«In merito a quanto scritto dall’avvocato Francesco Petruzzi, è opportuno chiarire che l’Azienda ha ricevuto una proposta stragiudiziale, il giorno dopo il funerale del piccolo Domenico, espressamente qualificata come riservata, contenente una richiesta risarcitoria di 3.000.000 di euro e formulata in termini dichiaratamente non negoziabili. La vicenda cui la proposta si riferisce è, come noto, attualmente all’esame dell’Autorità giudiziaria nella fase delle indagini preliminari» è quanto si legge in una nota dell’avvocato Anna Iervolino – Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli in relazione alla lettera aperta dell’avvocato Francesco Petruzzi che segue la mamma di Domenico Caliendo.

APPROFONDIMENTI

«La valutazione della richiesta risarcitoria impone lo svolgimento di approfondite valutazioni tecnico-legali, anche alla luce degli accertamenti in corso e, per loro natura, non possono essere compresse entro i rigidi termini unilaterali indicati dalla controparte. Non può pertanto parlarsi di mancata apertura di una trattativa, in assenza di un effettivo spazio negoziale nella proposta ricevuta» si legge.

La nota continua: «Sorprende, inoltre, che una comunicazione qualificata come strettamente riservata venga oggi utilizzata in sede pubblica, con modalità che non appaiono coerenti con la natura dell’interlocuzione stragiudiziale e che non favoriscono un confronto sereno nelle sedi proprie con l’avvocatura dell’Azienda. Solo martedì 24 marzo è pervenuta una richiesta di incontro della controparte, che l’Ufficio Legale ha immediatamente preso in carico, avviando le necessarie attività organizzative».

«Tale iniziativa è stata tuttavia preceduta da una evidente strategia di esposizione mediatica della vicenda, che rischia di sovrapporre il piano della comunicazione a quello, ben diverso, del corretto confronto tecnico-giuridico. Il percorso transattivo, dunque, si svolge nel rispetto delle procedure e delle norme a tutela dell’interesse pubblico, secondo l’istruttoria degli uffici competenti. Con l’occasione si precisa che la piantumazione dell’ulivo è un’iniziativa che il personale tutto dell’Azienda ha maturato spontaneamente, è stata apprezzata dalla signora Patrizia e dal signor Antonio che – ancora una volta – hanno riferito di non nutrire sentimenti di rancore verso i medici e gli infermieri, pur chiedendo legittimamente giustizia per quanto accaduto. Una richiesta di giustizia alla quale ci siamo sempre associati e che tutti noi vogliamo con determinazione» conclude la nota.

La replica di Francesco Petruzzi, difensore della Famiglia 

La proposta stragiudiziale era riservata. Questo Studio ha rispettato quel vincolo: la lettera aperta pubblicata nell’interesse della famiglia Caliendo Mercolino non conteneva alcun riferimento agli aspetti tecnici, economici o negoziali della proposta — nessuna cifra, nessuna condizione, nessun termine. Ciò che questa difesa ha scelto di rendere pubblico, decorso inutilmente il termine assegnato, non è il contenuto della proposta: è il silenzio dell’Azienda. È stata la stessa Azienda, nella nota odierna, a violare unilateralmente il vincolo di riservatezza che ora invoca, rendendo pubblicamente noti quantum richiesto, data di ricezione e qualificazione negoziale della comunicazione. Il vincolo di riservatezza è stato infranto dal Monaldi, non da questa difesa.

La ricostruzione cronologica offerta dall’Azienda è inesatta e va rettificata. Questo Studio ha trasmesso la proposta di bonario componimento via PEC, assegnando un termine di quindici giorni. Decorso inutilmente quel termine — senza che l’Azienda producesse alcun riscontro, nemmeno formale, nemmeno interlocutorio — il giorno successivo alla scadenza questo Studio ha trasmesso una seconda PEC, datata 24 marzo 2026, sollecitando nuovamente un incontro. È questa la PEC che l’Azienda presenta nella propria nota come una richiesta «pervenuta dalla controparte», omettendo che si trattava del secondo sollecito di questo Studio a fronte di un silenzio assoluto. Non vi è stata alcuna apertura dell’Azienda: vi è stato un ulteriore silenzio, interrotto soltanto dalla presente nota stampa.

Il procedimento penale in fase di indagini preliminari non ha ad oggetto la vicenda di Domenico nella sua interezza: ha ad oggetto la posizione di alcuni professionisti sanitari nei loro specifici profili di responsabilità penale individuale. È un piano radicalmente distinto dalla responsabilità civile della struttura ex art. 7 L. 24/2017, che è autonoma, non dipende dall’esito penale e non può essere paralizzata da esso. Invocare le indagini a carico di singoli sanitari per non rispondere a una proposta transattiva civile non è una giustificazione giuridica: è una confusione concettuale — o una scelta deliberata.

Il passaggio più grave della nota aziendale riguarda le dichiarazioni asseritamente rese dai signori Caliendo Mercolino. È fatto noto a questo Studio che la Direzione Generale del Monaldi ha contattato direttamente la signora Patrizia, madre di Domenico, bypassando il difensore e in assenza di qualsiasi comunicazione a questo Studio. Tale interlocuzione è avvenuta parallelamente alla corrispondenza legale in corso. Quando l’Azienda ha scelto di non dare seguito alla trattativa, la famiglia — nel pieno e confermato rapporto di fiducia con il proprio legale — ha coerentemente scelto di non proseguire nemmeno sul piano dell’interlocuzione diretta. Il tentativo operato nella nota odierna di scindere la posizione dei genitori da quella del loro difensore, utilizzando a fini pubblici dichiarazioni ottenute in una interlocuzione dalla quale il difensore era stato deliberatamente escluso, appare una condotta artata e strategicamente orientata a delegittimare il mandato difensivo. Questo Studio la rappresenterà nelle sedi deontologiche e giuridiche competenti. Il mandato conferito dalla famiglia Caliendo Mercolino è stato conferito liberamente, consapevolmente, e rimane pienamente operativo.

Questo Studio ha cercato il dialogo. Lo ha cercato con la proposta originaria. Lo ha cercato con la seconda PEC a scadenza del termine. Lo ha cercato con la richiesta del 24 marzo. In tre occasioni documentate, l’Azienda non ha risposto. Non è questa difesa a dover giustificare la propria condotta.