di
Marco Sabella

Il pericolo di un ritorno dell’inflazione sfata il mito di una «protezione» assoluta di oro e argento contro le crisi geopolitiche

Si succedono le giornate negative per le quotazioni dell’oro – un tempo considerato il «bene rifugio» per eccellenza – reduce da un mese di passione con smottamenti di prezzo anche superiori al 10% in una sola seduta (il 23 marzo scorso), poi faticosamente e parzialmente recuperati. Oggi, 26 marzo, il prezzo del metallo si è assestato a 4.424 dollari l’oncia, con un calo del 2,5% rispetto alla seduta precedente e in controtendenza rispetto ai tentativi di rimbalzo seguiti al tracollo dei prezzi di lunedì 23 marzo. 
Che cosa sta succedendo? Perché il valore dell’oro e degli altri metalli preziosi continua a scendere in un momento in cui –  a causa della crisi internazionale e della guerra in Iran, tutt’altro che in fase conclusiva – ci si aspetterebbe invece un nuovo balzo in avanti dei prezzi? E soprattutto, si tratta di un calo momentaneo?

L’analisi di  un trend

«Le aspettative per quanto riguarda la valenza di oro e argento come beni rifugio in tempi di guerra sono state assolutamente smentite, così come da programma e così come successo nel 2022, quando allo scoppio del conflitto russo-ucraino l’oro salì giusto il primo mese per poi crollare negli 8 mesi successivi», scrive in un report David Pascucci, market analyst di XTB, un broker online che offre una piattaforma di trading nota per gli alti volumi e la  rapidità di esecuzione degli ordini. «Al momento l’oro si avvicina ai 4.400 dollari l’oncia, l’argento a 68 dollari, entrambi con un calo a 30 giorni superiore al 12%. La situazione tecnica sembra assolutamente compromessa almeno per ora, ma dobbiamo fare attenzione a eventuali rimbalzi intraday anche se nel lungo periodo la situazione risulta palesemente direzionata al ribasso», conclude.



















































Valutazioni troppo elevate

Ma quali sono le forze che spingono le quotazioni al ribasso? Perché questa improvvisa inversione di una tendenza rialzista che dura ininterrottamente ormai da almeno 5 anni? Le spiegazioni offerte dagli analisti sono molteplici. 
Una prima motivazione si riferisce ai livelli altissimi raggiunti dalle quotazioni di oro e argento ancora a inizio anno
A fine gennaio 2026 un’oncia d’oro era scambiata a circa 5.420 dollari l’oncia, dopo che il prezzo del metallo nelle quotazioni mensili intraday era arrivato a superare la barriera psicologica dei 5.500 dollari. L’argento nel medesimo periodo era arrivato a superare i 105 dollari l’oncia: alle quotazioni odierne di 68 dollari il calo rispetto ai massimi supera il 22%. 
Il mito di una crescita illimitata fino a soglie di 6 mila dollari per l’oro e di 150 dollari per l’argento è stato sfatato dallo scoppio della guerra di Usa e Israele contro l’Iran, con il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz e l’esplosione del prezzo del petrolio dai 60 dollari al barile di inizio anno, agli oltre 100 dollari al barile attuali.

La spinta di un’inflazione oltre il 3%

Pericolo inflazione e conseguente scenario di aumento dei tassi di interesse sono la principale causa della caduta dei prezzi dei metalli preziosi. Le ultime previsioni macroeconomiche dell’Ocse (di oggi 26 marzo) indicano la stima di un’inflazione Usa al 4,2%, contro le ipotesi precedenti di un aumento al 3% del costo della vita. In Europa la situazione appare leggermente meno compromessa ma la Bce si è affrettata ad aggiornare le stime di aumento dei prezzi nel 2026 portandole dalla base precedente di un + 2% a un 2,7%, con il rischio di una spirale inflattiva ben più consistente se la durata del conflitto Usa-Israele-Iran dovesse continuare e spingere il prezzo del barile a valori ancora superiori, che alcuni analisti collocano in area 140 dollari al barile.

Oro e metalli: beni infruttiferi 

E questo è il nodo centrale che sta alla base della forte correzione delle quotazioni e dell’inversione del trend di crescita dei prezzi dei metalli preziosi. L’oro è un bene improduttivo che non genera flussi di reddito né in termini di dividendi azionari né di cedole. Comprare oro in un momento in cui i rendimenti dei titoli di Stato Usa superano la soglia del 4,2% per i Treasury a 10 anni, e raggiungono il 3% per i Bund tedeschi significa sostenere un «costo» in termini di mancato guadagno (gli economisti lo chiamano «costo opportunità») particolarmente elevato. Da qui le prese di beneficio dopo la grande cavalcata degli ultimi mesi, che vede comunque le quotazioni dell’oro, ai prezzi correnti, in rialzo di oltre 48% su base annuale 

Tassi fermi (e forse in aumento) negli Usa

La storia, anche recente, come dimostra l’inflazione a doppia cifra esplosa nel 2022, insegna che lo strumento principale per combattere l’aumento dei prezzi è il rialzo dei tassi di interesse. «Negli Stati Uniti, la Fed ha mantenuto il tasso sui Federal Funds nel range 3,5–3,75%, sottolineando come le implicazioni economiche del conflitto in Medio Oriente siano altamente incerte. Il messaggio emerso dal Fomc e dalla conferenza stampa di Powell è stato quello di una banca centrale consapevole che l’aumento dei prezzi dell’energia avrà effetti immediati sull’inflazione, ma riluttante ad anticipare conclusioni sulla crescita e sul mercato del lavoro finché non emergerà maggiore chiarezza sulla durata dello choc. Il dot plot continua a mostrare, in media, un taglio entro la fine del 2026 ma le stime del mercato sono decisamente meno accomodanti. Siamo infatti passati da un’attesa di 61 punti base di tagli entro fine anno (equivalenti a 2-3 tagli da 25 punti base) ad un rialzo di 7 punti base, ossia tassi fermi ma con una leggera possibilità di un ritocco al rialzo», scrive Filippo Casagrande, chief of Investments di Generali Investments.

Le mosse della Bce:  il mercato prevede 3 aumenti in corso d’anno 

Le aspettative di mercato per la Bce riflettono chiaramente questo cambio di orientamento. Se a fine febbraio il mercato scontava un taglio di 13 punti base, ora le aspettative sono per un rialzo di 77 punti base, equivalenti a tre rialzi entro fine anno. Il presidente della Bundesbank Nagel – uno dei membri più “hawkish” del consiglio della Bce – ha ventilato la possibilità di un primo rialzo dei tassi già ad aprile in caso di violenta accelerazione dei prezzi.
«Le prossime settimane dovrebbero darci maggiori elementi per capire le prossime mosse delle banche centrali, ma sicuramente siamo di fronte ad un cambiamento verso un posizionamento meno accomodante, in particolare per la Bce che sembra orientata a privilegiare la stabilità dei prezzi e l’ancoraggio delle aspettative, accettando il rischio di una crescita più debole piuttosto che quello di un nuovo choc inflazionistico persistente come avvenuto nel 2022 e 2023», conclude Casagrande.  

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29 marzo 2026 ( modifica il 29 marzo 2026 | 12:23)