di
Monica Ricci Sargentini

Intervista all’ex sindaco di Istanbul che rischia migliaia di anni di carcere: «Erdogan mi teme e per questo ha allontanato il Paese dallo Stato di diritto»

«Mi hanno messo in carcere, ma non ho perso la speranza: non possono ignorare la volontà del Paese». Dalla prigione di Silivri, l’ex sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu parla da detenuto ma soprattutto da candidato alle presidenziali del 2028. L’uomo che ha battuto per tre volte gli uomini dell’Akp, umiliando Recep Tayyip Erdogan nella sua amata città, oggi affronta imputazioni che, sommate, valgono migliaia di anni di carcere. Le respinge tutte e in quest’intervista esclusiva al Corriere della Sera accusa: «L’attuale presidente per paura di perdere il potere ha trasformato gli avversari politici in prigionieri e ha allontanato la Turchia dallo Stato di diritto».

Lei è in carcere da più di un anno con accuse che definisce politicamente motivate. Crede ancora di poter avere un processo equo?



















































«Vorrei che questo processo diventasse un punto di svolta per il ripristino dello Stato di diritto in Turchia. La mia fiducia non si basa soltanto sulle decisioni dei tribunali ma sulla coscienza di questo Paese, sul senso di giustizia dei cittadini e su una tradizione democratica che nella nostra storia ha saputo rinnovarsi più volte. La giustizia non riguarda solo l’oggi, ma anche il domani. Se perdiamo fiducia nella giustizia oggi, perdiamo anche la forza di ricostruirla in futuro. Se ciò che stiamo vivendo contribuirà a costruire una democrazia più forte e un sistema giudiziario più indipendente, allora potrò dire che questo prezzo non è stato pagato invano».

Dal carcere, come descriverebbe lo stato della democrazia in Turchia?

«Come spiega Samuel Huntington la democrazia non avanza in modo lineare: si diffonde per fasi, può arretrare e subire battute d’arresto. In Turchia stiamo vivendo una fase di regressione democratica: indebolimento della separazione dei poteri, forti dubbi sull’indipendenza della magistratura, restringimento dello spazio per la libertà di espressione. Ma esiste ancora un forte potenziale per tornare a una normalità democratica. Sta nella società: nei giovani che chiedono libertà, nelle donne che lottano per l’uguaglianza, nei cittadini che cercano giustizia. Il compito oggi è non accettare questa regressione, ma superarla. La Turchia può tornare a essere una democrazia forte solo ristabilendo l’indipendenza della magistratura, rafforzando le istituzioni e garantendo la libertà di espressione. Vedo questo momento non come una fine, ma come una soglia. Se sapremo affrontarlo, raggiungeremo un livello democratico ancora più alto».

Considera ancora Erdogan un rivale politico legittimo?

«In politica la legittimità dipende da due fattori: il rispetto della legge e il riconoscimento da parte della nazione. La democrazia non si riduce alle sole elezioni ma richiede una magistratura indipendente, una stampa libera, una società civile autonoma e una responsabilità verso i cittadini. Purtroppo l’attuale leadership ha fallito su entrambi i piani. Non solo ha ignorato le regole della democrazia, ma per mantenere il potere ha di fatto dichiarato guerra alla democrazia, alla giustizia e allo Stato di diritto. La regressione che vediamo oggi non è colpa del Paese o del suo popolo, ma di un governo che teme elezioni libere, teme il controllo e teme la volontà dei cittadini».

Milioni di persone la considerano ancora un potenziale candidato alla presidenza.Lei correrà? E che Turchia immagina?

«Un anno fa 15,5 milioni di cittadini mi hanno scelto come candidato alle primarie del mio partito. La mia candidatura continua. Ritirarmi non è un’opzione. La mia detenzione non mi impedisce di candidarmi. Ciò che viene messo in discussione è il mio diploma universitario, conseguito trentacinque anni fa. Se questa ingiustizia dovesse passare, milioni di persone diventeranno Ekrem Imamoglu e queste manovre falliranno. Non chiediamo un’opportunità: rivendichiamo ciò che ci spetta. Immagino una Turchia democratica, fondata sullo Stato di diritto, con una stampa libera e cittadini che possano esprimersi senza paura».

Erdogan ha inasprito la sua retorica contro Israele ma poi dipende dalla protezione della Nato ed è alleato dell’Occidente. Come giudica questa politica?

«Con rammarico devo dire che il governo è colomba all’estero e falco all’interno. Assistiamo a una politica che usa le crisi internazionali per rafforzare il controllo interno, aumentare la polarizzazione e consolidare il potere. La retorica dura contro Israele va letta anche in questo contesto. Naturalmente le violenze a Gaza vanno condannate senza esitazione. Ma esiste anche un problema di sincerità: mentre si usano toni duri in pubblico, non si vede la stessa trasparenza nei rapporti economici. La politica estera non dovrebbe essere uno strumento per distrarre l’opinione pubblica dalle ingiustizie interne. Eppure è quello che sta accadendo».

Che messaggio manda ai leader europei che continuano a collaborare con Ankara nonostante le preoccupazioni per lo Stato di diritto e le libertà politiche?

«La Turchia non è solo un partner strategico: è un Paese candidato all’Unione europea. Ridurre il rapporto a sicurezza o migrazione è un errore. Ai Paesi dell’Unione europea dico: collaborate con Ankara, ma non ignorate la regressione democratica. Se oggi si chiudono gli occhi sullo Stato di diritto, domani questi problemi diventeranno crisi più gravi. La Turchia è parte dell’Europa. I rapporti devono basarsi su valori condivisi: diritti umani, democrazia, Stato di diritto. I governi passano, la Turchia resta».

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26 marzo 2026 ( modifica il 26 marzo 2026 | 23:25)