Si sta delineando una divergenza tra Stati Uniti e Israele, per la prima volta dall’inizio della guerra in Iran: Donald Trump dà segnali di voler chiudere il conflitto in tempi rapidi, mentre per Benjamin Netanyahu è ancora troppo presto perché la demolizione del potenziale offensivo iraniano non è conclusa.
Per capire ciò che influisce sul presidente americano bisogna seguire il dibattito in casa sua. Nella destra Usa fin dall’inizio questo intervento militare ha suscitato una robusta opposizione, che non accenna a placarsi.
Per avere un’idea di quanto Donald Trump abbia deluso e spaventato una parte dei suoi con la guerra in Iran, è emblematico l’attacco sferratogli da Oren Cass: uno dei giovani economisti più autorevoli in quel mondo «America First» che invece sostiene vigorosamente i dazi e il protezionismo.
Il sito di destra American Compass ospita un intervento di Cass che demolisce questa guerra sotto tutte le angolature. Secondo l’economista trumpiano è sbagliata se si trasforma in un pantano militare, è sbagliata se provoca una recessione globale, ed è sbagliata persino nel caso in cui il regime iraniano dovesse crollare rapidamente. In tutti gli scenari, sostiene l’autore, il presidente avrebbe privilegiato una logica imperiale rispetto agli interessi concreti dei cittadini americani.
Per comprendere la sua critica, Cass invita a tornare indietro di oltre trent’anni, alla fine della Guerra fredda. In quel momento storico gli Stati Uniti si trovano in una posizione senza precedenti: unica superpotenza globale, con la capacità di plasmare l’ordine internazionale. Da quel contesto nasce una dottrina bipartisan, condivisa da repubblicani e democratici, che assegna a Washington una missione quasi universale: garantire stabilità, promuovere la democrazia, difendere il libero mercato, intervenire dove necessario per prevenire conflitti o riequilibrare crisi.
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Già nei primi anni Novanta, sotto la presidenza di George H. W. Bush, questa visione viene formalizzata in documenti strategici che attribuiscono agli Stati Uniti una «responsabilità preminente» nel mantenere l’ordine globale. Bill Clinton, poco dopo, consolida questa impostazione parlando dell’America come «nazione indispensabile». Parallelamente, il pensiero neoconservatore elabora una giustificazione teorica ancora più esplicita: gli Stati Uniti non solo hanno il diritto, ma il dovere di guidare il mondo, diffondendo libertà politica e capitalismo.
È questa visione che l’autore definisce una forma di impero. Un impero che si presenta come benevolo, ma comporta costi elevati e spesso nascosti. Per sostenere la globalizzazione e l’ordine liberale internazionale, gli Stati Uniti hanno accettato compromessi pesanti: deindustrializzazione di alcune aree interne, crescente disuguaglianza, attenzione prioritaria a crisi lontane rispetto ai problemi quotidiani delle famiglie americane.
Secondo Cass è proprio il fallimento di questa strategia a spiegare l’ascesa politica di Trump. Il trumpismo nasce come reazione a decenni di politiche percepite come distanti dagli interessi della classe media americana. Prometteva un ritorno a una politica estera più restrittiva, concentrata sugli interessi nazionali, meno incline a interventi militari e a missioni globali.
E invece, sostiene l’articolo, la guerra contro l’Iran rappresenta una clamorosa inversione di rotta. Trump finisce per adottare esattamente quella logica che aveva criticato: anteporre la proiezione di potenza globale agli interessi domestici. Non è una deviazione, è una continuità inattesa con l’establishment che aveva promesso di smantellare.
L’autore ricorda di aver già messo in guardia contro un intervento in Iran, sottolineando come non esistano solide ragioni per credere che un’azione militare americana possa produrre risultati positivi in tempi ragionevoli. Al contrario, le risorse degli Stati Uniti – materiali e politiche – dovrebbero essere concentrate su priorità interne e sul rafforzamento delle alleanze esistenti, oggi fragili.
Come ogni guerra, anche questa comporta un costo immediato in termini di vite umane, distruzione e instabilità. Proprio per questo, argomenta Cass, il ricorso alla forza dovrebbe essere l’ultima opzione, preceduta da un ampio dibattito pubblico, da una chiara giustificazione strategica e da un consenso politico solido. Nulla di tutto questo è avvenuto nel caso iraniano. La decisione è apparsa improvvisa, priva di una base di consenso interno, e quindi destinata a indebolire la credibilità americana nel lungo periodo.
