Balla da sola Giorgia Meloni, prendendo in prestito il titolo del film diretto da Bernardo Bertolucci ormai trent’anni fa. Decide e impera la premier, sorda alle voci di chi ha tentato di metterla in guardia, sostenendo che il redde rationem avviato il giorno dopo il ribaltone sul referendum sulla separazione delle carriere rischia, di fatto, di trasformarsi in un boomerang. Non per lei, convinta di aver imboccato la strada giusta in quanto necessaria, ovunque essa porti. Per questo il suo repulisti non si fermerà qui.

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Nel partito si respira aria di tempesta. Se ci saranno altri inciampi, o verranno commesse altre «leggerezze» – vedi il caso Delmastro – la premier non si lascerà più logorare. La lezione l’ha appresa come uno studente che incassa un brutto voto e decide di cambiare passo. E c’è chi è pronto a scommettere che le ramazze meloniane andranno ben oltre lo tsunami delle ultime 48 ore. Saranno decisive, ad esempio, nelle ricandidature per le politiche che verranno: fuori dalle liste chi ha lavorato poco o non ha fatto abbastanza.

«Io mi ammazzo di fatica, basta tirare la carretta per tutti», lo sfogo della premier. Pronta a mettere le mani su tutto quel che finora non ha funzionato: dentro e fuori il governo, dentro e fuori il partito, ma anche in altri territori in cui è l’esecutivo a dare le carte. Come in Rai: anche viale Mazzini, nelle settimane a venire, potrebbe essere teatro di una piccola rivoluzione interna. La poltrona più a rischio è quella dell’ad Giampaolo Rossi, ma non sarebbe la sola stando alle voci che circolano in Rai. Meloni di lotta e di governo, dunque.

Perché una parte di quei due milioni di voti che hanno visto affermarsi il fronte del no – è una delle analisi interne che circola in queste ore – è dettata dalla rabbia, il cosiddetto voto di pancia che in passato ha gonfiato le vele dell’ascesa di Silvio Berlusconi, di Grillo e Casaleggio, del Salvini dei tempi d’oro. Ma anche di Fdi, trasformato in una manciata di anni da piccolo partito di destra a prima forza politica del paese. Ecco perché vanno recuperati i temi identitari, i toni di un tempo. Da opposizione, ma restando dentro al governo. Perché l’immagine istituzionale, più “frenata” della premier, rischia di farle perdere la presa sul Paese. A ricordarglielo è anche la sua canzone preferita, citata più volte in questi anni a Palazzo Chigi e in giro per il mondo: “Man in the mirror” di Michael Jackson. «Il rischio che Meloni non vuol correre è di non riconoscersi più in quello specchio – dice chi la conosce bene – e soprattutto che non la riconoscano i suoi elettori. Piuttosto sceglierebbe di lasciare».

Le chiamate da Algeri

Intanto ieri ha vissuto un’altra giornata sull’ottovolante, divisa tra Roma e Algeri dove è arrivata per assicurarsi nuove forniture di gas dopo lo stop al GNL qatarino causato dai bombardamenti iraniani contro l’impianto energetico di Ras Laffan. Due ore di bilaterale con il presidente Abdelmadjid Tebboune, mentre a Roma va avanti il pressing sulla ministra Daniela Santanché che tiene tutti col fiato sospeso: mentre Meloni è ad Algeri, lei è al lavoro al ministero come nulla fosse, come se le dimissioni non le fossero mai state chieste. E così, il volo di ritorno della premier in programma alle 15, slitta di due ore e mezzo.

Perché terminato il pranzo con le delegazioni tra gli stucchi e i tappeti rossi del Palazzo presidenziale, Meloni si rimette al telefono di buona lena per capire come uscire dall’impasse, evitando un voto di fiducia che si trasformerebbe in una macchia indelebile. Torna a sentire i suoi vice, Tajani e Salvini. Si intrattiene a lungo con il presidente del Senato Ignazio La Russa, tra i fautori della moral suasion per convincere la “pitonessa” a lasciare. Non sente la diretta interessata però, con la quale 24 ore prima sono volati stracci in una telefonata di fuoco che lascia a terra solo cenere.

Anche perché, raccontano fonti di governo, alla ministra “tacco 12” martedì «è stato offerto di tutto per convincerla al passo indietro. Ne potevamo uscire tutti meglio, lei per prima, invece di innescare uno scontro titanico». Che non ha visto coinvolto in alcun modo il Quirinale: nessun contatto tra Palazzo Chigi e il Colle. Anzi. Meloni sta valutando di tenere per sé le deleghe al Turismo anche per evitare un passaggio dal Capo dello Stato. Abbandonandosi alle spalle una tempesta destinata a lasciare il segno.

Ammesso Meloni voglia farlo, davvero perché c’è anche chi, nel partito, dubita di questo. Il ragionamento è semplice. Se c’è una cosa che la premier ha sempre ripetuto in questi anni alla guida del Paese, è che solo gli elettori l’avrebbero mandata a casa. Persa la loro fiducia, sarebbe stata pronta a togliere il disturbo. Non le barricate delle opposizioni, né tantomeno un voto su una riforma.

«Ma la forchetta registrata alle urne è tale – spiega una fonte autorevole – che potrebbe spingerla a pensare che qualcosa si sia rotto tra lei e il Paese. Meloni non è attaccata alla poltrona, anzi. Reputa gravosa l’esperienza di governo, tanto più coi tempi che corrono. Tornare a chiedere la fiducia, non del Parlamento ma degli elettori, potrebbe restituirle nuova linfa per andare avanti». Ammesso la spunti, anche se – altro elemento da tenere in debita considerazione – il campo largo non avrebbe il tempo necessario per organizzarsi, alle prese con le primarie da mettere in piedi in quattro e quattr’otto e un fronte da rammendare e che fatica a tenere tutti i pezzi insieme.

Suggestioni? Difficile a dirsi. Perché Meloni si è trincerata dietro un silenzio inespugnabile anche ai suoi fedelissimi. In pochi sanno davvero cosa abbia in mente. L’unica certezza è il cambio di passo impresso. Il primo di una lunga serie. Da compiere anche in solitaria. Perché Meloni, da ora in poi, balla sempre più sola.