di
Federico Fubini
Dalla Slovenia alla Corea del Sud inizia il razionamento su benzina e carburanti: torna l’austerity
Nei primi anni ‘70 l’austerity seguita al primo choc petrolifero aveva portato alle domeniche a piedi, con i divieti di circolazione. Ora quella stagione fa ufficialmente ritorno: la Slovenia diventa da oggi il primo Paese a reintrodurre una forma di razionamento della distribuzione al dettaglio di carburanti per auto e autotrasporto.
Dalla Slovenia alla Corea del Sud: le reazioni
La Slovenia è il primo in Europa, ma non il solo al mondo. A fare qualcosa di simile è anche la Corea del Sud, altro Paese industriale avanzato, mentre sulla stessa strada si sono avviate in forme diverse anche economie emergenti come il Pakistan, il Vietnam, lo Sri Lanka, il Bangladesh o Myanmar.
Ogni Paese lo fa in modi diversi, più o meno draconiani. La Slovenia ha stabilito un divieto di vendita di benzina e diesel oltre i 50 litri al giorno, anche per prevenire il fenomeno dell’accaparramento di residenti frontalieri in Italia e soprattutto in Austria. Molti Paesi emergenti dell’Asia stanno cercando soprattutto di ridurre il consumo: alcuni tengono chiuse le scuole per quale settimana, altri obbligano i dipendenti pubblici a lavorare da casa, mentre Ski Lanka e Bangladesh limitano strettamente le quantità giornaliere di benzina che ciascuno può comprare.
La seconda ondata di choc per la carenza di petrolio
Tutti sono consapevoli che la seconda ondata di choc per la carenza di prodotti petroliferi deve ancora arrivare. Dalla Cina al Kazakhstan, a Indonesia, Nigeria, India e Brasile, vari giganti mondiali della raffinazione petrolifera stanno bloccando o tassando fortemente l’export di carburanti. Si comportano con l’energia, in altri termini, esattamente come la Cina o l’India si comportarono nel 2020 all’inizio della pandemia: tengono per sé la merce scarsa e ricercata in tutto il mondo che essi producono; nel 2020 erano le mascherine e i principi attivi farmaceutici, oggi sono i derivati del greggio (che infatti rincarano più in fretta dei derivati stessi del petrolio).

Le minacce di Trump
Proprio quando il Qatar annuncia ufficialmente che fermerà le forniture di metano anche all’Italia (con quelle a Belgio, Corea del Sud e Cina), l’amministrazione di Donald Trump non perde tempo: minaccia di far perdere all’Unione europea il suo accesso «favorevole» alle forniture di gas naturale liquefatto. Il «Corriere» aveva anticipato questo rischio il 6 gennaio scorso, nei giorni seguenti alla cattura del dittatore Nicolas Maduro in Venezuela. La modifica in peggio dei termini economici delle forniture di gas – è il messaggio dell’amministrazione americana – arriverebbe se l’Unione europea dovesse prendere altro tempo prima di ratificare l’accordo commerciale fra Ursula von der Leyen e Donald Trump concluso l’estate scorsa a Turnberry, in Scozia.
L’accordo
L’accordo prevede dazi generalizzati al 15% per l’accesso di beni europei negli Stati Uniti e dazi tendenti a zero per l’accesso dei beni americani nell’Unione europea. Ma i dazi di Washington erano fondati su una base giuridica che la stessa Corte suprema americana ha ritenuto illegale. Nonostante questo, dopo settimane di esitazione, il Parlamento europeo sembrava pronto alla ratifica. Prima, naturalmente, delle ultime minacce degli emissari di Trump: è stato Andrew Puzder, ambasciatore statunitense all’Unione europea, ha lanciare l’avvertimento. Neanche fosse un emiro mediorientale che possiede legalmente la terra del Paese che rappresenta (mentre gli esportatori americani di gas naturale liquefatto sono soggetti privati e liberi di operare alle condizioni commerciali che ritengono).
24 marzo 2026 ( modifica il 24 marzo 2026 | 17:18)
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