di
Guido Olimpio

Per gli osservatori Teheran non ha ancora utilizzato i missili più moderni come il Qassem Basir, dotato di una testata da 500 chilogrammi

Guerra di missili e di numeri. L’Iran continua ad usarli mentre non c’è certezza di quanti ne abbia ancora. Domanda che si estende all’asse Israele-Usa, con versioni contrastanti sui mezzi a disposizione.

Le notizie dai fronti indicano che i pasdaran hanno ridotto la cadenza dei lanci rispetto alla prima fase: circa una dozzina al giorno, dicono gli esperti, sufficienti però a causare danni e dare l’idea di essere sempre «in linea». I militari prendono di mira bersagli «paganti», che abbiano comunque un valore sia in Israele che nei Paesi del Golfo. Venerdì, ad esempio, hanno centrato un prezioso aereo-radar e un paio di velivoli-rifornitori americani nella base Prince Sultan in Arabia Saudita. Una quindicina i feriti.



















































Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta

Gli iraniani sfruttano la geografia e cercano di «sparare» da postazioni in profondità nel territorio, anche perché le installazioni nella zona nordoccidentale e in quella costiera sono state colpite dai bombardamenti. I guardiani utilizzano la rete di bunker dai quali escono i lanciatori per il tiro. È una manovra che li può esporre agli strike, un’attività che richiede preparazione al coperto, spostamento all’esterno e poi «fuoco». In questo caso sono più lunghi i tempi per i vettori a combustibile liquido. Americani e israeliani danno la caccia a questi equipaggi usando satelliti e ricognizione dei droni armati, una ricerca che deve essere svolta in modo costante su un quadrante gigantesco. Non puoi essere ovunque.

L’Idf ha rivendicato la distruzione di 330 lanciatori rispetto ai 470 ritenuti in servizio. Gli iraniani, però, possono averne prodotti di nuovi trasformando mezzi civili, una soluzione adottata dai nordcoreani. Il Pentagono ha sostenuto di aver neutralizzato un terzo dell’arsenale missilistico mentre sul resto esistono bilanci incerti. 
Intensi i raid sulle fabbriche belliche e sulle cosiddette «città dei missili», enormi strutture sotterranee create per aumentare la sopravvivenza degli equipaggiamenti. Nel tentativo di creare ostacoli, velivoli americani avrebbero anche «dislocato» mine anticarro attorno ad un enorme bunker vicino a Shiraz, questo nella speranza di far saltare qualche lanciatore.

Sulle cifre diffuse i tecnici rispondono con una serie di punti: 
1) Non si hanno dati precisi sulla quantità di vettori. Si era parlato di 2.500 missili iraniani con raggio maggiore ma forse la stima è errata. E comunque per tenere sotto pressione il Kuwait o gli Emirati bastano equipaggiamenti con gittata inferiore. 
2) È stata sottostimata la capacità e l’esperienza in questo settore dei pasdaran. Era nota, ben prima di Epic Fury, la tattica della dispersione dei sistemi. 
3) Si è sovrastimato l’impatto delle incursioni sulle gallerie: le bombe hanno ostruito gli ingressi, creato macerie, però non è detto che gli impianti siano fuori uso del tutto. Viene citato, a questo proposito, il sito Imam Hussein di Yazd, obiettivo di diverse ondate, un indizio che gli attacchi non sono stati sufficienti. 
4) È altrettanto evidente che ci vuole del tempo per valutare le reali conseguenze sul dispositivo iraniano (incluse le infrastrutture industriali indispensabili per alimentare lo sforzo bellico). 
Per misurare gli effetti, tranne in qualche circostanza, serve del tempo.

Gli osservatori hanno aggiunto che Teheran non ha ancora impiegato i missili più moderni, come il Qassem Basir, dotato di una testata da 500 chilogrammi, manovrabile e resistente al jamming. Due le ipotesi: 
A) Li tengono di riserva per azioni selezionate. 
B) Ne hanno una quantità insufficiente o sono in corso di miglioramento.

Ad ogni modo, per mantenere sempre alta la risposta, i pasdaran usano i droni-kamikaze della «famiglia» Shahed avendone una dotazione robusta integrata da esemplari inviati dalla Russia (secondo l’intelligence).

I conti sulle scorte preoccupano anche gli avversari. Venerdì il Washington Post ha scritto che gli Stati Uniti hanno lanciato quasi 850 missili da crociera Tomahawk, costo unitario di 3.6 milioni di dollari e due anni per produrne uno. Ve ne erano in riserva tra i 3.000 e i 4.500, cifra che oscilla a seconda delle fonti. Il consumo preoccupa i pianificatori nel caso si aprano crisi altrove, così come li inquieta quello degli intercettori antimissile. Una possibile carenza che riguarda Usa, Israele (in alcune categorie), gli alleati del Golfo. Una situazione prevista. Lo stesso stato maggiore americano aveva esternato i suoi timori sui media ancora prima che Trump ordinasse l’assalto. Ma la Casa Bianca, in risposta alle domande dei giornalisti, ha ribattuto che non ci sono problemi di munizioni.

29 marzo 2026