di
Maria Vittoria Melchioni

L’imprenditore che fondò il marchio con la margherita Guru si racconta: «L’arresto fu, paradossalmente, una liberazione. Un momento durissimo, ma almeno ho iniziato davvero ad affrontare me stesso»

«Fermati, tu che leggi, e rifletti per un istante sulla lunga catena di ferro od oro, di spini o fiori, che non ti avrebbe mai avvinto, se non si fosse formato il primo anello in quell’unica, memorabile giornata». Matteo Cambi partiamo proprio da qui, alla citazione di Dickens: qual è stato il primo anello della sua catena?
«Sicuramente il giorno in cui con Gianmaria Montacchini abbiamo disegnato la margherita che è diventata il simbolo di Guru, mentre eravamo a pranzo a Riccione. È lì che ho capito che la scelta di staccarmi dal maglificio di mia madre era giusta. È quello il primo anello».

Una docuserie in due episodi racconta l’ascesa repentina e la clamorosa caduta dell’imprenditore carpigiano che ha monopolizzato lo street-style di inizio millennio, quando aveva solo 23 anni, in un’epoca quasi del tutto analogica nella quale è riuscito a fatturare trenta milioni di euro nel giro di un paio d’anni. Cosa sarebbe stato in grado di fare Cambi con i social?
«Sono velocissimi, ma consumano con la stessa velocità. C’è sempre bisogno del post dopo, del contenuto successivo. Il metodo tradizionale, invece, strutturava di più la comunicazione. Oggi puoi vendere 300mila euro in un weekend con un pop-up, però è tutto molto più immediato. Sarebbe stata un’esplosione ancora più grande. Ma era tutto più lento: niente smartphone, niente immagini immediate».



















































Danno anche possibilità enormi, anche economiche, in tempi rapidissimi.
«Sì, ancora più veloci di quanto sia stato per me. Ma il punto vero è un altro: gli influencer oggi creano community virtuali. Io quella cosa l’avevo fatta vent’anni fa, ma la mia era reale, fatta sia dai vip sia dalla gente comune che indossava la margherita per sentirsi parte di qualcosa».

In un certo senso è stato un precursore del personal branding?
«Credo di aver capito prima alcune dinamiche. Quando ho creato Guru avevo 23-24 anni, ero esattamente nella fascia di chi oggi performa sui social. Vivevo quel mondo in prima persona».

Non ha voglia di sfruttare la sua capacità di leggere il mercato e di tornare con un progetto?
«Ho tanti progetti, ma sto andando più piano. Negli ultimi anni ho dovuto lavorare su me stesso, sulla mia ripartenza personale. Ho avuto ricadute importanti, ora sono pulito e voglio costruire qualcosa, ma con un ritmo diverso. Più lento, ma più solido».

Nella serie si dice spesso che lei “ha fatto tutto da solo, nel bene e nel male”. Questa consapevolezza le pesa?
«Più che pesare, è una realtà. Ho continuato a sbagliare anche quando non volevo farlo, perché la dipendenza ti porta lì. Diventa più forte della tua volontà. A un certo punto non riesci più a uscire».

E non le fa rabbia, oggi, quella lucidità mancata?
«Rabbia no. So che in quel momento non ero più in grado di fermarmi. Paradossalmente, l’arresto è stata una liberazione. Un momento durissimo, ma almeno ho iniziato davvero ad affrontare me stesso».

Era circondato da persone che approfittavano di lei. Nessuno l’ha fermata?
«Qualcuno ci ha provato, anche con intelligenza e senza giudicare come Raffaella Zardo o il mio punto di riferimento del tempo: Flavio Briatore. Ma allontanavo chi non la pensava come me. Alla fine, sono rimasto con chi mi assecondava. Ed è stato un errore enorme».

Parliamo di imprenditoria oggi: cosa serve davvero per costruire un brand in Italia?
«L’accesso ai capitali è fondamentale, oggi forse più di prima. Poi serve intercettare un bisogno reale. Io avevo individuato un linguaggio giusto per la t-shirt. Oggi il problema è che è cambiato tutto».

In che senso?
«Oggi manca una fascia intermedia: o Zara o le grandi griffe. Non esiste più quel mondo dove nasceva un brand come Guru. E anche la creatività è cambiata: si vedono più riletture che intuizioni».

Quindi è più difficile emergere?
«Sì, è più difficile esprimersi. Anche se ogni tanto nascono progetti forti, il contesto è più complesso».

Guardando i video di quegli anni, prova più tenerezza o rimpianto?
«Entrambi. Erano momenti bellissimi. C’era una leggerezza diversa, meno cattiveria rispetto a oggi».

Se potesse scegliere: tornare a crescere velocemente o costruire lentamente?

«Senza dubbio lentamente. Oggi non riuscirei più a vivere quel tipo di velocità. Preferisco qualcosa di costante e gestibile».

Se potesse riscrivere la sua storia?
«Rifarei tutto. Tranne la droga. Quella è stata la mia debolezza. Ma il resto è stato un viaggio stupendo. Avevo un’idea, l’ho realizzata, ho vissuto tutto fino in fondo. La bella vita era diventata la mia vita».


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28 marzo 2026