C’è poi il rischio, tutt’altro che teorico, di un’escalation. Le operazioni rapide e limitate condotte in passato hanno forse alimentato nella Casa Bianca l’illusione che sia possibile intervenire militarmente senza conseguenze durature. Ma il conflitto con l’Iran è diverso: è uno scontro tra attori capaci di colpire e reagire, e che mantengono il controllo sui tempi e sulle modalità dell’escalation.
L’esito più probabile non è il collasso del regime iraniano, ma la sua sopravvivenza accompagnata da una radicalizzazione ulteriore. Un regime sotto attacco tende a irrigidirsi, a reprimere con maggiore durezza il dissenso interno, a mobilitare il nazionalismo contro il nemico esterno.
Un altro elemento cruciale riguarda l’energia. Il Medio Oriente resta il cuore del sistema energetico globale, e l’Iran controlla lo Stretto di Hormuz. Da decenni gli analisti prevedono che, in caso di conflitto, Teheran può bloccare questo passaggio strategico, riducendo drasticamente l’offerta mondiale di petrolio e gas. È uno scenario che ora si sta materializzando, con conseguenze immediate sui prezzi e sull’inflazione.
L’aumento dei costi energetici colpisce direttamente i consumatori americani, contraddice la promessa di migliorare il potere d’acquisto delle famiglie. Ma gli effetti vanno oltre: prezzi elevati dell’energia ostacolano gli investimenti industriali, rallentano la produzione, mettono a rischio la strategia di reindustrializzazione che l’amministrazione aveva indicato come prioritaria.
Sul piano internazionale, la crisi energetica indebolisce anche gli alleati degli Stati Uniti, in particolare quelli più dipendenti dalle importazioni di petrolio dal Golfo. Paesi come il Giappone si trovano improvvisamente esposti a rischi economici maggiori, mentre le relazioni diplomatiche vengono complicate dalla guerra. Perfino i grandi dossier strategici – come il dialogo con la Cina – vengono rinviati o messi in secondo piano.
A tutto questo si aggiunge il costo finanziario diretto del conflitto. Le stime iniziali parlano di centinaia di miliardi di dollari, una cifra che solleva interrogativi sulla sostenibilità e sulle priorità di spesa. Ogni dollaro investito nella guerra è un dollaro sottratto ad altre esigenze: infrastrutture, sanità, istruzione, innovazione tecnologica.
Cass richiama la necessità di un’autorizzazione del Congresso per avviare un conflitto. Questo meccanismo serve a garantire che decisioni così gravi siano sottoposte a un controllo democratico e a una valutazione collettiva dei costi. Saltare questo passaggio significa indebolire la legittimità dell’azione e aumentare il rischio di errori strategici.
C’è infine un costo meno visibile ma altrettanto importante: quello dell’attenzione politica. La presidenza americana dispone di un capitale limitato di tempo, energie e priorità. Quando scoppia una guerra, tutto il resto passa in secondo piano. Riforme economiche, politiche sociali, innovazione, immigrazione: ogni dossier viene congelato o rallentato. È il prezzo dell’«overstretch», dell’eccessiva dispersione di risorse su scala globale.
Secondo Cass la giustificazione della guerra si basa spesso su un ragionamento circolare: mantenere l’egemonia globale è necessario per difendere gli interessi americani, e quindi ogni azione che rafforza l’egemonia è automaticamente giustificata. Ma questo schema, osserva, non dimostra in che modo tali interventi migliorino concretamente la vita dei cittadini. In questo quadro, la posizione dei neoconservatori assume un valore simbolico. Figure che in passato avevano criticato duramente Trump per la sua imprevedibilità e incompetenza in politica estera, oggi sostengono la guerra. È una convergenza che rivela una continuità profonda tra il trumpismo e l’establishment che pretendeva di sostituire. Non è Trump ad essersi spostato: è il sistema di idee dominante che lo ha riassorbito.
La guerra contro l’Iran non è solo un errore strategico contingente. È il segno di una scelta più profonda: continuare a investire in un modello di leadership globale che molti americani avevano già respinto. Se questa scelta dovesse rivelarsi fallimentare, il prezzo non sarà solo economico o militare, ma anche politico e culturale.
26 marzo 2026, 15:27 – modifica il 26 marzo 2026 | 22:18
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