di
Viviana Mazza

I primi 2.200 marines arriveranno nell’area il giorno in cui scade il nuovo ultimatum per i colloqui. Una leva per le trattative o un piano d’attacco?

DALLA NOSTRA INVIATA
WASHINGTON – Di solito si parla di «nebbia della guerra» (fog of war): l’incertezza e la mancanza di informazioni chiare che si sperimentano sul campo di battaglia e che rendono difficile comprendere le reali intenzioni e posizioni del nemico. Ieri l’editoriale del Wall Street Journal era intitolato invece «La nebbia della diplomazia». 

Lunedì scorso il presidente Trump ha gettato nella nebbia il Medio Oriente, i mercati, gli americani e gli alleati annunciando che erano in corso colloqui «produttivi» e rimandando di cinque giorni l’ultimatum per la riapertura dello stretto di Hormuz



















































Anche i repubblicani ieri sono emersi da un briefing a porte chiuse sull’Iran alla Camera avvolti della nebbia. Mike Rogers, il capo del Commissione forze armate, ha chiesto in particolare più informazioni sugli obiettivi dei soldati inviati nella regione: «Vogliamo di sapere di più su quello che sta succedendo, sulle opzioni e sul perché vengono prese in considerazione. Non stiamo ricevendo sufficienti risposte a queste domande». La deputata «Maga» Nancy Mace ha dichiarato su X: «La macchina da guerra di Washington è al lavoro, stanno cercando di trascinarci in Iran per farne un altro Iraq».

Bluff o via d’uscita

La confusione è legata anche al fatto che, oltre al chiaro intento di voler calmare i mercati, è difficile capire se l’attuale ottimismo sui negoziati di Trump sia un bluff e un modo di prendere tempo, in attesa che arrivino migliaia di soldati per un’escalation, oppure se ci sia un autentico tentativo di cercare una via d’uscita alla guerra

La Casa Bianca ha proposto il vicepresidente J.D. Vance come possibile negoziatore in Pakistan: è il «poliziotto buono» che potrebbe andare a trattare, mentre Pete Hegseth, il segretario della Guerra, viene presentato da Trump come i poliziotto cattivo, che «non vuole l’accordo, vuole vincere». «Noi trattiamo con le bombe», ha detto Hegseth l’altro ieri. Gli iraniani, attaccati a sorpresa già due volte nel mezzo di presunti negoziati a giugno e febbraio, ritengono che questa sia una trappola.

La Casa Bianca insiste ora che l’invio di altre 1.000 truppe aviotrasportate nell’area e di due unità di 2.200 marines serve come leva negoziale: una mano tesa, l’altra pronta a dare un pugno in faccia. I primi 2200 marines arrivano venerdì, che è anche il giorno in cui scade il nuovo ultimatum di Trump per i colloqui. 

La Casa Bianca vuole vedere se l’Iran è pronto a fare concessioni alle quali non era pronto prima dell’inizio della guerra. Ma se — come sembra — il regime non è disposto a cedere e accettare le richieste Usa (che sembrano le stesse presentate prima della guerra), la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha detto ieri che Trump «non bluffa ed è pronto a scatenare l’inferno»: «Se l’Iran non accetta la realtà del momento, se non capisce che sono stati sconfitti militarmente e continueranno ad esserlo, il presidente si assicurerà che verranno colpiti più duramente che mai in passato». 

Tutto questo fa pensare ad una inevitabile escalation, ma Leavitt ha contribuito a infittire la «nebbia» ieri dicendo che il piano in 15 punti diffuso dai media non è del tutto accurato: «Ci sono elementi di verità ma alcuni degli articoli che ho letto non sono completamente fattuali» (non ha spiegato cosa sia vero e cosa no). La mancanza di dettagli — anche su chi sia l’interlocutore in Iran — è forse anche intenzionale, per spingere le fazioni del regime a chiedersi se qualcuno stia trattando con gli americani.

Due letture

Ci sono due modi per leggere la situazione ma, come spesso accade con Trump, raramente le sue azioni rientrano totalmente in una categoria o nell’altra. Il primo è vedere l’apertura negoziale del presidente solo come una tattica per stabilizzare i mercati e per dichiarare che con la forza ha ottenuto risultati. Annunciando i colloqui anche se Teheran li ha negati, mette la palla nel campo del nemico. Se ci sarà un’escalation potrà dire: «Ci ho provato, ho aperto la porta alla diplomazia ma l’Iran l’ha chiusa». E la situazione gli dà flessibilità perché, se vuole usare i soldati per riaprire lo Stretto o conquistare Kharg o altre isole, dà loro il tempo di arrivare. La seconda lettura è che Trump sta pensando sul serio a una via d’uscita (da giorni afferma: «finirà presto»). Ora dice pure che il cambio di regime di fatto è già avvenuto: altro modo per dichiarare vittoria.

Impulsi in gioco

C’è chi sceglie una interpretazione o l’altra. Quello che sappiamo è che Trump è estremamente attento all’andamento dei mercati e fa dichiarazioni per influenzarli, ha la tendenza all’escalation e poi a fare un improvviso passo indietro. È possibile che entrambi gli impulsi siano in gioco e che, finché non deciderà quale istinto prevale, tutto rimarrà nella nebbia. I suoi sostenitori insistono che questo approccio lo aiuta a ostacolare i nemici e ad arrivare all’accordo. I suoi critici dicono che non siamo più vicini alla fine della guerra oggi di quanto lo eravamo tre settimane fa e negano che sia stata vinta, facendolo infuriare.

25 marzo 2026 ( modifica il 25 marzo 2026 | 22:49)