La passione per l’arte ha varie forme e infinite scaturigini. Hanno provato a darne una definizione Aristotele, Hegel, Dostoevskji e altri pensatori illuminati, ma forse il suo fascino sta proprio nel non poter essere ingabbiata in definizioni e stereotipi.


Arte è anche e soprattutto bellezza, è una ricerca di perfezione e d’infinito, un’aspirazione dell’anima che tende all’assoluto.

Di arte, e più specificamente di arte sacra, parliamo con la graditissima ospite di questa settimana, Maria Elena Catelli, avvocata frusinate, attuale presidente di “Trisulti Bene Comune” e vicepresidente di “Via Benedicti”, nonché profonda conoscitrice di Antonio Gaudí. Dell’architetto spagnolo Elena Catelli ha parlato anche su quotidiani nazionali iberici e all’interno di programmi dell’emittente internazionale EWTN.

Partiamo però dalle bellezze a noi geograficamente più vicine, i monasteri benedettini e certosini che insistono sul nostro territorio e chiediamo a Elena come sia nato il suo interesse specifico…
«La mia passione per l’arte sacra è rimasta più o meno latente negli anni della mia gioventù, poi si è manifestata in modo più congruo ed è stato così del tutto naturale accostarmi con curiosità e grande interesse agli edifici e alle opere esistenti vicino casa mia. Da lì ho derivato la mia conoscenza di ambienti certosini e benedettini».

Casamari, Trisulti, Montecassino, Subiaco. Tanti volti per una sola grande bellezza?
«Sono tutti luoghi nati dalla ricerca della bellezza. Sono delle opere edificate non già per appagare il senso estetico dell’uomo, ma per magnificare la grandezza di Dio e pertanto è una ricerca che tende all’assoluto e all’infinito».

Il più celebre motto benedettino è “ora et labora”. Il messaggio ha ancora una sua attualità o deve essere rivisitato alla luce delle esigenze dei nostri tempi?
«Trovo che il messaggio sia attuale e peraltro è proprio attraverso questa massima che possiamo trovare un punto di contatto tra San Benedetto e Gaudí».

Puoi spiegarci meglio le analogie?
«Per entrambi il lavoro è soprattutto una vocazione ed è visto come una forma di preghiera per esaltare la gloria di Dio. Dai monasteri usciva carità, quei luoghi creavano quello che con un termine moderno potremmo definire un indotto. Il lavoro acquisisce dignità solo grazie ai benedettini, perché in epoche precedenti era assimilato alla schiavitù ed era affidato pertanto ai derelitti. Anche Gaudí vedeva il lavoro anzitutto come amore e soltanto in un secondo momento come tecnica: c’è pertanto un profondo senso religioso nel suo concetto di lavoro».

Al giorno d’oggi il lavoro tende ad avere nei più un’interpretazione ben differente?
«Al di là del misticismo o di concezioni più o meno religiose del lavoro, io ritengo che la dignità del lavoro sia un concetto importante ed un valore insostituibile. Quando si svolge un’attività, quale che sia, l’approccio deve essere corretto. Si deve operare affinché il compito sia svolto al meglio e non già in modo approssimativo, solo per garantirsi un compenso. Credo che una crescita reale della nostra società passi necessariamente per una reale coscienza del lavoro, che si deve amare e svolgere con passione, con senso di responsabilità».

Ci racconti in breve le tue esperienze televisive recenti su EWTN?
«Ho partecipato a una docu-serie che si chiama “Seeking Beauty whit da David Hernie”. David è un personaggio molto popolare, che la produzione di EWTN ha ingaggiato anche in ragione della sua conversione al cristianesimo. Nella “costola” statunitense dell’emittente sono stata intervistata a Subiaco, in particolare sulla biblioteca di Santa Scolastica. In questo anno in cui ricorre il centenario della morte di Gaudí sono invece stata ospite di EWTN Espanol per raccontare Gaudí e la sua arte, chiamata da una giornalista che avevo conosciuto al Vaticano in occasione della prima di “Seeking Beauty” e che si era avvicinata sentendomi parlare spagnolo con il produttore americano».

Non solo Tv però, perché c’è una tua intervista su “La Vanguardia”?
«Sì, anche quella aveva ad oggetto l’arte di Gaudí e devo dirti che sono riuscita a farla tutta in spagnolo, perché ormai è una lingua che, grazie a Gaudí, conosco anche meglio dell’inglese».

E allora parliamo di Antonio Gaudí. Chi era e quanto grande era il suo talento?
«Gaudí amava dire “Sono venuto a prendere l’architettura da dove l’ha lasciata il gotico”. La sua arte ed il suo pensiero partono da lì, dalla voglia di perfezionare il “gotico”, perché tutto quello che era venuto dopo non aveva i crismi dell’originalità».

La sua impronta è così particolare che risulta difficile inquadrarla in una corrente?
«Esattamente. Gaudí parte dallo studio delle grandi cattedrali europee, ma compie un atto rivoluzionario perché parallelamente svolge un accurato studio della natura. Dalle strutture degli alberi deriva le proprie costruzioni architettoniche. Viene così fuori la “ Sagrada Familia”, che è la cattedrale più alta del mondo con i suoi 172,5 metri ma che non ha contrafforti. Le colonne inclinate, come i tronchi, si “aprono” in modo naturale come i rami degli alberi e traggono dalla loro struttura l’equilibrio di cui hanno bisogno, senza elementi di supporto. Le colonne albero sono una rivoluzione vera e propria a livello architettonico».

