di
Giuliana Ferraino

L’economista: «Borse resilienti, non hanno ancora capito la gravità della situazione. La prossima mossa della Bce? È più probabile un rialzo di un taglio. Compito più complesso per la Fed»

Mohamed El-Erian, capo consigliere economico di Allianz ed ex presidente del Queens’ College di Cambridge, crede che l’impatto della guerra in Iran abbia portato l’economia globale a «un punto di rottura». Ma i mercati, sostiene, «non hanno ancora capito la gravità della situazione».

Lo Stretto di Hormuz è chiuso. Quanto dobbiamo preoccuparci, al di là dei prezzi, di una vera e propria stretta fisica sull’approvvigionamento energetico?
«Il problema non è solo la volatilità dei prezzi. Gli effetti economici di questo conflitto comportano una dispersione asimmetrica dei danni tra Paesi, imprese e famiglie. Alcune economie asiatiche stanno già razionando i consumi per far fronte a difficoltà di approvvigionamento nel breve termine. Per gli Stati Uniti, autosufficienti dal punto di vista energetico, la preoccupazione principale resta il caro-petrolio. Per altri, invece, è una questione che riguarda sia i prezzi sia le quantità fisiche disponibili. Una distinzione che rischia di limitare la produzione industriale, indipendentemente dagli stimoli fiscali o monetari».



















































Le banche centrali erano pronte a tagliare i tassi. Questo scenario le costringe a restare ferme o, peggio, ad alzarli di nuovo?
«Sì, siamo entrati in un mondo di tassi strutturalmente più alti — sia quelli ufficiali che quelli di mercato — rispetto a quanto ci aspettavamo appena qualche mese fa. L’impatto della guerra sui prezzi dell’energia non potrà essere riassorbito né subito né integralmente, considerati i danni strutturali alle infrastrutture petrolifere. E le perturbazioni si estendono ad altre filiere: fertilizzanti, elio, petrolchimici. Nessuna banca centrale vuole ripetere l’errore del 2021-22, quando lo choc inflazionistico venne liquidato frettolosamente come “transitorio”. La prossima mossa della Bce sarà probabilmente un rialzo, non un taglio. Quanto alla Fed, con il suo doppio mandato su prezzi e occupazione il discorso è più complesso: ma chiunque si aspettasse un taglio americano nella seconda metà del 2026 farebbe bene a spostare l’orizzonte più in là. L’unica variabile che potrebbe cambiare lo scenario è una pressione acuta sul funzionamento dei mercati finanziari: in quel caso, tagli di emergenza o iniezioni dirette di liquidità potrebbero materializzarsi rapidamente».

Siamo entrati in una fase di stagflazione strutturale?
«È un rischio concreto. Gli effetti del conflitto — diretti e indiretti — porteranno probabilmente verso un’inflazione più alta e costo del debito più elevato. Se la guerra continuerà a causare danni strutturali alle infrastrutture energetiche, avremo inoltre un impatto negativo sulla crescita e maggiore instabilità finanziaria».

Vede segnali di tensione nei meccanismi che tengono in piedi i mercati finanziari, nella capacità del sistema di far circolare il denaro?
«Lunedì mattina, pochi minuti prima dell’annuncio a sorpresa del presidente Trump sui negoziati con l’Iran, erano già visibili segnali di stress sistemico: tutto sotto pressione, persino oro e argento, con la liquidità come unico rifugio. Il rischio è che nuovi choc legati alla guerra si sovrappongano a tre vulnerabilità preesistenti: i mercati del credito privato, gli eccessi finanziari legati all’intelligenza artificiale e la leva concentrata in alcune aree del mercato obbligazionario».

L’attuale conflitto sembra accelerare il «friend-shoring», lo spostamento delle catene di approvvigionamento verso nazioni alleate. Quali saranno i costi a lungo termine per i consumatori?
«La guerra spingerà governi e imprese a investire con forza in resilienza e sicurezza. Questo comporterà inevitabilmente costi più elevati: aziende e governi dovranno stabilire quanta parte di questo rincaro trasferire sui bilanci delle famiglie».

Chi è più vulnerabile?
«I Paesi in via di sviluppo che dipendono fortemente dalle importazioni energetiche, molti dei quali si trovano già a fare i conti con l’insicurezza alimentare».

Le Borse restano resilienti, ma per alcuni gli investitori contano ancora sulla «rete di sicurezza» delle banche centrali. È un’aspettativa realistica oggi?
«Questa aspettativa è senz’altro presente sui mercati. Testimonia un diffuso senso di compiacimento, che include la convinzione che gli Stati Uniti, se lo volessero, potrebbero imporre una fine immediata del conflitto tra Israele e Iran. Sospetto che non sia così semplice, data la mancanza di allineamento politico, il carattere asimmetrico della guerra e i danni subiti dalla struttura centrale di comando e controllo iraniana».

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24 marzo 2026 ( modifica il 24 marzo 2026 | 07:14)