di Sara Gandolfi
La sua famiglia è habanera da sempre: nato sotto la dittatura di Fulgencio Batista, ha vissuto il castrismo, la caduta dell’Urss e di tutte le sue illusioni. Ora assiste all’agonia dell’isola: «Questo è il momento più duro. Cosa vorrei? Un Paese libero, senza blackout, dove i giovani possano studiare»
«Sono senza elettricità da oltre 30 ore. A Cuba bisogna avere pazienza».
Alejandro Rivero è un cubano come tanti. In settantatré anni ha vissuto decine di vite e osservato la sua patria cambiare pelle decine di volte. È passata la dittatura di Fulgencio Batista, la Revolución de los barbudos, la fine dell’Urss e la crisi del Periodo Especial, le aperture di Barack Obama e le minacce di Donald Trump. Fino all’oggi: «Il momento più duro, almeno per me».
Cuba è una pentola a pressione, ormai vicina all’ebollizione. Asfissiata dall’embargo pluridecennale degli Usa e dalla cattiva gestione dell’apparato militar-burocratico che la governa, ha subito anche il tracollo del turismo post-Covid e perso il sostegno vitale del Venezuela. Dopo la cattura di Nicolás Maduro, a gennaio, gli Stati Uniti hanno imposto un blocco totale alle forniture di petrolio verso l’isola, che è sprofondata in una rapida agonia energetica. Trump la definisce una «nazione fallita» e assicura: «Avrò l’onore di prendere Cuba. Penso di poterci fare tutto quello che voglio».
In realtà, il tycoon sarebbe disponibile ad un accordo con il regime comunista, lasciando quindi intatta la struttura di potere,così come ha fatto a Caracas. Washington tratta con la Famiglia: l’interlocutore all’Avana è Raúl Guillermo Rodríguez Castro, detto Raulito, nipote e probabile successore del novantaquattrenne Raúl Castro. Nel frattempo, l’isola resta al buio, travolta dagli apagones,i black out totali.
Alejandro si collega via whatsapp quando riesce, quando può. La nostra chiacchierata tra Milano e L’Avana è andata avanti così, a singhiozzo, per una decina di giorni, poche parole scambiate in diretta – la linea salta subito – e molte altre lasciate in lunghi vocali densi di ricordi, inframmezzati da risate e qualche amarezza.
Ad esempio, la fuga in massa dall’isola. «L’emigrazione ci ha colpiti tutti, anche chi è restato. Io ho praticamente perso tutti i miei amici. Sono in Florida. Sono loro, con quello che riescono a mandare, che ci permettono di sopravvivere». Circa due milioni di cubani vivono fuori da Cuba, quasi un quinto della popolazione totale dell’isola. Lun edì, per la prima volta, l’Avana ha dato loro il via libera ad investire in patria.
Quando chiedo ad Alejandro perché non se n’è andato anche lui, glissa. «Ci ho provato, nell’1980 e di nuovo nel 1992, ma a quanto pare non era il mio destino». Poi, si mette a raccontare della sua famiglia. Sarà quello il motivo per cui alla fine è rimasto? La famiglia Rivero è «habanera» da sempre,e da sempre abita nel barrio Lawton, con le case di legno che hanno vissuto tempi migliori e le strade ripide da cui si godono panorami spettacolari sulla capitale, giù fino al mare. Lo stesso quartiere dove oggi, nella parrocchia Santa Clara de Asís, Alejandro a volte partecipa agli incontri del dissidente Movimiento Cristiano Liberación. «Alla fine degli Anni 50, almeno così raccontavano imiei genitori, potevi sparire se ti facevi coinvolgere troppo in politica o se infastidivi Batista. Ma all’Avana, economicamente parlando, si stava bene. Se non t’immischiavi, non vivevi nella paura. Della mia infanzia mi manca tutto. Il mio universo era il quartiere. In un isolato c’erano tre bodegas (piccoli negozi di alimentari), un barbiere, una caffetteria, una rosticceria, una bancarella di frutta e una di guarapo, il succo di canna dazucchero. Poi, negli Anni 60 scomparvero tutte le attività commerciali. Rimasero solo alcune bodegas statali, molto poco fornite. Oggi sono consentite alcune attività private, che vendono prodotti importati di ottima qualità, persino dagli Stati Uniti, ma a prezzi molto alti, troppo per lo stipendio di un cubano medio».
Con lo stipendio statale oggi a Cubanon si sopravvive più. L’anno scorso si contavano 9.900 aziende private, che impiegavano oltre il 30% dei 10 milioni di abitanti. Sono loro i nuovi ricchi e chi riceve le rimesse dagli esuli di Miami, che ora potranno anche essere proprietari di aziende private sull’isola.
