di
Francesco Bertolino
La cassaforte degli Agnelli-Elkann ha partecipazioni del valore di 37,1 miliardi e 3,5 miliardi in cassa per nuove acquisizioni. Il boom di Lingotto fra le batterie cinesi di Catl, l’intrattenimento di Paramount e la puntata sul greggio
Il 2025 è stato un anno difficile per Exor, la holding degli Agnelli-Elkann. Stellantis, Cnh Industrial e Ferrari, le partecipazioni storiche, hanno sofferto in Borsa a causa di problematiche esterne – dazi e guerre su tutte – e di errori interni di gestione. Il valore del portafoglio della cassaforte olandese è così sceso del 12,6%, passando da 42,5 a 37,1 miliardi di euro, e a causa delle svalutazioni il bilancio si è chiuso in perdita per 3,7 miliardi a dispetto di 781 milioni di dividendi ricevuti dalle aziende partecipate.
Il sorpasso di Philips a Stellantis
Una parte considerevole del calo del valore lordo degli attivi è dovuta al tracollo di Stellantis che nell’ultimo anno ha perso il 50% a Piazza Affari. Il peso della partecipazione nel gruppo auto nel portafoglio di Exor è così sceso al di sotto di quello della quota del 19% nel gruppo della sanità olandese Philips. Un sorpasso a suo modo storico che il ceo John Elkann ha attribuito più ai demeriti di Stellantis che ai meriti di Philips.
Le critiche a Carlos Tavares
Nella lettera agli azionisti di Exor, pur senza mai nominarlo direttamente, Elkann ha criticato la gestione dell’ex ceo di Stellantis, Carlos Tavares, che pure ha fruttato lauti dividendi agli azionisti, arrivando a chiudere il 2023 con ricavi per 189,5 miliardi e un utile di 18,6 miliardi. «Col senno di poi, quelle performance erano insostenibili tanto che solo due anni dopo i risultati si sono indeboliti considerevolmente», ha ammesso Elkann. Il gruppo ha infatti chiuso il 2025 con una perdita di 22,3 miliardi e ora sta faticosamente cercando di recuperare le relazioni con clienti, governi e fornitori sotto la guida del nuovo amministratore delegato Antonio Filosa.
In cassa 3,5 miliardi
Oltre che per Stellantis, però, gli ultimi sono stati mesi di scelte drastiche anche per Exor. La holding ha deciso di vendere Iveco, nella parte difesa a Leonardo e per il resto al gruppo indiano Tata. Di cedere il 4% di Ferrari, nel cui avvenire Elkann ripone comunque grande fiducia. Di uscire dall’editoria italiana, cedendo La Stampa al gruppo Sae e La Repubblica al conglomerato greco Antenna. Di disinvestire dalle cliniche sanitarie di Lifenet e dal club deal per le piccole e medie imprese Nuo. Nell’insieme queste cessioni hanno fruttato bene a Exor che ora si ritrova in cassa 3,5 miliardi da investire in nuove società, purché grandi e probabilmente appartenenti ai settori della sanità come Philips o del lusso come Ferrari e Christian Louboutin.
Il boom di Lingotto
In un anno difficile, Lingotto è stata una delle rare soddisfazioni di Exor. Il fondo ha raggiunto i 10 miliardi di attivi in gestione grazie a una serie di investimenti fortunati in aziende quotate come Carvana o attive nel settore minerario e, in misura minore, all’apporto di nuovi investitori fra cui un grande fondo americano. I movimenti di portafoglio di Lingotto sono diventati un segnale da monitorare per molti operatori di mercato, non solo perché sinora si sono rivelati spesso tempestivi ma anche perché provengono dalla holding di una famiglia con addentellati nel gotha della finanza, della politica e dell’economia globale.
La scommessa sul petrolio
E allora dove sta investendo Lingotto? Oltre al già citato rivenditore online di auto Carvana, il fondo ha puntato su Paramount-Skydance, da poco uscita vincitrice nell’asta con Netflix per Warner Bros grazie a un’offerta di 111 miliardi di dollari. Lingotto ha poi partecipato alla quotazione a Hong Kong del colosso delle batterie cinese Catl, che da allora ha raddoppiato il suo valore di Borsa. Più di recente, infine, il fondo ha incrementato la sua quota nella società di servizi petroliferi Schlumberger perché, ha spiegato Elkann, «l’offerta di energia sul mercato si restringerà notevolmente entro la fine di questo decennio: i progetti petroliferi pianificati si riveleranno infatti insufficienti a soddisfare la domanda attesa e la nuova capacità estrattiva deriverà dai pozzi offshore che hanno costi più alti». Una scommessa che, alla luce di quanto sta accadendo sui mercati del petrolio con la guerra in Iran, potrebbe pagare prima del previsto.
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24 marzo 2026 ( modifica il 24 marzo 2026 | 16:07)
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