di
Francesco Verderami
La premier sa che il sentiero verso le elezioni anticipate non è nelle sue disponibilità. Ecco il suo piano per evitare l’incarico bis (ma serve l’ok del presidente Mattarella)
Il bivio è davanti a Giorgia Meloni. Che prima di decidere ha iniziato a sondare gli alleati per concordare il passo. I rapporti tra leader sono definiti «buoni» ma ciò non è sufficiente a risolvere i problemi. La premier non è disposta a concedere il «bis» e sa che il sentiero verso le elezioni anticipate non sarebbe comunque nelle sue disponibilità. Per attraversare queste colonne d’Ercole si sta allora ragionando sulla legge elettorale, sull’iter dell’ultimo anno di legislatura che incrocerà la legge di Stabilità, ma soprattutto su una soluzione che autorevoli esponenti del centrodestra hanno ribattezzato «rimpasto chirurgico».
E non c’è dubbio che il primo snodo riguardi l’assetto dell’esecutivo. Lo testimonia il fatto che Meloni abbia deciso di tenere l’interim del Turismo. L’idea al momento più accreditata è che la premier possa spostare Adolfo Urso nel dicastero lasciato da Daniela Santanché, inserendo una personalità «con competenze e capacità politiche» al ministero dello Sviluppo Economico. Sarebbe un modo per superare le difficoltà registrate in questi anni con il mondo delle imprese e rilanciare il rapporto. Perché «ci sarà un motivo — diceva ieri un membro del governo — se il presidente di Confindustria parla con la premier ma non parla con Urso».
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Il punto è capire chi dovrebbe sostituire il ministro in via Veneto. E se l’intero centrodestra darebbe l’assenso alla nomina di Luca Zaia, che è il nome attorno a cui si discute: indicazione pesante per un dicastero pesante, che tra le altre cose aiuterebbe la Lega a «levarsi dalle costole il generale» Vannacci. Ma sulla quale Forza Italia avanza serie riserve: negli equilibri di governo e nella competizione al Nord con il Carroccio si sentirebbe svantaggiata. Si vedrà. Di sicuro la premier — Zaia o non Zaia — dovrà trovare un accordo con gli alleati prima eventualmente di illustrare l’idea del «rimpasto chirurgico» al capo dello Stato, evitando così il «Meloni-bis».
Insomma, il bivio passa dal Colle. Com’era inevitabile. Spiegano da Palazzo Chigi che la soluzione «tecnicamente è possibile» ma che l’esito «dipenderà dall’interlocuzione con il Quirinale». Per il resto la presidente del Consiglio deve provvedere a blindare alla Giustizia Carlo Nordio, che dopo il voto del referendum e le dimissioni di Giusi Bartolozzi dà ancora segni di voler lasciare l’incarico. Meloni gli vorrebbe affiancare un sottosegretario esperto della materia e capace di supportarlo.
Tra i tanti nomi, secondo fonti di FdI, potrebbe esserci la figura di un magistrato che ha partecipato alla campagna del Sì: un riconoscimento per chi — come ad esempio la procuratrice Annalisa Imparato — «si è esposto con coraggio a favore della riforma».
Il clima che si respira nell’esecutivo è descritto dal modo in cui alcuni ministri di FdI preferirebbero imboccare la strada elettorale. In tal senso riflettono lo stato d’animo di Meloni. Che però non può e non vuole mostrarsi incoerente davanti al Paese, dopo aver detto che «il risultato del referendum non cambierà il percorso del governo fino al 2027». Da una parte ci sono la guerra e la situazione economica che sbarrano la strada alle urne, dall’altra a palazzo Chigi c’è il timore che l’ultimo anno di legislatura trasformi l’esecutivo in «un pupazzo da tirassegno». Anche sul versante giudiziario.
Ma non esistono scorciatoie. E infatti la premier ha ribadito ieri ad alcuni interlocutori la volontà di andare avanti: «Ci provo». Lo sbocco del «rimpasto chirurgico» servirebbe a sbloccare gli altri punti: la legge elettorale e la legge finanziaria. Sul primo tema tutto (o quasi) dipenderà dalla compattezza dell’alleanza in Parlamento. Sul secondo incideranno i dati Istat che tengono il governo con il fiato sospeso. «Ci stiamo giocando tutto sul filo dello 0,0», sospirava giorni fa Giancarlo Giorgetti. Traduzione: se il deficit venisse calcolato al 3,04% verrebbe arrotondato al 3. E per Meloni vorrebbe dire essere fuori dalla procedura d’infrazione, accedere ai fondi Safe per finanziare la Difesa e avere flessibilità dall’Europa per una Finanziaria espansiva.
Altrimenti sarebbe un disastro, dopo anni passati a tenere in ordine i conti dello Stato. Un segnale di speranza l’ha colto ieri un ministro che ha incrociato la Ragioniera generale dello Stato a Cernobbio: «Lei non era preoccupata».
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29 marzo 2026 ( modifica il 29 marzo 2026 | 09:38)
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