Ai tempi di Batista la disuguaglianza era abnorme. Alejandro era solo un bambino ma ricorda ancora quella gita in macchina con lo zio fino al ponte di Bacunayagua, il più lungo di Cuba, che unisce le province dell’Avana edi Matanzas: «Mi diede una moneta da 25 centesimi da regalare ad una bambina molto povera, che stava in piedi davanti a casa sua. Io ero un ragazzo di condizioni modeste ma avevo il mio braccialetto d’oro a 18 carati, la mia catenina, che era un lusso. Quando diedi la moneta a quella bambina, mi vergognai tantissimo, per la differenza tra lei e me».
Tolto quel momento di «grande imbarazzo», i ricordi di Alejandro sono pura nostalgia. Il luna park del quartiere, il circo itinerante, l’«impeccabile» nonno paterno, Jesús Rivero San Roman, che lavorava in uno studio di avvocati, e il più passionale nonno materno, Zenon Pamplona che «veniva dallo Yucatán, elasera andava in un club privato a ballare il danzón», un ballo da sala, elegante e sensuale, nato a Cuba alla fine del XIX secolo. Erano una famiglia come tante, non ricca ma neppure povera. Ogni anno si riunivano per«la magia del Natale, con le cosce di maiale e il torrone, ed eravamo felici».
Dopo il 1959, quel mondo è crollato. Nessuno, nel quartiere Lawton, stava con Batista: «Tutti volevano che se ne andasse. Ricordo che il 1° gennaio 1959 venne a svegliarmi un amico, Fidel era entrato all’Avana, c’era una gioia così grande per le strade…».
La festa non è durata a lungo, almeno per la famiglia Rivero. «I sostenitori di Castro smisero di frequentare chi non lo era. Mio padre Anibal era un socialista convinto, anche prima della rivoluzione. Era un verniciatore di mobili ma dopo il trionfo di Fidel ha avuto diversi incarichi istituzionali. È stato anche amministratore del porto di Cienfuegos. Era un fervente filo-sovietico, ancor più che filo-castrista, e vietava a mia madre di praticare la sua fede. Essere cattolici a quei tempi era anti-rivoluzionario».
Quando è scoppiata la Perestrojka, il risveglio è stato durissimo. «Mi diceva, riferendosi alla Russia: “Era tutta una bugia, Ale”». Triste e deluso, allontanato dalla sua stessa famiglia, si è tolto la vita.
I turbolenti Anni 60 e 70 furono il periodo peggiore per la famiglia Rivero. «Mio padre ci abbandonò, mia madre, Cándida, vendeva ricami per strada, io facevo qualsiasi lavoro riuscissi a trovare. Ho iniziato giovanissimo, lavori pessimi. L’ultimo, per il governo, era fare la guardia in una fabbrica di vernici. Mi hanno licenziato perché dicevano che ero un vero parassita. Avevo i capelli troppo lunghi…». La casa del barrio Lawton si deteriorò, aveva dei puntelli di legno per evitare che il tetto crollasse. Come scrive Abilio Estévez in Palazzi lontani, «le travi tentano di evitare un crollo che sembra comunque imminente» in un’Avana che «suscita due impressioni allo stesso tempo: quella di una città bombardata, che aspetta solo uno scroscio di pioggia, uno sbuffo di vento per disfarsi in un mucchio di pietre; e quella di una città sontuosa ed eterna, appena sorta, eretta come lascito a future immortalità». Una città dove, con il passare del tempo, la miseria è diventata normalità, anche per la famiglia Rivero, o quel che ne restava.
«Passammo 13 anni senza frigorifero e altri 13 senza tv, solo con una radio e un giradischi». Ma erano anche gli anni delle feste, della musica americana e delle scoperte. Alejandro suonava la chitarra, ogni tanto si esibiva nei night club o alle quinceaneras, i compleanni delle quindicenni che in America latina valgono più di una laurea, con gli amici andava nei locali del Fontanal, che prima della rivoluzione era il quartiere dei ricchi. Nostante tutto, si divertiva. Poi ha scoperto di essere un asso nelle immersioni in apnea, per combattere l’asma che lo tormentava, e ancora oggi i suoi idoli sono italiani, Umberto Pelizzari e Alessia Zecchini.
«La mia giovinezza è stata segnata dalla scarsità, ma è stata gioiosa, con gli amici e la musica dei Beatles, anche se il film A Hard Day’sNight del 1964 qui non lo abbiamo visto fino al 1992. Non avevamo quasi nulla, ma non c’erano differenze di classe sociale. Tutti i giovani si vestivano male, ma ci vestivamo tutti allo stesso modo. E mia madre trasformava vecchi pantaloni per farli a zampa d’elefante».
Anni dopo, quando i Rolling Stones sbarcarono a Cuba per lo storico concerto Havana Moon, la sorella di Alejandro, Marianela, riuscì a sentirli cantare dal vivo e rimase a bocca aperta. Era il 2016, gli anni della distensione fra Usa e Cuba voluti dal presidente Barack Obama. «La gente era molto favorevole a un riavvicinamento tra i due Paesi. Ma io ero pessimista, anche se pensavo che Obama fosse una brava persona, molto schietta e onesta, in grado di trattare con il governo cubano». E oggi che musica si ascolta a Cuba? Dietro si sente la voce del pronipote. «Il reggaeton».
