di
Federico Fubini

Il numero uno di BlackRock, il gestore più grande al mondo: non è necessario un cambio di regime

Larry Fink è fondatore e amministratore delegato di BlackRock, di gran lunga la maggiore società al mondo di gestione del risparmio con 14 mila miliardi di dollari in gestione. Ha parlato al “Corriere della Sera” durante una sua visita in Italia ieri.

La sua lettera annuale raccomanda investimenti a lungo termine, ma vediamo una volatilità che aumenta. Motivi di preoccupazione riguardo a un potenziale momento di rottura nei mercati finanziari?
«Il potenziale di una rottura c’è sempre. Negli ultimi 120 anni ci sono state due guerre mondiali, pandemie, crisi finanziarie. Ma nel lungo periodo, è meglio essere nel mercato piuttosto che tenere i soldi su un conto. Non c’è dubbio che stiamo assistendo a cambiamenti molto grandi nel mondo di oggi e ciò crea incertezza. Nell’incertezza io vedo delle opportunità. Non dirò certo che non possano esserci rotture, ma non sono motivi per nascondersi. Quello che credo sia più importante di qualsiasi timore è che le famiglie e le aziende italiane hanno oltre duemila miliardi di euro in contante e depositi che non generano alcun rendimento».



















































Cosa intende?
«Mi preoccupa che gli italiani non stiano crescendo con il loro Paese. Tenere i soldi su un conto significa che hai sottoperformato. Non sei cresciuto con l’economia mondiale. E penso che questa sia una delle più grandi differenze tra coloro che hanno avuto buoni risultati negli ultimi 25 anni e quelli che non li hanno avuti. Coloro che hanno investito, forse per inconsapevolezza o forse perché non avevano paura dei momenti di rottura, ne hanno beneficiato. Ripensi a vent’anni, fa un anno o due prima della crisi finanziaria. Poco dopo i mercati sono crollati del 30%. Se uno avesse messo i suoi soldi nei mercati italiani nel 2006, avrebbe moltiplicato i suoi soldi iniziali di 2,4 volte. Se invece uno avesse tenuto i soldi sul proprio conto per gli ultimi vent’anni, avrebbe guadagnato il 27%: poco più di un rendimento annuale dell’1%. Quindi, sì: negli ultimi 20 anni, abbiamo avuto la crisi finanziaria, il COVID, e quell’investitore comunque ha guadagnato 2,4 volte i suoi soldi iniziali».

Vuole dire che non si dovrebbe avere una visione di breve in momenti di tensione come questo?
«Certo. Ad esempio, sull’Iran non so quale sarà l’esito. Non lo sa nessuno. Anche nel 2021 nessuno conosceva l’esito del COVID. Ma come esseri umani, tendiamo a risolvere le cose. Mi pare sia più probabile che si giungerà ad una qualche forma di neutralizzazione o cessazione della guerra in Iran. E se l’Iran viene riammesso nel mondo, senza sanzioni, è più probabile che il prezzo del petrolio sia a 40 dollari. La minaccia è un petrolio a 150 dollari e magari lo sarà per i prossimi tre anni. Sarebbe un brutto risultato. Ma verosimilmente c’è una probabilità maggiore che nel tempo che i prezzi dell’energia scendano. Se vedi anche come l’intelligenza artificiale (Ai) cambierà tutto, di nuovo, c’è una probabilità maggiore che attraverso l’Ai la velocità della scienza acceleri. Che acceleri le possibilità della fusione nucleare. E se avessimo la fusione, pensi all’abbondanza di energia. A quel punto molto meglio essere investiti, piuttosto che preoccuparsi della prossima rottura. Per me, il breve termine sta limitando troppi italiani, troppi europei, troppi americani».

