Lo storico dell’economia Niall Ferguson non appartiene alla schiera dei pessimisti cronici, eppure oggi evoca lo shock petrolifero del 1973, quello che trasformò una crisi regionale in una recessione globale. La sua tesi è semplice e inquietante: stiamo già percorrendo lo stesso sentiero. Secondo lui lo schema si ripete con una regolarità quasi meccanica.
Prima un’azione militare americana a sostegno di Israele. Poi la reazione dell’avversario — oggi l’Iran — che non si limita al campo di battaglia ma colpisce il cuore dell’economia globale: il petrolio. Infine, quando i mercati iniziano a tremare, arriva il riflesso condizionato della Casa Bianca: rallentare, negoziare, guadagnare tempo.
È una dinamica che Ferguson interpreta con la lente della teoria dei giochi.
Donald Trump non è un leader prevedibile: realizza circa metà delle minacce che pronuncia. Questo basta a renderlo credibile. Ma allo stesso tempo introduce un elemento di instabilità permanente: i suoi avversari non possono sapere quando bluffa e quando no.
In un contesto del genere, la risposta più razionale è quella di reagire sempre, e spesso con maggiore forza. È quello che l’Iran sta facendo. Non solo colpendo obiettivi americani o israeliani, ma allargando il conflitto all’intera regione del Golfo. È una strategia deliberata: trasformare una guerra militare in una crisi sistemica, coinvolgendo infrastrutture energetiche, traffico marittimo, sicurezza delle rotte.
Il punto di svolta è lo Stretto di Hormuz. Non serve chiuderlo completamente: basta renderlo insicuro. I premi assicurativi per le petroliere salgono, le compagnie evitano il passaggio, i flussi si riducono. Il risultato è immediato: una contrazione dell’offerta globale di petrolio. Secondo le stime citate da Ferguson, fino al 10% della produzione mondiale è già fuori mercato.
Qui entra in gioco la memoria storica.
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Nel 1973 Nixon e Kissinger sottovalutarono il potere dei produttori arabi. Pensavano che l’Occidente potesse ancora controllare il mercato energetico. Si sbagliavano. L’embargo petrolifero fece quadruplicare i prezzi e spinse l’economia globale in recessione. Oggi il contesto è diverso, ma la vulnerabilità resta. Anche se gli Stati Uniti sono diventati esportatori di energia, il sistema economico globale è ancora dipendente dal petrolio. E soprattutto è interconnesso: uno shock in Medio Oriente si trasmette rapidamente ovunque.
Ferguson insiste su un punto: gli shock energetici sono tra le cause più frequenti delle recessioni. Negli ultimi tre secoli, circa metà delle recessioni anglo-americane è stata innescata da crisi energetiche.
Il meccanismo è duplice. Sul lato della domanda, l’aumento dei prezzi dell’energia riduce il reddito disponibile delle famiglie e aumenta l’incertezza, frenando i consumi. Sul lato dell’offerta, colpisce le imprese più energivore, riducendo produzione e occupazione. A questo si aggiunge la reazione delle banche centrali, che tendono ad alzare i tassi per contenere l’inflazione, aggravando il rallentamento.
È una tempesta perfetta. E Ferguson avverte che siamo già dentro i suoi primi effetti.
La lista dei danni è lunga e crescente.
La produzione di carburanti raffinati in Asia è in calo. I fertilizzanti diventano più costosi, con effetti sull’agricoltura globale. I metalli critici aumentano di prezzo, creando tensioni nelle catene industriali. Le aziende accumulano scorte per paura di interruzioni, alimentando ulteriormente la pressione sui prezzi.
Anche se la guerra finisse domani, il sistema non tornerebbe subito alla normalità. Servirebbero settimane — forse mesi — per riaprire completamente le rotte energetiche e ripristinare i livelli produttivi. I mercati, nel frattempo, continuerebbero a incorporare l’incertezza nei loro prezzi. Questo è il punto cruciale: non conta solo la durata reale dello shock, ma quella percepita. Se gli operatori temono che la crisi si prolunghi, gli effetti economici si amplificano.
Ferguson introduce qui una seconda analogia: la crisi degli ostaggi del 1979, subito dopo la cacciata dello Scià e nella fase iniziale di quella rivoluzione khomeinista che instaurò la Repubblica islamica. Allora gli ostaggi erano i diplomatici americani a Teheran. Oggi sono le economie del Golfo. L’Iran utilizza la minaccia alle infrastrutture energetiche come leva negoziale. Non deve necessariamente distruggere tutto: basta dimostrare di poterlo fare.
In questo contesto, la scelta di Trump di alternare escalation e diplomazia non è incoerente. È parte di una strategia. Ma è una strategia ad alto rischio. La storia insegna che le guerre iniziano rapidamente e finiscono lentamente. Kissinger impiegò quattro mesi per risolvere la crisi del 1973, e gli Stati Uniti non erano nemmeno direttamente in guerra. Oggi la situazione è più complessa: Washington è parte attiva del conflitto.
Il rischio, secondo Ferguson, è che il sistema globale stia accumulando più shock contemporaneamente. Non solo l’energia, ma anche tensioni nel credito privato, segnali di rallentamento nel mercato del lavoro, incertezze sulla politica monetaria. È la combinazione di questi fattori che nella storia ha prodotto le recessioni.
Qui l’analisi assume una dimensione più ampia. Ferguson cita Tyler Goodspeed: le recessioni non avvengono perché i periodi di crescita «muoiono di vecchiaia», ma perché la crescita economica viene «assassinata». E spesso gli assassini sono molteplici. Come nel romanzo di Agatha Christie «Assassinio sull’Orient Express», tutti hanno un movente. Oggi, sul treno dell’economia globale, i sospetti sono numerosi. L’energia è il principale, non l’unico.
La conclusione è un monito storico. Negli anni Settanta non fu il Watergate a distruggere la presidenza di Nixon, ma lo shock petrolifero. Allo stesso modo, oggi il vero rischio per Trump non è politico ma economico.
La regina del dramma resta sempre la stessa: «Queen Oil». Una sovrana capricciosa, capace di rovesciare governi e destabilizzare economie. Anche in un’epoca di transizione energetica, la dipendenza da petrolio e gas resta. E se la storia ha ancora qualcosa da insegnare, è che quando l’energia diventa arma, le conseguenze non restano mai confinate al campo di battaglia.
(Questo testo è apparso su Global, la newsletter di Federico Fubini: ci si può iscrivere qui)
28 marzo 2026, 08:36 – modifica il 28 marzo 2026 | 09:08
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