Immaginate di ridere per qualcosa di cui non dovreste assolutamente ridere. In realtà non c’è bisogno di immaginarlo, esistono le commedie horror come Finché morte non ci separi, che fa sia ridere sia inorridire lo spettatore con un fiume di sangue e un alto livello di violenza. Non è nulla di nuovo, ma il film diretto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (gli stessi di Scream – del 2022 – e Scream VI) intreccia due registri opposti attraverso alcune trovate eccellenti, come la protagonista, Samara Weaving; il suo costume da sposa con le converse gialle; il twist eat the riches, che aggancia una classica caccia all’uomo (come quella di Get Out) al trend di Parasite, The White Lotus e altri, in cui i super ricchi vengono mostrati nel loro lato più ridicolo o ci rimettono la pelle. Uscito al cinema nel 2019, Finché morte non ci separi torna in sala dal 9 aprile con il sequel Finché morte non ci separi 2, che inizia letteralmente da dove eravamo rimasti: Grace seduta sulle scale mentre la villa dei Le Domas è in fiamme alle sue spalle.

Nel seguito, Grace viene portata in ospedale, dove viene interrogata da un poliziotto. Come lo spiega, alle forze dell’ordine, di essersi dovuta difendere da un rito satanico che prevedeva il suo sacrificio per mano dei Le Domas, una ricchissima famiglia di satanisti? Qui si riunisce a Faith (Kathryn Newton), la sorella con cui aveva tagliato ogni rapporto. Nel sequel sono due le protagoniste e quattro le famiglie di satanisti che vogliono ucciderle, per ereditare, dopo la strage dei Le Domas, la rete di persone che controlla il mondo grazie a un patto con il diavolo. Dell’organizzazione di ricchi e potenti fanno parte i personaggi di Sarah Michelle Gellar e David Cronenberg, il patriarca sotto il cui sguardo – lo sguardo di un dipinto – si svolge una buona parte dell’azione, un po’ come gli ultimi sviluppi dell’horror sono stati possibili grazie allo sguardo di un regista che ha contribuito in maniera determinante all’evoluzione del genere.

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Pief Weyman

La logica del sequel è quindi di sdoppiare (due protagoniste), accumulare (più morti, più famiglie, più azione), variare sul tema (c’è tutta una linea sentimentale riguardante il rapporto tra le due sorelle) e iterare: le trovate più efficaci del primo film vengono ripescate per rilanciare il registro comico, o diventano tormentoni del personaggio principale – come la disperata ricerca di una sigaretta da parte di Grace, che cita Jena Plissken nel finale di 1997: Fuga da New York. A questo si aggiunge uno spunto da graphic novel in stile John Wick, che consiste nell’esistenza di una società potentissima e incredibilmente segreta nonostante la sua pervasività e onnipresenza, con i suoi punti di ritrovo, una sua ritualità, una propria organizzazione e regole scritte: il custode della legge di Le Bail, anagramma di Belial, è l’avvocato del diavolo – letteralmente – interpretato, in un altro ruolo da galleria dell’assurdo, da Elijah Wood.

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Pief Weyman

Finché morte non ci separi 2, com’è?

Con un budget maggiore di quello del primo film, che aveva incassato bene, Finché morte non ci separi 2 è il risultato dell’unione di due sceneggiature, delle quali una riguarda la storia di due sorelle alla ricerca di un rapporto autentico in un mondo dove ognuno corre per se stesso e contro gli altri, anche quando gli altri sono i membri della propria famiglia. I momenti in cui Grace e Faith (due qualità che nel cattolicesimo assicurano la salvezza) stringono il loro rapporto rischiano di risultare blandi se messi a confronto con la festa di gore e improbabili risate del resto del film, che fa un lavoro un poco peggiore di Finché morte non ci separi quando si tratta di delineare i personaggi. Nel film del 2019, bastava un breve dialogo a dare sostanza a un personaggio e al suo rapporto con la protagonista. Non che fosse necessario – erano tutti pedine di un gioco al massacro – ma elevava il film, lo rendeva più denso. Finché morte non ci separi 2 è una sfilata di tipi assurdi, non è la psicologia dei personaggi a dare sostanza ma il fatto che tutto sembra assomigliare, ancora di più, a un fumetto. Il risultato è meno energico, ma il mix di violenza, ironia, tensione e sentimentalismo, tutto sommato, funziona. Merito anche di personaggi detestabili, di una coppia di protagoniste davvero cool per cui fare il tifo e del modo in cui le buone idee, salvate dal film precedente, diventano qui tormentoni da ripetere a intervalli regolari portando lo scherzo ogni volta un po’ più avanti. Dovesse diventare un franchise, sarebbe avviato su basi già solide.

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Headshot of Giuseppe Giordano

Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).