Lei sull’Iran parla di “neutralizzazione”. Vuole dire che a un certo punto l’Iran sarà riammesso nell’economia mondiale?
«Il mondo accoglierebbe un Iran stabile, un Iran che non esporta terrorismo. E non è necessario un cambio di regime, ma un Iran che si concentri sui suoi cittadini. Ne parlavo con uno dei leader del Medio Oriente. Mi ha detto che nel 1979 l’Iran era un Paese di enorme ricchezza. Il tenore di vita degli iraniani era molto alto, più di quello di Qatar, Kuwait, Abu Dhabi, Arabia Saudita. Oggi c’è un enorme divario, ma rovesciato. Questo descrive il regime e la sua corruzione nei confronti del proprio popolo. Come può un Paese che ha tanta ricchezza trattare così il proprio popolo?».

Nella lettera lei dice che “il vecchio modello del capitalismo globale si sta fratturando. I Paesi stanno spendendo enormi somme per diventare autosufficienti su energia, difesa, tecnologia”. Ora ci sono anche le tensioni sui prezzi di petrolio e gas. Quanto pensa che tutto ciò spinga l’inflazione?
«Per molti anni, uno degli aspetti principali della globalizzazione era il suo essere molto deflazionistica. Dobbiamo ammettere che sì, è stata molto deflazionistica, ma al prezzo che parti della società sono state lasciate indietro. Attraverso la globalizzazione siamo anche diventati troppo dipendenti da fonti esterne per chip, terre rare, energia. È semplicemente il modo in cui oggi funziona la società, non deve fare paura. Oggi riflettiamo su quanto probabilmente sia irresponsabile essere tanto dipendenti da fonti straniere. C’è una tendenza a rifocalizzarsi per assicurarci di dipendere meno dall’estero per beni strategici. Nel breve, ciò significa che costruiremo le nostre fabbriche, possederemo le nostre miniere e ciò è inflazionistico. Ci stiamo allontanando da una globalizzazione fondata sul principio del prezzo più basso, per ricercare dipendenze più domestiche che internazionali. È il costo di avere linee di approvvigionamento nazionali più forti».

Ma quanto spingerà tutto ciò l’inflazione?
«Alla lunga, al contrario, potrebbe essere deflazionistico perché stiamo creando ridondanze. Nel breve, è molto inflazionistico. Allo stesso tempo stiamo assistendo alla trasformazione della tecnologia: l’intelligenza artificiale spinge in direzione opposta. Quindi non posso dire se la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento e il suo impatto saranno alla fine così inflazionistici quanto avrebbero potuto essere, perché l’intelligenza artificiale, come macro trend, sta sta cambiando il modo in cui facciamo le cose».

Sull’energia, lei parla di pragmatismo: abbiamo bisogno di tutte le fonti, invece di scommettere solo su rinnovabili o solo su fossili o forse solo su nucleare?
«Abbiamo bisogno di tutto».

Cosa significa?
«Con l’avvento dell’Ai, il fondamento della tecnologia sono gli elettroni. Gli elettroni sono prodotti dall’energia. E quando si vuole essere in prima linea nell’Ai, la necessità di energia diventa sempre maggiore. Per i Paesi che hanno idrocarburi come gli Stati Uniti ciò rappresenta un vantaggio, soprattutto per l’abbondanza di gas. Ma negli Stati Uniti abbiamo carenze di energia, perché la rete è inadeguata. Come in Europa, abbiamo sottovalutato il tema delle reti. Quindi, considerato quanta energia consuma l’Ai, avremo bisogno di tutte le diverse fonti. Incluso il solare».

Le rinnovabili non portano a una certa dipendenza dalla Cina?
«Oggi gran parte delle batterie e dei pannelli solari sono fatti in Cina. Se vogliamo davvero assicurarci di diventare più resilienti, dobbiamo lavorare con aziende cinesi per costruire quei prodotti qui in Europa e negli Stati Uniti. Oppure dobbiamo farli noi stessi. I pannelli solari dovrebbero essere costruiti in Europa, inclusa l’Italia. E così le batterie di accumulo».

