Sul serio? È questo uno di quegli scherzi che riserva la vita? Scoprire a 48 anni di essere una bimba di Bekmambetov?
Sì, temo che sia ufficiale: sono una Bimbekmambetov.
Una vita fa Timur Bekmambetov, fresco di un successo imprevisto come Wanted, di un flop come Abraham Lincoln Vampire Hunter e un altro flop di rara arroganza come il remake di Ben Hur, annunciava che avrebbe girato solo film ambientati nello schermo di un computer (li chiama “ScreenLife”) e che aveva già quattordici (14) script pronti.
Nessuna persona sana di mente gli aveva dato retta.
E invece guardatelo: anziché bruciarseli tutti subito per guidare una moda che non è mai esistita, se l’è presa comoda, ha aspettato che ognuno se la giocasse con calma, ha aggiornato ogni volta i riferimenti tecnologici, e col passo di una tartaruga guardate dov’è arrivato?
Mi sono messo lì e li ho contati per voi.
Siamo a quota diciotto (18).
Tre li ha fatti in Russia, uno in Corea, una è una web serie uscita su Snapchat (!), due sono usciti a festival e poi mai distribuiti, ma il totale è diciotto.
Ha vinto lui. Li ha girati (per lo più prodotti) tutti.
Non è stato il primo a farlo, ma negli ultimi anni li fa quasi soltanto lui. Non è un trend, e non è per forza un trucco per risparmiare: è una vera e propria missione ideologica. Un linguaggio di cui si è fatto profeta e ambasciatore principale. Il suo personalissimo Dogma.
E non sono nemmeno tutti orribili!
L’anno scorso c’è stato il successo virale di War of the Worlds, una delle esperienze più incredibili della stagione.
Questo Mercy – Sotto accusa, che per l’occasione sceglie di non essere formalmente rigoroso per maggiore accessibilità, compie un salto di ambizione e ingaggia due superstar ancora (per poco?) credibili: Chris Pratt e Rebecca Ferguson.
SIGLA!
La premessa di Mercy è ambientata in un futuro in cui per snellire i processi li si fa gestire all’Intelligenza Artificiale.
Non ha il minimo senso, eh? Dovete mettervici il cuore in pace fin da subito.
L’idea è che se facessimo digerire a un megacomputer potentissimo tutte le informazioni di un caso e gli permettessimo di accedere alla qualsiasi dandogli poteri di intrusione su telefoni dispositivi e bazze varie, lui se ne uscirebbe con un’analisi plausibile molto più velocemente di quanto farebbe un umano e trarrebbe le sue conclusioni. E fin qui ok.
Nessuno pretende che l’AI abbia sempre ragione indiscutibile, e in più penso che Bekmambetov abbia letto/visto Minority Report, per cui viene messo anche qualche paletto tipo che vieni considerato colpevole se l’AI calcola di essere sicura almeno all’80%. E fin qui ok.
Ma a quel punto, come spiega con orgoglio proprio uno slogan della pubblicità del Programma Mercy, “sei colpevole fino a prova contraria”. Che affermazione controversa e intrigante! Quante discussioni in famiglia che scatenerebbe!
E qui il bello: la prova contraria la devi trovare tu, in un’ora e mezzo, seduto legato a una sedia, con l’aiuto di un giudice virtuale interpretato da Rebecca Ferguson. Senza avvocato, e con tutta la pressione del caso – e pure la distrazione di Rebecca Ferguson, in alcuni casi.
Questo fa scappar da ridere ma va accettato, se no non c’è il film: il film è “Chris Pratt ha un’ora e mezzo per salvarsi dalla pena di morte, stando seduto e potendo contare solo sull’aiuto del computer” (non c’entra niente con La finestra sul cortile a parte appunto il fatto che lui sta seduto un’ora e mezzo, ma il titolo del pezzo mi è balzato in testa all’improvviso e mi ha fatto ridere così) (non c’entra niente neanche Chi vuol essere milionario, anche se in effetti a un certo punto, oltre all’aiuto del computer, lui chiede pure l’aiuto da casa).
Chris Pratt sta 90 minuti così, non scherzo
Bisogna concedere a Bekmambetov un po’ di cose.
Prima di tutto che, a forza di girare film in ScreenLife, come rende ultradinamico lui il muoversi tra finestre e cartelle su uno schermo non c’è nessuno. È il suo campo di gioco. È la sua specialità. È un drago, e solo il futuro ci dirà se questa sua skill sarà utile anche al di là delle sue ossessioni.
