La Marina Militare degli Stati Uniti vuole portare alla luce i resti dei 250 soldati americani morti sulla Ōryoku Maru, una nave giapponese adibita al trasporto di prigionieri, affondata nel 1944 nelle Filippine. Ma la vera ragione potrebbe essere di ordine geopolitico
Il Ministero della Difesa americano ha recentemente promosso e finanziato una delle operazioni di recupero subacqueo più imponenti della storia. Una serie di navi qualificate della Marina Militare a stelle e strisce si trovano nelle acque della Subic Bay nelle Filippine per supportare una squadra di 15 sommozzatori, incaricati di portare alla luce i resti dei soldati americani morti sulla Ōryoku Maru, una «Hell Ship» giapponese adibita al trasporto di prigionieri, affondata durante la Seconda Guerra Mondiale. La nave è colata a picco nel 1944 con oltre 1600 passeggeri a bordo: si stima che i resti di 250 prigionieri di guerra alleati (soprattutto americani) si trovino ancora dentro al relitto.
Cosa è una Hell Ship
Hell ship, ovvero nave infernale, è il termine con cui venivano chiamate le navi mercantili o comunque civili requisite dalle Forze Armate Imperiali Giapponesi durante l’ultima Guerra Mondiale per trasportare prigionieri verso i campi di lavoro. Il nome dipende ovviamente dalle condizioni di vita infernali a bordo: le navi non portavano simboli come la Croce Rossa che indicassero la presenza di prigionieri, diventando bersagli legittimi. La Ōryoku Maru venne infatti affondata proprio da un attacco aereo alleato.

L’operazione in corso
Da circa un mese, la Dpaa – l’agenzia del Pentagono responsabile del recupero dei dispersi in guerra – sta coordinando le operazioni di immersione nelle acque della Subic Bay, lungo la costa occidentale dell’isola di Luzón che si affaccia sul Mar Cinese Meridionale. Il relitto dell’Ōryoku Maru (i giapponesi aggiungono da tempo immemore alle navi il suffisso «Maru», che significa «cerchio» e in senso lato «perfezione») giace a soli 500 metri dalla riva, a una profondità massima di circa 27 metri e quindi raggiungibile anche da un sub dilettante, ma la missione è estremamente complicata per tre ragioni. La prima è la presenza del fiume sotterraneo di Puerto Princesa nelle vicinanze ha lasciato depositare sopra tonnellate di sabbia e limo, la visibilità sott’acqua per la stessa ragione è veramente ridotta e la struttura del relitto è solo una massa di acciaio contorto dopo che la nave è stata ulteriormente affondata con esplosivi qualche anno fa per lasciare un transito sicuro alle navi in quel tratto di mare. Per non parlare dei problemi derivanti dai probabilissimi uragani.
L’esercito americano ha dichiarato che l’operazione rappresenta un impegno solenne verso le famiglie dei caduti. Ma quanti resti saranno effettivamente sopravvissuti in ambiente marino? E dunque perché prendere questa iniziativa proprio ora, a 82 anni di distanza dai tragici eventi della guerra?
Misteri oceanici
«Probabilmente ci vorranno anni», ha detto John Byrd, direttore dell’analisi scientifica della Dpaa. Non bisogna essere complottisti professionisti per chiedersi se queste navi americane – peraltro ormeggiate nel Mar Cinese Meridionale con il permesso del Governo filippino – abbiano qualcosa a che fare con le ripetute esercitazioni che la Marina Militare di Pechino è solita fare attorno a Taiwan, a poche centinaia di miglia nautiche di distanza.

Il contributo della tecnologia
L’esplorazione, la ricerca e il recupero negli abissi di ciò che rimane richiederà tecniche avanzate di esplorazione subacquea e di identificazione dei resti (un team di antropologi forensi è attivo presso il laboratorio della sede alle Hawaii per analizzare il Dna recuperato.). Tra sistemi fisici di immersione, strumenti di telerilevamento e infrastrutture digitali, le tecnologie all’avanguardia richiedono capacità di resistere a pressioni estreme e di operare in ambienti privi di luce. Robotica, veicoli e droni subacquei, strumenti di rilevamento e mappatura come ecoscandagli, sonar e magnetometri che misurano l’intensità del campo magnetico terrestre per identificare strutture geologiche o relitti ma anche software sofisticati per metabolizzare e interpretare l’enorme mole di dati raccolti, dai «gemelli digitali» che sono modelli virtuali per simulare scenari all’IoT sottomarino fino ai sistemi di comunicazione con una rete di sensori connessi sotto il livello del mare.
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28 marzo 2026 ( modifica il 28 marzo 2026 | 08:36)
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