di Claudio Sabelli Fioretti
La prima cotta («Ivana, un peperino»), la prima macchina («una Giulietta, avevo un sacco di incidenti»), il corso per corrispondenza («Ho la cultura della strada, ma Medicina l’avevo finita, ho scelto io di non laurearmi…»). Bossi racconta Bossi
Questa intervista, pubblicata su 7 del 30/9/93 fa parte di uno speciale di 7 disponibile nell’edizione digitale del magazine
Bossi, ci parli della sua infanzia.
«Sono nato in una zona agricola che si è trasformata in un quartiere dormitorio di Gallarate. Un quartiere che ha subito l’immigrazione causata dall’industrializzazione. Io sono nato nel momento in cui moriva il mondo contadino».
Che cosa ricorda?
«Ricordo che davano da mangiare ai bachi da seta le foglie di gelso. Che mia madre metteva sul camino a bollire una grande pentola di acqua perché la stanza si riempisse di vapore quando io avevo la broncopolmonite. Che si andava fuori a giocare alla lippa, che noi chiamavamo la rela. Ricordo quelli che portavano i tubi di ghiaccio col carretto e noi staccavamo dei pezzetti e li succhiavamo. Ricordo la festa quando veniva la trebbiatrice».
Il primo amico del cuore?
«All’asilo, si chiamava Alfredo».
Che cosa ricorda dell’adolescenza?
«La fatica di capire il mondo. Bastava andare a Gallarate per trovarsi spaesati. Io ero portatore di valori diversi. Avevo gli stessi problemi che ha un calabrese arrivando a Milano».
Andava bene a scuola?
«Mai troppo male. Ma non studiavo. Doveva arrivare mia madre, negli ultimi mesi, a darmi qualche legnata per farmi passare l’anno».
Il primo motorino?
«Uno di quelli a rullo che spingeva la ruota di gomma. Poi la Vespa. Passavo molto tempo a pulirla, a smontarla. Andavo fortissimo, avevo molti incidenti. C’era la pista da motocross al Ciglione, alla Malpensa. E andavamo lì a saltare. Era una importantissima prova di coraggio. Il nostro era un mondo che dava molto peso alle caratteristiche individuali. Se non riuscivi ad attraversare il Ticino al ponte di Oleggio e se non ti buttavi dal ponte di ferro di Sesto Calende, venivi deriso».
La prima automobile?
«Una Giulietta. Andavo forte anche con l’auto. Con la Giulietta avevo un sacco di incidenti».
Anche oggi?
«Anche oggi vado forte, ma sono più maturo».
e prime cotte?
«La mia carriera è cominciata a 14 anni e mezzo. A una festa dove cercavo di imparare a ballare. Suonavano Come prima di Toni Dallara. Si chiamava Ivana. Piccolina e vispa, un peperino… Fu la prima esperienza sessuale…».
In che senso?
«Non era la stessa cosa di oggi. Era molto più difficile allora. Le ragazze difendevano i valori e non si riusciva a combinare niente. Oggi il sesso è a portata di mano. Allora era più lunga la faccenda. Comunque c’erano le vie di mezzo».
Poi il grande amore…
«Avevo 17 anni. È stato importante. Una grande attrazione fisica e sentimentale. Una grande gelosia. Un grande senso del possesso. Una volta ad Arona dei ragazzotti fecero dei commenti. Io tornai indietro e gli detti una manica di botte a tutti».
Lei era un violento?
«No. Ero buono.»
Era uno sbruffone? Raccontava balle?
«Sì, il giusto. Io non avevo niente. E allora cercavo – come tutti – di apparire di più di quello che ero».
Le piaceva vincere?
«Ero il più veloce all’oratorio nei cento metri. Ma non avevo il mito della vittoria».
Chi ha segnato la sua vita?
«Mia nonna, politicamente. Era una sindacalista di origine socialista».
Anche lei era di sinistra una volta.