Hai dato alle stampe anche un paio di lavori?
«Ho scritto un saggio sulla cattedrale di Terracina, incentrato sulla parte iconografrica e sul fregio. Sulla Certosa di Trisulti, una guida con la giornalista Paola Rolletta e un libro con il compianto dom Federico Farina di Casamari».

Inoltre hai anche svolto il ruolo di traduttrice…
«Ho tradotto per “Edizioni San Paolo” la biografia intitolata “Gaudí, vita e opera”, scritta da uno studioso eminente. In questo momento la maggior parte dei miei studi, del resto, è proprio su Gaudì».

Sei profondamente religiosa e in passato hai svolto anche il ruolo di catechista. Può la religione aiutare in concreto a superare i conflitti che stanno avvelenando il mondo?
«La religione può avere un ruolo centrale in questo senso. Il cristiano sa che i suoi errori sono perdonati, anche se il perdono non deve diventare un alibi per ogni tipo di comportamento. Oggi purtroppo il mondo è mosso da logiche di tipo finanziario. E il denaro e la religione non vanno molto d’accordo! Bisogna seguire il cuore, non le logiche terrene e materialistiche».

Che gioventù vedi all’orizzonte? Le nuove generazioni ci inviano un messaggio concreto di speranza?
«Credo sia molto importante non farsi trascinare da determinate sensazioni e non attribuire ai giovani colpe che non hanno. Io nella mia esperienza di catechista ho potuto constatare che i ragazzini le domande esistenziali ce l’hanno, se le pongono. Il mio modo di fare catechismo era forse poco tradizionale, volevo stimolare la loro curiosità per cercare insieme risposte alle domande più pressanti, e soprattutto eliminare alcuni preconcetti che altri potessero aver inculcato».

Ad esempio?
«Ad esempio la presunta incompatibilità tra la teoria di Darwin e quella della creazione. Tanti scienziati sono credenti e molti sono quantomeno possibilisti in merito all’esistenza di “architetto del mondo”. In alcuni giovani notavo la presenza di paradigmi che avevano in qualche modo eclissato la religione, quasi essa fosse negazione totale della ragione e della scienza, ma non è così».

Il concetto di fede attraversa un momento un po’ critico?
«Io vedo nel Cristianesimo tanti concetti utili al tessuto sociale: ha posto le basi dell’assistenza, della dignità del lavoro, ha abolito la schiavitù perché davanti a Dio gli uomini sono tutti uguali. Il problema forse sta nella conoscenza superficiale della propria religione».

Come si giustifica l’esistenza di un Dio buono in un mondo in cui dolore e sopraffazione la fanno da padroni?
«Con il libero arbitrio. Dio ha concesso all’uomo il libero arbitrio. Se avesse voluto un mondo in cui tutto andava bene ci avrebbe fatto come burattini. Il male non viene da Dio, ma da una scelta dell’uomo».

E la sofferenza, spesso ingiusta perché tocca bambini e innocenti?
«Ecco, sulla sofferenza e sul misterioso significato che essa può racchiudere prendo in prestito il pensiero di don Giussani e affermo che in questo momento una nostra sofferenza accettata e offerta può in qualche modo aiutare una mamma che vive lontano da noi che in questo momento ha perso un figlio, ma questo è un concetto più complesso».

Perché il Cristianesimo e non un altro credo religioso?
«Tutte le religioni cercano un significato trascendente. Fin dalla notte dei tempi l’uomo dinanzi alla natura ha cercato risposte. La bellezza del Cristianesimo è nel Dio che si fa carne e si rivela, non resta un mistero insondabile ma per un certo lasso di tempo scende tra noi e ci regala la speranza dell’eternità».

Hai una fede salda ma non sei riuscita a convertire tuo cugino, il noto attore e regista Pif?
«Vero. Però è sulla buona strada, perché pur non essendo credente ha un modo di vivere che è totalmente in linea con la morale cristiana e cattolica. L’importante è ascoltare i bisogni di bellezza e di infinito e andare in cerca di risposte. Fino a quando non si trovano, bisogna continuare a porsi le domande».

La Elena adolescente e quella di oggi si somigliano?
«Da ragazzina avevo quale anelito quella di fare la missionaria o comunque di aiutare gli altri, erano domande che forse in un certo momento della mia vita ho soffocato ma poi sono tornate in modo prepotente. Anche la passione per l’arte è molto datata: volevo fare la restauratrice ma i genitori non furono d’accordo».

Come riesci a conciliare la professione forense con i tuoi interessi artistici e culturali?
«La mia professione è molto sacrificata, ma per me non rappresenta un motivo di rammarico».

Se tu potessi togliere un difetto agli italiani, su cosa ricadrebbe la tua scelta?
«Agli italiani toglierei il difetto di lamentarsi e di essere al tempo stesso troppo accomodanti e tolleranti rispetto a ciò che non va. Donerei a tutti un maggior spirito di collaborazione».

Il personaggio più importante della storia?
«Non ho dubbi: Gesù Cristo. Contiamo gli anni dalla sua nascita, perciò, quale che sia il parere di ciascuno sulla sua natura divina, che abbia segnato il mondo con la sua presenza è una cosa innegabile».

I tuoi hobby?
«Fondamentalmente sono molto pigra. Ne deriva che non pratico sport e non impiego il mio tempo in passeggiate frequenti. Preferisco leggere e studiare. Sono secchiona e curiosa. Però oltre ai libri mi piacciono i fiori e le piante, perciò posso dire che il giardinaggio sia il solo hobby reale della mia esistenza, visto che lo studio è in qualche modo connesso al mio lavoro».