di
Paola Di Caro
Da una coalizione forte, coesa, sicura di sé, dopo il referendum la maggioranza pare intimorita. La leader si aspettava più impegno dai mondi produttivi e delle professioni. Ce l’ha anche con una classe dirigente e una compagine ministeriale che ritene non siano del livello che si aspettava
Il suo silenzio ostinato sta diventando rumorosissimo. Nessuna dichiarazione pubblica nel post referendum, tranne un breve video a caldo in cui si diceva pronta ad accettare e riconoscere il voto degli italiani. Nel frattempo sono crollati pezzi di potere, equilibri e certezze di un centrodestra che sembra l’opposto di quello che appariva ancora una settimana fa. E che fatica a ritrovare il bandolo: venerdì sera una cena a casa della premier con i due vice è servita per fare il punto, ipotizzare misure, confrontarsi. In un momento molto difficile, tra prezzi della benzina che salgono, inflazione a rischio di nuova crescita, caro bollette e guerre in corso che impongono cautela per ogni mossa.
Da una coalizione forte, coesa, sicura di sé, ora la maggioranza pare intimorita, in difesa. Tutti aspettano che Giorgia Meloni riprenda lo scettro in mano e si mostri quello che è stata finora, una leader sempre pronta a reagire, se non ad attaccare preventivamente. Ma chi le parla in privato, la descrive ancora come «molto delusa». Era convinta che avrebbe prevalso «il merito» della riforma della giustizia sullo «scontro ideologico» che ha accompagnato soprattutto le ultime due settimane di campagna elettorale. Che poi sono quelle che hanno cambiato il clima: e dei nuvoloni la leader si è accorta solo alla fine.
A quel punto ha deciso di buttarsi nella mischia, chiedendo anche a tutto il governo di fare altrettanto. Lo ha fatto, e non ne era convinto, Ignazio La Russa. Lo ha fatto Guido Crosetto, che nei tre giorni prima della campagna elettorale è stato fisso in tivù, come il ministro Nordio e big del suo partito. Ma era tardi.
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A quel punto, Meloni è rimasta malissimo. E il suo cahier de doléances è lungo. Nel suo entourage c’è chi si sarebbe aspettato dal capo dello Stato qualcosa, come un richiamo all’ordine per quei magistrati che a Napoli avevano brindato alla vittoria del No, intonando «Bella Ciao».
Ma il fulcro della rabbia e delle preoccupazioni della premier è altro. A cominciare dai nodi intricati che dopo il referendum è stata costretta a tagliare: i suoi ministri, sottosegretari o dirigenti che avevano pendenze con la giustizia o atteggiamenti troppo disinvolti. Quindi via Santanchè, Delmastro, Bartolozzi, via d’ora in poi chi possa incrinare l’immagine della sua maggioranza.
Tanto più che Meloni si aspetta da qui al voto che la magistratura proverà a «preparare» la campagna elettorale. Terrore che hanno tutti nella maggioranza, in attesa pure degli imminenti sondaggi.
Guerre e ricaschi sull’economia tolgono il sonno a lei e a molti ministri. Anche per questo Meloni — altra delusione — si aspettava che chi aveva voluto il referendum come i mondi produttivi o delle professioni si mobilitasse di più in campagna elettorale per far vincere il Sì. Per loro, ma anche per darle forza. E ce l’ha anche con una classe dirigente e una compagine ministeriale che ritene non siano del livello che si aspettava.
Sui vertici di FdI sono in corso riflessioni profonde. E anche sul governo Meloni non è soddisfatta. Non ci sono tensioni o recriminazioni verso i suoi vicepremier, Tajani e Salvini, al contrario. Invece — se promuove Giorgetti, Crosetto, Piantedosi, Lollobrigida e non boccia altri — alcuni sono finiti nel suo cono d’ombra, a partire da Urso e Pichetto Fratin, che hanno in mano i dossier più delicati su energia, transizione, imprese. Dubbi anche su Orazio Schillaci. Al primo Consiglio dei ministri, venerdì, c’erano poi diverse sedie vuote, alcune assenze erano giustificate, ma quelle di Paolo Zangrillo ed Elisabetta Casellati sono state interpretate come un segnale rivolto al vicepremier Tajani.
Ecco così riemerge la grande domanda: Meloni è tentata dal far saltare il banco, per evitare un anno di «trascinamento» prima del voto? I suoi dicono che a momenti la voglia ci sarebbe. Quasi sfoghi. Ma la situazione economica e internazionale lo impedisce, è il ragionamento: come potrebbe tenersi una campagna elettorale con le bombe che attraversano i cieli, con una crisi che incendia i mercati e — a oggi — senza nemmeno una legge elettorale che assicuri che uno schieramento prevalga sicuramente sull’altro? E poi, dicono, lei è una che «non molla». Ma ora le tocca ripartire. E dare la linea.
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29 marzo 2026 ( modifica il 29 marzo 2026 | 09:30)
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