Intervista allo storico portiere campione del mondo nel 1982 ed ex c.t. dell’Italia: «Nessun consiglio a Gattuso, non ne ha bisogno. Contro l’Irlanda del Nord bisogna essere concentrati, lucidi, convinti»

«Andremo al Mondiale, io ci credo. Ma per riuscirci dobbiamo lasciare da parte i veleni e le rivalità del campionato. Stiamo uniti, stringiamoci tutti attorno agli azzurri». Dino Zoff, 84 anni, campione del mondo a Spagna ’82, quando alzò la coppa al cielo di Madrid con la fascia da capitano al braccio, non ha dubbi: «L’Italia ha tutto per riuscire nella missione. A patto di essere squadra».
Cosa intende, Dino?
«Che se giochiamo da Italia, passiamo sicuro. Siamo più forti sia dell’Irlanda del Nord sia di Galles e Bosnia. Abbiamo più qualità, giocatori migliori, maggiore esperienza. Però queste sono partite speciali, vince chi ci crede di più. Bene: noi dobbiamo crederci di più. Altrimenti…».
Altrimenti succede come le altre due volte.
«Ma non bisogna pensarci. La paura non aiuta mai. Bisogna essere concentrati, lucidi, convinti, in un certo senso anche sereni, consapevoli dei propri mezzi. Siamo l’Italia, facciamo l’Italia. Senza pensare né di aver già vinto né di aver già perso. Si entra in campo e si dà tutto, a testa alta».
L’Irlanda del Nord ci è già costata un Mondiale…
«Ma era il 1958, su».
Il c.t. Gattuso ha detto: «Non prendeteci per scappati di casa». Cosa ne pensa delle convocazioni? Avrebbe fatto scelte diverse, lei che c.t. lo è stato? Ha un consiglio da dargli?
«Mi fido di Rino, in tutto e per tutto. Ha l’azzurro dentro, spero riesca a trasmettere questo senso di appartenenza ai giocatori. Ma ci sono stati segnali positivi durante le qualificazioni, poi anche dopo, con le cene e gli incontri, ho la sensazione che si sia formato un buon gruppo, pronto alla missione. Poi, si sa, in Italia ci sono sessanta milioni di commissari tecnici…».
Il consiglio?
«Nessun consiglio. Non ne ha bisogno. Solo di fare ciò che ritiene sia meglio fare, evitando di ascoltare le voci che arrivano da fuori, anche dai social. Noi al Mondiale del 1982 ci isolammo da tutto e tutti, nessuno credeva in noi, invece andò come andò».
Dopo anni di crisi, ora abbiamo finalmente scelta in attacco. Pio Esposito può essere il nostro nuovo Paolo Rossi?
«A me i paragoni non piacciono, non sono mai piaciuti, neanche quando giocavo cinquant’anni fa. Lo spero, certo. Ora però conta solo e soltanto il gruppo, la squadra, il noi. Poi, se come spero andremo al Mondiale, allora ci divertiremo, o meglio vi divertirete, con i paragoni. Adesso bisogna pensare solo all’Irlanda del Nord».
Dicono che in squadra abbiamo un solo fuoriclasse: Donnarumma. D’accordo?
«Gigio sta disputando una grande stagione col Manchester City, è nel pieno della maturità, come calciatore ma anche come uomo. È diventato un grande capitano, dà l’esempio anche in campo. Bravo Gigio. Con lui tra i pali mi sento sicuro. Ma secondo me abbiamo tanti ottimi giocatori».
Non andiamo al Mondiale dal 2014. Molti bambini non hanno mai visto l’Italia giocare una Coppa del mondo. Come se ne esce?
«Andando al Mondiale, innanzi tutto. Per gli azzurri deve essere una motivazione in più. Devono pensare a quando erano bambini loro e sognavano quella maglia».
A proposito di bambini, lei più volte ha individuato il problema nella mancanza del campetto, dell’oratorio, del calcio libero. Oggi si paga, per giocare. Qual è la soluzione?
«Tornare a mettere il pallone al centro. Ora però dobbiamo pensare solo ad andare al Mondiale».



















































25 marzo 2026