di
Aldo Grasso
In onda sul Nove, il progetto con Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Sara Poma e Marco Damilano, non è una recita, ma una narrazione civile a più voci
Il progetto teatrale Anni Settanta. Terrore e Diritti — prodotto da Be Water Live con Chora e Will, per la regia di Bruno Fornasari — si propone un obiettivo ambizioso: strappare quegli anni complessi alla bidimensionalità della sola cronaca nera, restituendo la complessità di un’epoca schiacciata tra il trauma della violenza politica («gli anni di piombo») e l’euforia delle grandi conquiste civili.
Lo spettacolo non è una recita, ma una narrazione civile a più voci. L’alternarsi sul palco di figure come Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Sara Poma (autori del testo) e Marco Damilano conferisce al racconto una sensibilità sfaccettata, fondendo l’inchiesta giornalistica alla memoria personale e collettiva.
Tutto si gioca sul contrasto antitetico del titolo: accanto al «Terrore» (Piazza Fontana, il rapimento Moro, l’incubo della lotta armata…), viene dato ampio respiro ai «Diritti» (lo Statuto dei Lavoratori, il divorzio, l’aborto, la riforma del diritto di famiglia…).
Lo spettacolo ricorda allo spettatore che l’Italia di oggi è figlia di quel sangue, ma anche di quelle straordinarie spinte progressiste.
Per vivere appieno questa esperienza non c’è luogo migliore del teatro, dove lo spettatore può entrare in totale empatia con i protagonisti e vivere in prima persona la narrazione del dolore e del vissuto biografico (inevitabile e legittimo per Calabresi e Tobagi, entrambi figli di vittime del terrorismo).
Nella versione televisiva (in onda sul Nove) si perde infatti gran parte della carica emotiva che sorregge l’intero racconto.
Essendo uno spettacolo a tappe narrative, strutturato quasi come un «podcast dal vivo» (è iniziata la stagione del visual podcast, che sconta gli stessi difetti della visual radio), rischia in alcuni passaggi di risultare frammentato o troppo didascalico.
La scommessa di tenere insieme la strage di Piazza della Loggia e le canzoni pop dell’epoca richiede allo spettatore continui salti emotivi e razionali.
È uno spettacolo di educazione civica che fa del vissuto personale la sua arma migliore, sacrificando un po’ di profondità politica sull’altare della fruibilità teatrale.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
26 marzo 2026
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