L’ex Milan su Gattuso: “A Bergamo mi sono emozionato per l’amico, non solo per l’Italia. Lo ritengo un grande tecnico” 

Massimo Ambrosini venerdì si è emozionato per la vittoria degli azzurri contro l’Irlanda del Nord. La sua è stata un’emozione doppia: da tifoso e da amico di Gattuso. I due hanno vissuto quasi tutta la carriera insieme al Milan, e sono rimasti in stretto contatto anche negli anni successivi. Sono amici… fraterni. Ecco perché Massimo è andato a Bergamo a tifare per Rino: voleva stargli vicino nella partita più importante della sua seconda vita da tecnico. Adesso spera che il ct azzurro completi la sua “missione” martedì sera a Zenica per festeggiare insieme il Mondiale, come Gattuso gli ha promesso.

Ambrosini, si è emozionato per Rino quando ha segnato Tonali e dopo il raddoppio di Kean? 

“Devo ammettere che sono piacevolmente sorpreso dal fatto che sono riuscito ad emozionarmi. Prima da italiano e poi da amico di Rino. Visto quello che era successo in passato, un po’ tutti abbiamo vissuto con senso di disperazione il trovarci di nuovo agli spareggi, ma adesso abbiamo fatto il primo pezzettino di strada e siamo felici”.

“In difficoltà nel primo tempo perché si è portata in campo quello che speravamo di non portare ovvero un po’ di paura e di tensione. Era inevitabile visti i precedenti. Dopo il gol di Tonali a inizio ripresa c’è stata come… una liberazione e la squadra è stata più bella. Se il punteggio fosse rimasto ancora sullo 0-0, la frenesia sarebbe aumentata ulteriormente. In casi come questo rischi di perdere ordine e gli azzurri non lo hanno fatto. Anche se, a parte un paio di lampi nei primi minuti, l’Irlanda del Nord non ci ha mai messo in difficoltà”. 

In Bosnia sarà più dura? 

“Affronteremo una squadra che è un mix tra esperienza e talento. Penso che la pressione di Bergamo possa essere gestita meglio nonostante la posta in palio sia la stessa visto che si tratterà di un altro incontro dentro e fuori”.

Come è nato il suo rapporto con Gattuso? 

“Nel 1999 lui è arrivato al Milan dalla Salernitana, l’estate dopo lo scudetto che avevamo vinto con Zaccheroni. Ci eravamo conosciuti durante un raduno dell’Under 21: lui mi chiedeva del Milan e io della Scozia, dove era stato prima di tornare in Italia”.

Com’era Rino 27 anni fa? 

“Affamato di conoscenza, pieno di entusiasmo e di sana voglia di emergere. E poi aveva umiltà e coraggio. Era contagioso… Non potevi non volergli bene”. 

Qual è il lato più bello del suo carattere o un aspetto che la gente non conosce di lui? 

“Gattuso ascolta sempre quello che gli viene detto, anche quando è arrabbiato. La sua testardaggine non gli impedisce di analizzare un consiglio”. 

In cosa siete simili? 

“Caratterialmente da giovani ci univa l’ambizione. Questo sentimento ci ha resi rivali per un posto in squadra: lui ha giocato più di me e con il tempo io ho capito che era giusto. Entrambi però eravamo famelici nell’amore per quello che facevamo e per la maglia che indossavamo”.

Il momento più bello vissuto insieme? 

“Inevitabile dire le vittorie perché quelle ti uniscono. E quindi la Champions alzata ad Atene è stata indimenticabile. Anche fuori dal campo però stiamo bene insieme: in montagna siamo vicini di casa e spero, prima o poi, di convincerlo a venire con me a fare una bella camminata. Perché per lo sci penso non sia molto portato… (ride, ndr)”. 

Il momento il più difficile?

“Quando voleva conficcare una forchetta nella schiena di Pirlo per una battuta e mi sono messo in mezzo… (ride, ndr). No, dai, faccio il serio. Il momento più difficile è stato quando ho letto sui giornali che poteva lasciare il Milan, ma non ci credevo, così gli chiesi se era vero e lui mi disse di sì. Sentii dentro un grande dispiacere”.

Sarebbe stato bello essere allenato da Gattuso? 

“Certo. La più grossa battaglia che ha dovuto combattere e che ormai ha vinto è quella di far capire alla gente che come allenatore non ha solo le caratteristiche del Gattuso giocatore ovvero la generosità e le grandi motivazioni. Certe etichette sono ingiuste, soprattutto nel suo caso, e mi piacerebbe che si evidenziassero le sue idee tattiche e il lavoro che svolge sul campo, non solo le cene che ha organizzato per motivare e tenere unito il gruppo”.

Come allenatore a chi assomiglia? Più a Lippi o ad Ancelotti? 

“Puoi prendere le caratteristiche gestionali di un tecnico, ma dal punto di vista tattico e di metodologie, il nostro calcio era troppo diverso”.

 Cosa vuole dire a Rino?
 

“Che mi ha fatto una promessa e spero la mantenga. Mi ha detto che, in caso di qualificazione al Mondiale, avremmo brindato insieme. Lo aspetto in montagna, così poi… facciamo una camminata”.