di
Paola Stroppiana
La sua presentazione al Museo Diocesano offre allo sguardo contemporaneo la possibilità di confrontarsi con una delle più alte (e rare) espressioni della scultura monumentale dell’epoca sopravvissute in territorio piemontese
Il Compianto sul Cristo morto proveniente dalla collegiata di Santa Maria Assunta di Chivasso — uno dei vertici della scultura tardogotica piemontese — torna oggi visibile al pubblico nelle sale del Museo Diocesano di Torino, in concomitanza con le celebrazioni pasquali. L’evento è l’esito di un complesso e rigoroso intervento conservativo avviato nel gennaio 2023 presso il laboratorio di restauro di Thierry Radalet; i costi del restauro sono stati sostenuti dal Mic, dalla Compagnia di San Paolo e dalla Regione Ecclesiastica Piemonte, sotto l’alta sorveglianza di Massimiliano Caldera per la Soprintendenza per la Città metropolitana di Torino. Dopo un periodo di esposizione nel percorso museale, curata dal direttore Don Gian Luca Popolla con Valeria Moratti e Valerio Mosso della Soprintendenza di Torino, il gruppo farà ritorno nel suo contesto originario chivassese, ricomponendo il legame tra patrimonio artistico, memoria storica e funzione devozionale.
Otto figure
Il complesso, composto da otto figure in terracotta policroma, mette in scena con straordinaria intensità il momento del compianto sul corpo di Cristo appena deposto dalla croce, articolandosi come una costruzione corale nella quale la disposizione dei personaggi — la Vergine, san Giovanni, le pie donne, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo — organizza lo spazio in una trama visiva serrata, profondamente coinvolgente, concepita per una fruizione ravvicinata e partecipata. Non a caso l’opera era originariamente collocata all’inizio della navata sinistra della collegiata, all’interno della cappella del Santo Sepolcro fondata poco prima del 1477 da un ramo della famiglia Provana, in uno spazio che permetteva alle figure di disporsi con maggiore respiro e di essere osservate all’altezza dello sguardo dei fedeli, permettendo un rapporto di 1:1 di grande impatto emotivo. Il successivo trasferimento in una nicchia ricavata alla base del campanile, avvenuto tra il 1825 e il 1829 durante un profondo rinnovamento architettonico e decorativo dell’edificio, ne alterò radicalmente la percezione, comprimendo la composizione e contribuendo nel tempo a un progressivo degrado conservativo.
Il lavoro di restauro
Le condizioni dell’opera, prima dell’intervento, risultavano infatti critiche: la chiusura della nicchia con vetri impediva il naturale ricircolo dell’aria, infiltrazioni di acqua piovana e un sistema di illuminazione inadeguato avevano favorito la formazione di sali e il distacco degli strati pittorici, mentre estese ridipinture e integrazioni in gesso avevano compromesso la leggibilità dell’insieme; il restauro ha previsto lo smontaggio integrale delle figure, costituite da moduli di terracotta cotti separatamente e successivamente assemblati, il consolidamento delle superfici, la rimozione delle ridipinture più recenti per concludersi con la pulitura e l’integrazione degli strati pittorici originari, consentendo di recuperare non solo la coerenza cromatica del gruppo, ma anche dettagli preziosi come la presenza diffusa di lamine dorate nelle capigliature, nelle barbe e in alcune vesti: un indizio significativo dell’alto livello qualitativo della decorazione originaria.
Caratteristiche dell’opera
Dal punto di vista stilistico, il Compianto si distingue per una straordinaria capacità nel modellato, per il forte realismo dei dettagli e per l’intensità emotiva che attraversa i volti e i gesti dei personaggi, rivelando la mano di un artista di grande raffinatezza. Gli studi hanno attribuito l’opera ad un maestro, ancora anonimo, attivo negli ultimi decenni del Quattrocento tra Chivasso, Torino, Pinerolo e Asti che ha eseguito un nucleo di opere, tutte eseguite in terracotta e stilisticamente omogenee: l’Angelo annunciante e la Vergine Annunciata, un tempo sull’esterno della «Casa del Senato» a Pinerolo (oggi al Museo Civico d’Arte Antica di Torino); la Vergine annunciata (Torino, collezione privata), forse proveniente dalla facciata di una casa a Chivasso; un Dio Padre, frammento di una composizione più vasta (collezione privata); due teste femminili già nella chiesa di San Pietro in Consavia ad Asti (oggi nei depositi dei Musei Civici); un busto acefalo di angelo murato nel chiostro della chiesa di San Domenico a Torino.
Gli artisti
Massimiliano Caldera ha notato che lo scultore ha intrattenuto strettissimi rapporti con un altro artista attivo negli stessi anni nel Ducato di Savoia, ma questa volta ben noto. Si tratta del borgognone Antoine de Lonhy, figura oggi pienamente riconosciuta come una delle più originali del secondo Quattrocento europeo. Formatosi in un ambiente profondamente segnato dalla cultura figurativa fiamminga, in dialogo con modelli come Jan van Eyck e Rogier van der Weyden, Lonhy fu artista straordinariamente poliedrico — pittore, miniatore, autore di vetrate — nonché protagonista di una brillante carriera itinerante che lo condusse da Tolosa a Barcellona e infine in Piemonte. È documentato ad Avigliana dal 1462: da qui svolge un ruolo decisivo nel rinnovamento del linguaggio figurativo, diventando punto di riferimento per aristocratiche committenze locali, tra cui gli stessi Provana e le famiglie chieresi. Le sue opere testimoniano una straordinaria capacità di sintesi tra naturalismo fiammingo e sensibilità mediterranea, caratteristica recentemente valorizzata dalla mostra monografica del 2021, tenutasi a Palazzo Madama e al Museo diocesano di Susa.
La presentazione
La profonda contiguità stilistica di Antoine de Lonhy con il Maestro del Compianto di Chivasso — le cui opere sembrano tradurre fedelmente e in forma tridimensionale le invenzioni pittoriche dell’artista borgognone — sembra suggerire un suo intervento diretto nelle sculture. Un primo, significativo confronto pittura/scultura si può istituire già nelle sale stesse del Museo Diocesano: qui è conservata la tavola raffigurante la Madonna con il Bambino e Sant’Anna realizzato da de Lonhy, elemento centrale di un polittico scomposto e disperso, proveniente con ogni probabilità dal complesso episcopale di Torino. In tale prospettiva il Compianto si impone non solo come capolavoro isolato, ma come nodo cruciale di una rete artistica complessa e dinamica, nella quale si intrecciano differenti tecniche artistiche, circolazione di modelli, mobilità degli artisti e committenze di alto livello. La sua presentazione al Museo Diocesano restituisce oggi non soltanto l’integrità materiale di un’opera segnata dal tempo, ma anche una rinnovata e piena leggibilità storica e formale, offrendo allo sguardo contemporaneo la possibilità di confrontarsi con una delle più alte (e rare) espressioni della scultura monumentale del Quattrocento sopravvissute in territorio piemontese.
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26 marzo 2026
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