«No, lo dicono i giornali. Io solo una volta sono entrato nella sinistra. Era il 1973 e c’erano le grandi manifestazioni per il Cile. Io misi la mia capacità di andare al bersaglio al servizio di persone che non riuscivano a ottenere certe cose…».
Un esempio…
«Vendevo i quadri per raccogliere soldi per il Cile».
Quanto durò?
«Quattro mesi, sei mesi…».
Si iscrisse al Pci?
«Ma no, se ben ricordo, quando vendemmo questi quadri, ci dettero un riconoscimento. Ma che tipo di riconoscimento non lo ricordo».
Perché il successo politico non arrivò allora?
«Io non credevo nelle ideologie. Erano tutti di sinistra ma io ero troppo disincantato per credere alla politica come veniva proposta allora».
Le dà fastidio quando le dicono che è ignorante, rozzo, volgare?
«Io sono umile. Quando mi dicono quelle robe lì non li ascolto nemmeno, non mi arrabbio. Mi dispiace quando lo dicono a Miglio, perché lui è un intellettuale organico. Io ho una cultura – a base socioeconomica – della strada. Che è diversa da una cultura come quella che ha Miglio».
Che cosa ha fatto prima di raggiungere il successo politico? Come si manteneva?
«Niente di misterioso. All’inizio, da ragazzino, lavoravo in lavanderia: mettevo la candeggina nella lavatrice. Poi, per conto di un magazzino di biancheria intima e di lenzuoli, giravo per i mercatini rionali. Quindi un piccolo salto di qualità: impiegato all’Automobile Club di Gallarate. Poi cominciai a lavorare per un avvocato di un’assicurazione».
E gli studi?
«Non è che fossi rimasto nella foresta. Avevo degli hobby molto avanzati: televisione, radio, avevo studiato per corrispondenza il corso Radio Elettra di Torino. Ma trovavo altre compensazioni: per esempio facendomi più ragazze degli altri. Però pian piano maturavo e cominciai a sentire la necessità di studi organici. Presi la licenza del liceo scientifico studiando la sera, cinque anni in due anni. Un tour de force alienante».
Quindi l’università…
«Mi piacevano ingegneria e filosofia, ma i miei amici facevano tutti medicina. E io andai a Pavia pensando che avrei potuto applicare la mia passione dell’elettronica alla medicina facendo gli elettromedicali. Poi arrivò la politica».
Se lei tornasse indietro farebbe più sforzi per laurearsi?
«No. Io medicina l’avevo finita. Fu una scelta precisa la mia di abbandonare l’università a pochi mesi dalla fine. Non potevo fare il medico se venivo attaccato tutti i giorni dai giornali come “il nostro razzista quotidiano”. Anche il mio matrimonio è stato messo in crisi da quelle accuse dei giornali».
E la parentesi musicale?
«Eravamo all’oratorio, mi dettero una tromba. Ma avevo le labbra troppo grosse e non riuscivo negli acuti. Mi dettero il corno. Ma non mi piaceva. Allora con un amico facemmo un complessino, suonavamo nelle balere, Modugno, Dallara, Rock around the clock».
Lei era il preferito della mamma?
«Ci sono due periodi della mia vita. Nel primo mia madre mi bastonava regolarmente».
Perché?
«Combinavo dei pasticci colossali. Non studiavo, pensavo alle ragazze, disobbedivo, ero sempre al Ticino…»
E nel secondo periodo?
«Quando mi trovavo un po’ impagliato, e volevo “scalare”, affermarmi, mi trovai in brutte acque. Io ero orgoglioso e non volevo ammettere di avere difficoltà economiche. Mia madre la riscoprii in quell’occasione».
Che cosa pensa del suo passato?
«Io lo penso come appartenuto a un’altra persona. Capita così: un bel giorno ci si sveglia e si vede tutto limpido. E si dice: guarda come è bella la vita».
29 marzo 2026
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