di
Paolo Valentino

Il presidente Usa Donald Trump accusa gli alleati di inazione. Ma il report 2025 presentato dal Segretario Generale dell’Alleanza evidenzia per ogni Paese una spesa media per la difesa pari al 2,77 del Pil

Donald Trump continua a lamentarsi della Nato. Ancora giovedì scorso, il presidente americano si è detto «molto deluso» degli alleati atlantici, che «non hanno fatto assolutamente nulla».

A far infuriare Trump è stato il rifiuto dei Paesi del Patto di unirsi a Stati Uniti e Israele nel conflitto contro l’Iran, con la motivazione «non è la nostra guerra»: «Era un test per la Nato – ha scritto il capo della Casa Bianca su Truth –, ci potete aiutare. Non dovete farlo, non abbiamo bisogno di voi. Ma se non lo fate, ce ne ricorderemo».



















































Eppure, a parte l’Iran dove ha agito senza informare alcun alleato, Trump non ha grossi motivi per lamentarsi. Anzi. Secondo il rapporto annuale della Nato, presentato lo stesso giorno dal segretario generale Mark Rutte, i 32 Paesi dell’Alleanza nel 2025 hanno infatti investito nella difesa il 20% in più dell’anno precedente, pari a 94 miliardi di dollari.

Non solo, per la prima volta dal 2014, l’anno in cui venne fissato al vertice di Cardiff, tutti i membri del Patto hanno raggiunto o superato l’obiettivo di destinare almeno il 2% del Pil alle spese militari

In media nel 2025 ogni Paese Nato ha speso il 2,77% del Pil per la difesa. In totale, sommati i bilanci nazionali compreso quello americano, l’Alleanza ha speso 1.400 milioni di dollari.

Certo, nel frattempo, l’obiettivo è stato alzato al 5% del Prodotto interno lordo. Ma secondo Rutte, quello trascorso è stato un «anno di svolta» e i risultati confermano che l’Alleanza «è sulla giusta strada per centrare» il nuovo target.

Mai avaro di complimenti e lodi verso Trump, l’ex premier olandese ha dato all’Amministrazione Usa il merito di aver spinto gli alleati a darsi una mossa: «Per troppo tempo, europei e Canada hanno fatto un eccessivo affidamento sulla forza militare degli Stati Uniti. Non ci siamo assunti abbastanza responsabilità per la nostra sicurezza. Ora c’è stato un vero cambio di mentalità».

Ci sono tuttavia differenze importanti, nella performance dei 32 Paesi. Il sito Politico ha addirittura assegnato le pagelle: a ottenere il massimo dei voti, un A equivalente a un 10, sono Polonia e Lituania, ampiamente in testa con un bilancio militare pari rispettivamente al 4,3% e al 4% del Pil.

Poco più indietro, con un A-, ci sono Lettonia (3,7%), Estonia (3,4%), Danimarca (3,3%) e Norvegia (3,2). Un B, equivalente a 8-7, lo ottengono Finlandia (2,9%), Grecia (2,8%), Olanda (2,6%), Svezia (2,5%), Germania (2,4%) e Turchia (2,3%).

B ottengono anche gli Stati Uniti, col 3,2% del Pil, ma è un discorso a parte poiché il concetto di spesa militare, da loro, non include cose disparate come negli altri Paesi.

C, cioè 6, ottengono fra gli altri Regno Unito (2,3), Francia (2,1%) e Italia, che insieme a Spagna, Canada e Belgio arriva faticosamente al minimo del 2%.

Rutte però nella conferenza stampa è stato bersagliato di domande, a proposito del suo atteggiamento troppo servile nei confronti di Trump, al quale non manca mai di dedicare lodi sperticate e spesso imbarazzanti, come quando lo definì «paparino».

Anche sulla guerra in Iran, Rutte ha giustificato l’atteggiamento di Trump, col risultato di irritare diverse capitali europee, secondo voci raccolte dal Financial Times.

Rispondendo ai giornalisti, Rutte ha detto che Trump non ha avvisato gli europei «per ragioni di riservatezza» tese a proteggere l’effetto sorpresa della missione.

Sul fondo, Rutte ha detto che «la Nato ha sempre considerato l’Iran una minaccia sia per il programma nucleare sia per quello missilistico» e che «l’operazione americana sta indebolendo entrambi».

28 marzo 2026