, è che la prova sugli articoli che vengono restituiti nei motori di ricerca non è l’eccezione. Già in passato, infatti, Google è stata “beccata” ancora dalla stessa testata a modificare i titoli. E questa volta non degli articoli che compaiono nei fondamentali «10 link blu», cioè i primi siti che compaiono quando si usa il motore di ricerca (d’altronde, negli ultimi anni chi si è mai avventurato fino alla seconda o addirittura terza pagina dei risultati?). Bensì su Google Discover, l’aggregatore di notizie che spesso troviamo nei nostri smartphone scorrendo l’homepage verso destra.
«Modificare i titoli e il loro significato rende il giornalismo meno affidabile in un momento in cui potenti istituzioni cercano di screditarlo e molte testate giornalistiche fanno fatica a sopravvivere», commenta così la testata tech.
Fin quando l’esperimento non dovesse diventare una realtà funzionante al 100%, il problema della rivoluzione dell’AI applicato al giornalismo, però, rimane un altro: l’impatto sul traffico, cioè quante visite (e interazioni) un sito ottiene nel corso del tempo. Una misura della visibilità di un contenuto online che può avere origine direttamente dal sito stesso — perché magari ce lo abbiamo salvato fra i preferiti — oppure perché è ciò che ci suggeriscono i motori di ricerca. Il problema è che secondo Chartbeat — piattaforma di intelligence per i media — il panorama digitale sta lentamente cambiando per le testate.
Se da un lato è vero che la diminuzione (quasi -6%) del traffico settimanale fra il 2024 e il 2025 può essere legata a fluttuazioni naturali delle visite — per esempio, il 2024 è stato un anno di elezioni in 76 Paesi di tutto il mondo e quindi nel 2025 è normale avere un “rimbalzo” all’indietro —, lo zampino dell’intelligenza artificiale si nota comunque. E il calo si è registrato soprattutto sul traffico in arrivo da Google Search (-34% in un anno) e da Google Discover (-16%).
A farne le spese sono soprattutto le piccole realtà, quelle che in media contano giornalmente fra le 1.000 e le 10.000 visite. In un anno, le visite da ricerca sono crollate del 60%, a fronte del 22% delle realtà più grandi e del 47% per quelle di medie dimensioni.
E se è vero che ChatGpt è cresciuto del 200% nelle pagine visualizzate, i chatbot per adesso costituiscono solo l’1% di tutto il traffico verso i siti d’informazione. Tradotto: quando usiamo le chat alimentate dall’AI per cercare un’informazione, raramente clicchiamo sui link, accontentandoci piuttosto di quello che riceviamo come risultato (testuale e spesso più breve) dall’intelligenza artificiale. Il contenuto dei siti — e non solo quelli che fanno informazione — viene restituito “cotto e mangiato” dai chatbot. E in questo cambiano le abitudini degli utenti/lettori che, accontentandosi di una risposta pronta all’uso, scelgono di non approfondire ulteriormente.
Un cambio di paradigma che costringe a una riflessione: come ci informeremo in futuro, quando i siti e le ricerche lasceranno il posto al machine Web, cioè l’Internet pensato per essere fruibile alle macchine invece che agli esseri umani?
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23 marzo 2026
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