Bologna, 26 marzo 2026 – Vent’anni fa, era il 2006, la fama di Banksy crebbe vertiginosamente, portando il “rispettato street artist“ a divenire un artista contemporaneo di fama internazionale. E prima? Cosa faceva Robin Gunningham – visto che ora pare sia stata svelata la vera identità – nella città di Bristol dove è nato nel 1973?

Nelle foto una delle sale della mostra Banksy Archive 01 - The School of Bristol (1983-2005), a Bologna, Palazzo Fava

Nelle foto una delle sale della mostra Banksy Archive 01 – The School of Bristol (1983-2005), a Bologna, Palazzo Fava

La mostra a Palazzo Fava fino al 2 agosto

Camminando – dal 27 marzo fino al 2 agosto –, per le sale espositive di Palazzo Fava a Bologna, possiamo scoprirlo con la mostra Banksy Archive 1 – The School of Bristol (1983-2005) che ci porta a vedere da vicino la scena culturale che l’ha nutrito, quella della graffiti art (emerge un giovane Robert Del Naja, poi frontman dei Massive Attack, che allora si chiamava 3D e che nel 1983 portò il writing a Bristol dopo un viaggio a New York), attraverso oltre 300 opere tra fotografie che documentano le gesta delle crew cittadine, art work degli artisti, documenti: tra i più significativi, una lettera del 1998 firmata da Banksy stesso con il nome di Robin Banks. Ancora, copertine di dischi di Banksy (tra cui Out of Time e Think Tank per i Blur), e sue cover di libri (And the Ass Saw the Angel per Nick Cave) e i suoi iniziali “vagiti“, per così dire, dove spicca la primissima pittura spray e stencil Fishbone del 1996 su un muro del quartiere Barton Hill.

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Nelle foto una delle sale della mostra Banksy Archive 01 – The School of Bristol (1983-2005), a Bologna, Palazzo Fava

Collezione frutto del lavoro svolto dai curatori Marziani e Antonelli 

Insomma: “non un’altra mostra su Banksy”. Siamo di nuovo in un palazzo del circuito Genus Bononiae, lo stesso che nel 2016 promosse la mostra Street Art. Banksy & Co. a Palazzo Pepoli, coi famosi strappi delle opere di Blu che tanto suscitò polemiche. Ma qui ci muoviamo in un territorio differente: la collezione che viene esposta per la prima volta è frutto, con la produzione di Opera Laboratori, del lavoro di quattro anni svolto dai curatori Gianluca Marziani e Stefano Antonelli. I curatori sono tra i fondatori di Fondazione Archivio Banksy, e la loro scelta è quella di esporre la prima sezione di un archivio immenso; la seconda sezione, che tratta gli anni 2006-2009, forse diventerà un’altra mostra.

Un percorso denso

Un percorso denso – questo a Palazzo Fava – che ricostruisce e restituisce la dimensione corale di una storia “in cui il celebre artista non appare come un fenomeno isolato, ma come il risultato di una genealogia culturale complessa” e che conduce fino all’ultima sala, quella delle stampe di Banksy del 2004 (Girl with Baloon, Napalm, Love Rat, Gangsta Rat, Pulp Fiction, D-Face Tenners) e del viaggio in Palestina nel 2005.

32 sezioni

Le 32 sezioni sono state curate da artisti che negli anni sono stati al fianco di Banksy o ne hanno influenzato il percorso: tra loro John Nation, Kye Thomas, Richard Jones, Christopher Chalkley, Tom Bingle – aka Inkie – e Felix Braun. Gli ultimi due sono arrivati a Bologna arricchendo la narrazione dal vivo. Impossibile non domandare loro che hanno conosciuto “the artist“ fin dall’inizio, se ci sia stato un patto nel non diffondere il vero nome e se secondo loro qualcosa, ora, cambierà per Robin Gunningham.

“E’ normale che Banksy abbia tenuto nascosta la sua identità”

“Innanzitutto – risponde Braun, soprannominato “il Vasari di Bristol“ per la sua conoscenza della storia dell’arte cittadina – è normale che Banksy abbia mantenuto nascosta la sua identità, è un diritto che ha, come tutti”. E prosegue: “Volevano un nome e ora che l’hanno ottenuto, così pensano, speriamo che lascino fare a Banksy quello che deve fare un artista, ovvero parlare attraverso la sua arte”. Aggiunge Paul Gough, professore alla Arts University di Bournemouth, parte del comitato scientifico: “Questa ossessione per Banksy – afferma – è un ostacolo che impedisce di focalizzare davvero i messaggi della sua arte. Messaggi che non sono mai stati facili, che sono complessi e scomodi, pure se riescono a parlare a milioni di persone. Quindi, perché concentrarsi ossessivamente sulla sua identità?”.