La navigazione sta diventando un problema e non solo a Hormuz, ma anche nel Mar Rosso e potenzialmente lo Stretto di Taiwan. Vari paesi limitano l’export di carburanti, poi ci sono le tariffe. È possibile tornare al mondo di prima?
«Nonostante tutto, stiamo migliorando. Gli stili di vita stanno ancora migliorando. Pensiamo allo smartphone. Possiamo immaginare la nostra vita senza? Lo smartphone è stato creato nel 2012, è stato ampiamente adottato nel 2015. Pensi a come il mondo si è trasformato grazie allo smartphone. Capisco tutti i problemi che lei ricorda, ma credo anche che la globalizzazione non sia morta. Sta evolvendo. Non significa importare tutto ciò di cui si ha bisogno: ci sono alcuni asset legati alla sicurezza nazionale che devono essere protetti a livello domestico».

Ma non trova che le incertezze oggi siano particolarmente acute?
«Sì, ci sono incertezze, sia che si tratti del Canale di Suez o di Hormuz o del Mar Cinese. Abbiamo avuto problemi in passato e alla fine troviamo sempre soluzioni. Ma ciò mostra semplicemente perché è necessario avere più alleati, più protezioni per assicurarci di non subire impatti. Pensi alla Cina: ha esportato più lo scorso anno che in qualsiasi altro momento della storia, con un surplus di 1,2 trilioni di dollari».

La Cina sta ancora beneficiando della globalizzazione?
«Non si può dire che la globalizzazione sia morta. Sta evolvendo e cambiando. Ora il 25% degli smartphone di Apple è prodotto in India e probabilmente arriverà al 50%. Va bene. Ma dobbiamo pensare ad avere più resilienza. Credo davvero abbia senso parlare di stabilire impianti produttivi vicino o all’interno dei nostri Paesi. Lo si può fare con sempre più produzioni, grazie all’Ai e all’automazione».

Il Giappone è un potenziale modello per l’Italia e l’Europa, da questo punto di vista?
«Il Giappone ha salari in aumento per la prima volta da trent’anni. Allo stesso tempo, sta utilizzando più robot. Paesi come l’Italia e il Giappone, che hanno popolazioni in calo, avranno meno problemi sociali e più coesione se si adatteranno e utilizzeranno più robotica e Ai. Il Giappone dovrebbe essere il Paese che adotta l’Ai e la robotica più velocemente di qualsiasi altro: così sarà possibile aumentare i salari più rapidamente pur con meno persone al lavoro».

Come vede l’automazione in una società tradizionale e in invecchiamento come il Giappone, l’Italia o l’Europa?
«Un leader del Medio Oriente mi ha detto: ‘Non voglio più vedere un essere umano al volante di una auto . Ma ho bisogno di più lavoratori’. È una metafora di ciò che potremmo fare, ma richiede che i governi abbiano un piano. È positivo se tutto questo viene progettato e pianificato correttamente. Incute timore a quegli uomini e donne che credono che un lavoro tradizionale possa essere la loro unica fonte di reddito. Ma come possiamo avanzare rapidamente? L’unica cosa che non vogliamo vedere è che qui in Europa, in Italia o negli Stati Uniti le persone siano spaventate e rallentino il cambiamento, e poi a vincere sia la Cina».

Lei osserva che vediamo una divergenza nelle economie tra vincenti e perdenti, e l’Ai probabilmente la alimenta.
«Abbiamo un’economia a forma di K, ma oggi l’innovazione, grazie alla tecnologia, può nascere anche in un garage. Quindi penso che vedremo una polarizzazione: grandi aziende che cresceranno sempre di più e una parte mediana che si assottiglierà. Ma nella maggior parte dei casi, l’innovazione inizia con piccole aziende, perché sono disposte a rompere gli schemi. E credo che l’Ai trasformerà i processi industriali. Arriverà anche dalle grandi aziende, certo. Ma le trasformazioni possono partire inizialmente su scala molto piccola».

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26 marzo 2026 ( modifica il 26 marzo 2026 | 22:00)