Il regista abbandona le figure maschili e la forma documentaristica, prediligendo una messa in scena teatrale a volte troppo sopra le righe. Ma l’anima del racconto resta intatta
Nella mitologia greca, Era viene spesso ricordata come la moglie – e sorella, ma per le divinità non conta – gelosa e vendicativa di Zeus, reo di innumerevoli tradimenti e padre di altrettanto innumerevoli figli illegittimi. In realtà è anche la dea del parto, del matrimonio e della fedeltà coniugale, il che spiega molte cose, compreso il perché sia forse l’unica di tutto il pantheon a non avere prole terrena. Una figura austera, dunque, quasi d’altri tempi, che si è ritrovata una famiglia disfunzionale e fa di tutto per tenerla insieme.
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Un po’ come Lina (Dalia Frediani), la protagonista del nuovo lungometraggio di Vincenzo Marra, che si chiama appunto Era, anche se probabilmente per motivi diversi. Lina ha ottant’anni, è vedova (ma non si è mai risposata, nonostante le avances del vicino di casa) e un’energia travolgente: Era la impiegava nelle sue creative ripicche nei confronti delle amanti del marito, lei invece per aiutare la sua comunità, tra un’associazione cattolica di anziane signore, la sorella Maria (Rosaria D’Urso) e i suoi tre figli, Sergio (Giovanni Esposito), Patrizia (Angela De Matteo) e Lucio (Maurizio Casagrande), che potremmo anche definire come “il nullatenente dal forte complesso di Edipo, la casalinga in crisi di nervi e il sacerdote che non voleva esserlo”.
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Tutti e tre sono infatti personaggi incompleti, acerbi, e nonostante abbiano superato i cinquant’anni dipendono ancora dalle cure e dalle attenzioni della madre, la cui forte personalità si è sempre imposta sulle loro. Quest’ultima, però, è tutt’altro che immortale e non potrà prendersi cura di loro per sempre. Così, quando viene colpita da un improvviso malore, i figli assumono come badante Amilà (Marinì Sabrina Fernando), una donna dello Sri Lanka, che non parla italiano e che fin da subito incontrerà le resistenze della diffidente Lina.
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Ancora una volta, il cinema di Vincenzo Marra si aggira per le strade di Napoli, città natale raccontata in lungo e in largo, dall’esordio con Tornando a casa al più recente La volta buona, forse in maniera più efficace in forma documentaristica che in quella di finzione, dove spesso al centro vi erano personaggi maschili più o meno giovani. Era rappresenta una decisa inversione di rotta, non solo perché la protagonista è una donna nell’ultima fase della sua vita, ma anche perché dello stile da docufilm qui non c’è traccia: sembra, al contrario, di assistere a una tragicommedia teatrale ambientata tra le mura di un appartamento, fatta di siparietti familiari iper-urlati e iper-caricati, accompagnati frequentemente da musica classica.
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Come la Bari di Cattiva strada, quella di Era è inoltre una Napoli dove il nuovo (l’immigrato), si integra a fatica con il vecchio. Dove quest’ultimo è costretto a rivolgersi al primo per ritrovare una parvenza di dignità – come nel caso di Sergio – o per assicurarsi la propria sopravvivenza. Dove gli ottantenni hanno più vitalità di chiunque altro, mentre le generazioni successive appaiono pigre, paranoiche e rassegnate. Nel film di Marra si percepisce tuttavia un certo grado di ottimismo di fondo e, seppur all’interno di una cornice a volte troppo sopra le righe, il regista delinea abilmente un rapporto di complicità di invidiabile tenerezza, trovando infine l’anima del suo racconto.
Titolo originale: id.
Diretto da: Vincenzo Marra
Interpreti: Dalia Frediani, Marinì Sabrina Fernando, Maurizio Casagrande, Giovanni Esposito, Angela De Matteo, Rosaria D’Urso, Antonio Gerardi, Francisca Mahawasala, Asiri Peiris, Biagio Manna
Distribuzione: Compagnia Leone Cinematografica
Durata: 100′
Origine: Italia, 2026
La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
Il voto dei lettori
4
(1 voto)
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