Poi gli va concesso che imprime ai suoi film un ritmo della stramadonna: Mercy, pur avendo un protagonista costantemente seduto, viaggia a rotta di collo e non ha un secondo morto. Fossero tutti così i film. Il film contiene action tradizionale, ripresa da telefonini, droni e webcam sul cortile (ci sono eh, non è che ho mentito), ma il resto è Chris Pratt che urla comandi vocali tra un file e l’altro, e la tensione non scende mai.
I beat del bravo sceneggiatore sono tutti al posto giusto: la premessa drammatica, il conto alla rovescia inarrestabile, la situazione che precipita e sembra peggiorare, il momento di pessimismo cosmico, lo spiraglio di speranza impossibile, i colpi di scena, e la corsa contro il tempo verso il twist “imprevedibile” (metterei molte più virgolette di così, in realtà a un certo punto le possibilità si riducono di numero e tra di esse soltanto una ha senso come soluzione emozionante). Scatta tutto a orologeria.
La sostanza, ovvero i fatti che ci trasportano da un’emozione all’altra, è ovviamente tutt’altro discorso: questa roba è scema forte, assolutamente terra terra, e spesso forzata in modo esilarante. Bekmambetov è uno che punta al sodo: ha la mano tutt’altro che raffinata e non gli interessa. Altro che il Liam Neeson medio: tra un maccosa e l’altro, si arriva in territorio War of the Worlds alla velocità della luce.
Rebecca Ferguson sta 90 minuti così, non scherzo
C’è un lato del film prettamente nerd che nelle mani di qualcuno capace avrebbe trasformato Mercy in un film della madonna: vedere un tizio capace di risolvere un intricato mistero stando seduto immobile e sfruttando unicamente i potenziali della tecnologia è un’emozione sinceramente rara. Il personaggio di Chris Pratt è a sua volta un detective, e guarda caso proprio quello che aveva spinto per la creazione del programma Mercy: questo ovviamente aiuta la trama a non essere troppo implausibile, ma soprattutto permette al film di mostrare sia il lato negativo che positivo delle innovazioni informatiche. Questo non è War Machine che combatte i droni laser con la ruspa perché non sia mai, signora mia, che osiamo inventare qualcosa di più avanzato di quello che c’era quando eravamo bambini: Mercy, nelle intenzioni, mette in guardia sui limiti della tecnologia ma vuole anche fomentare quando viene usata a fin di bene.
Però la storia procede a colpi di personaggi elementari, dialoghi imbarazzanti e maccosa continui, e per sfiga il punto più debole è proprio tecnologico – potenziale segno che questo script magari era vecchiotto e solo dopo è stato aggiornato menzionando l’Intelligenza Artificiale. La povera Rebecca Ferguson, in un ruolo che si è visibilmente pentita di avere accettato dopo 20 minuti, interpreta un’AI scritta come se fosse Spock di Star Trek: uno pseudo-umano che trattiene i sentimenti ma, sul più bello, dimostrerà di averne. Ridicola anche la decisione di appiopparle qualche gap di conoscenza pur di rimarcare ogni tanto la differenza tra macchine e umani: com’è possibile che abbia a disposizione la conoscenza di mezzo mondo per risolvere complessi casi di omicidio, ma se Chris Pratt dice “sto pensando a voce alta” lei va in tilt perché la definizione da dizionario di “pensare” si contraddice con “a voce alta”? Roba che manco Robby il robot.
Ice Cube tutta la vita, ma apprezzo lo sforzo
Siete come me e War of the Worlds è stata una delle esperienze più spettacolari dell’anno scorso?
Mercy gioca lo stesso identico campionato: magari i guizzi non hanno gli stessi picchi e Chris Pratt – nonostante si impegni fortissimo – non ha un’unghia del magnetismo naturale che ha Ice Cube anche quando è fuori ruolo, ma i momenti divertenti abbondano, e se non altro ha la decenza di procedere a tavoletta, privilegiare la ricerca del rollercoaster di emozioni sopra a qualsiasi altra cosa e mandare tutti a casa dopo un’ora e 40. Mancherà qualche ingrediente, ma le priorità sono giuste.
Streaming-quote con rima in omaggio:
“Questo Mercy non è male a vedersi”
Nanni Cobretti, i400calci.com
Dove guardare Mercy – Sotto accusa