di
Riccardo Luna
Da trent’anni proviamo a proteggere i minori da contenuti e contatti pericolosi che arrivano da Internet: non ci siamo mai riusciti. Ora non possiamo più sbagliare: ecco un elenco di attenzioni da porre, e una cassetta degli attrezzi da utilizzare
Sono trent’anni esatti che proviamo a proteggere i minori dai contenuti e dai contatti pericolosi — o a qualche titolo sbagliati — che arrivano via Internet. E se non ci siamo mai riusciti qualcosa vorrà pur dire. Era il 1996 quando gli Stati Uniti approvarono la prima norma per rendere reato «la trasmissione di materiali indecenti ai minori»; c’era anche una disposizione «per verificare l’età dei visitatori dei siti web», pensate a quanto sarebbe attuale adesso. Entrambe furono abbattute l’anno seguente dalla Corte Suprema — abbattute all’unanimità — perché violavano il Primo Emendamento, quello che tutela la libertà di espressione; i tre tentativi successivi del Congresso non ebbero miglior fortuna. Nel frattempo l’Unione Europea procedeva per raccomandazioni, ma nei singoli Stati si era diffuso quello che verrà definito «il panico morale»: Internet era visto come il luogo dei predatori di bambini.
Ogni Paese allora escogitò il suo «filtro» del web per contenuti pedopornografici ma, semplicemente, non funzionavano o filtravano anche contenuti legittimi. Fu un mezzo disastro, Ursula von der Leyen ancora se le ricorda le contestazioni in Germania. A chiudere i giochi nel 2010 arrivò una grande ricerca scientifica a dirci che dare presto un personal computer a un bambino era un bene per lo sviluppo della sua creatività e che i rischi della rete erano tutto sommato gestibili.
L’era social
In questo contesto inizia l’era dei social network: sembravano innocui e li abbiamo lasciati entrare nelle nostre vite, e in quelle dei bambini, senza limiti. Una congiuntura micidiale a cui ora si cerca di porre rimedio.
L’Australia si è mossa per prima: dal 10 dicembre scorso c’è un divieto di uso dei social per gli under 16 con un sistema di verifica dell’età efficace ma molto invasivo della privacy. A gennaio Francia, Spagna e Regno Unito hanno avviato procedimenti legislativi per divieti da attuare entro il 2026. È probabile che il doppio verdetto di colpevolezza per Meta e Google appena registrato negli Stati Uniti inneschi una reazione a catena: il governo austriaco ha appena annunciato un divieto analogo da approvare prima dell’estate, mentre si registra una certa fibrillazione anche per le due proposte di legge di iniziativa di singoli parlamentari di Pd, Lega e FdI che languono nel nostro Parlamento (qualche giorno fa il Partito democratico ne ha presentata una terza).
Ma ora che sembriamo davvero prossimi a mettere un divieto effettivo e reale all’utilizzo dei social network da parte dei minori è importante capire che cosa è andato storto per non ripetere gli stessi errori. Il principale punto debole, il motivo per cui non abbiamo vinto questa «guerra digitale dei trent’anni», è che non si è ancora trovato un efficace sistema di verifica dell’età che non comporti una schedatura di massa degli utenti di Internet, uno scenario che con l’autoritarismo dilagante dalle nostre parti sarebbe bene scongiurare. Senza un’età certa degli utenti tutto il dibattito sull’età giusta per iniziare ad avere i social (14? 15? o 16 anni?) perde ogni significato: basta mentire.
La reazione degli utenti
Qualcosa però sta cambiando. Da qualche giorno la Apple nel Regno Unito sta testando una modalità per cui ricostruisce la maggiore età degli utenti — per consentire loro l’accesso a siti per adulti — e nei casi dubbi richiede che l’utente mostri un documento; la prima reazione degli utenti è stata scaricare in massa una VPN, ovvero uno strumento che modifica fittiziamente il paese da cui si accede alla rete.
Nel frattempo l’Unione Europea sta lavorando ad una soluzione molto più efficace: dal punto di vista tecnologico ricalca quello che accadde con il Green Pass durante il Covid. Si tratta di un sistema che genera un token, sotto forma di Qr Code, che contiene solo l’età dell’utente senza nessun altro dato. Quel token va poi usato per accedere ai vari servizi digitali. La fase di test è in corso in cinque paesi, Italia compresa, e i risultati sono confortanti. Il lancio è previsto per l’autunno ma è ancora in corso la valutazione sulla eventuale obbligatorietà per i singoli paesi. Una volta stabilita l’età degli utenti — con certezza e senza schedature di massa —, resta da stabilire dove porre il limite: il dibattito oscilla fra i 14 e i 16 anni, ma in Australia due 15enni a cui sono stati cancellati i profili social hanno protestato non senza ragione dicendo che in questo modo vengono limitati i loro diritti di informarsi e fare attività politica: sul punto si pronuncerà la Corte Suprema.
Non è un verdetto scontato.
A prescindere da ciò, va assolutamente evitata una misura inutilmente liberticida che, per placare le legittime paure dei genitori, trasformi Elon Musk e Mark Zuckerberg in due paladini della democrazia. Una possibile soluzione viene di nuovo dal lavoro in corso in Europa. In base al Digital Services Act in vigore da un paio di anni, la Commissione ha chiuso due indagini su TikTok (sono in corso quelle su Meta). Le accuse ricalcano quelle dei due verdetti americani: il design della piattaforma crea dipendenza; e la somministrazione di contenuti dannosi o violenti. Si attende la replica di TikTok. Ma la Commissione è orientata a chiedere alle piattaforme di modificare i loro algoritmi quando operano con utenti minori. Sarebbe la conclusione più sensata, ma la strada è lunga.
28 marzo 2026
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