Torniamo indietro agli anni Ottanta. Con l’aiuto di Mosca, a Cuba le cose migliorarono, e si tornò a mangiare bene anche a casa Rivero. «Fu il periodo migliore del socialismo. C’era tre volte più repressione di adesso, ma a nessuno importava. Perché non c’erano i blackout, c’era cibo a sufficienza per tutti e i mezzi di trasporto funzionavano». L’Unione Sovietica era un alleato solido, che non faceva mancare quasi nulla all’alleato Fidel Castro.
Nel 1988 Alejandro si è sposato. Un matrimonio durato quindici anni, «i migliori della mia vita» anche se nel frattempo l’Urss si era sgretolata econ la fine degli aiuti sovietici Cuba è piombata in una crisi durissima, il famigerato Periodo Especial. La coppia di sposi, però, non se la cavava poi troppo male. Lui lavoravacome fotografo, lei come cuoca nella mensa ufficiali della Forza Aeronautica Rivoluzionaria. «Quando ci siamo lasciati, nel 2003, io sono tornatoa casa e mi sono preso cura di mia nipote, la figlia di mia sorella minore Katie, che non poteva più occuparsi di lei per problemi di salute. In seguito, mia nipote Yaima ha avuto due figli, un maschio e una femmina, che sono diventati come figli miei». Si sente l’orgoglio da padre acquisito: «Lei ha dodici anni e studia alle medie, lui ne ha 18 eappena finirà il servizio militare comincerà gli studi di ingegneria». Altalene della vita,oggi è Yaima che si occupa dell’anziano zio Alejandro, e lo mantiene, con l’aiuto di parenti e amici emigrati in Florida.
In famiglia non manca nulla, «anche se i prezzi sono schizzati alle stelle, perfino una bibita gassata è un lusso». Alejandro a tratti si emoziona. Ammette, «non ho mai parlato di me e della mia famiglia prima d’ora, nemmeno con gli amici». Ma con 7 ha voglia di raccontare, le sue paure ele sue speranze sono le incertezze di un popolo. «Non sappiamo cosa succederà domani. E lagente ha fame».
Cuba rischia di diventare una prigione da cui molti vogliono fuggire. Chi resta sogna altri mondi possibili. «Non ho mai viaggiato fuori dall’isola. Il più grande desiderio dei miei ragazzi è vivere all’estero. Io, almeno, da giovane amavo leggere e quello mi distraeva. Mia nipote ha iniziato Viaggio al centro della Terra e ha smesso a metà».
Álejandro critica perfino i fiori all’occhiello del castrismo: la scuola per tutti e la sanità pubblica. «Da bambino frequentavo una piccola scuola privata nel quartiere. Gli insegnanti erano molto bravi e c’era rispetto reciproco tra studenti e professori. Ora non più. Ai giovani manca l’accesso ad una maggiore conoscenza. C’è tutta questa roba di internet, ma guardano solo giochi e gossip». Vorrei dirgli che è così anche in Italia, ma lui aggiunge: «L’istruzione è molto politicizzata, la storia cubana è manipolata». E la sanità? «Io non ci vedo bene, ho la cataratta,ma mi posso scordare le medicine gratuite. Lo Stato non ti fa pagare, ma non può offrire più nulla. Un medico privato, invece, costa caro…».
Contro i black out, la fame, la scuola e la sanità che non funzionano, contro un Paese che sta affondando, per la gioia del cinico Trump, i cubani hanno cominciato a protestare, spontaneamente, vincendo la paura. Quasi ogni sera nelle strade buie dell’Avana e di molte altre città si sente il rumore delle pentole che sbattono. È il cacerolazo, la forma di contestazione più diffusa in un’isola asfissiata dall’embargo pluridecennale degli Usa e dalla cattiva gestione dell’apparato militar-burocratico che governa il Paese.
Proteste che 13marzo, poche ore dopo l’«ammissione» del presidenteMiguel Diaz-Canel sui negoziati in corso con gli Stati Uniti, sono sfociati in rivolta nella cittadina di Morón, dove alcuni dimostranti hanno fuoco alla sede locale del Partito Comunista. «Sì, ci sono proteste con pentole sbattute, e siccome la spazzatura non viene raccolta e si accumula per le strade, la gente la incendia. Anche quello è un modo per contestare», conferma Alejandro.
Trump non ha dimenticato L’Avana, hasoltanto rinviato la «soluzione». Dai canali non ufficiali, filtra la mediazione continua della Chiesa cattolica, che ha convinto il governo a scarcerare decine di detenuti, ma anche l’inasprimento della repressione: il regime ha aumentato le operazioni e i controlli di polizia in tutto il Paese per evitare nuove manifestazioni.
Ma cosa vuole il popolo cubano? «Posso dirti l’unica cosa che tutti i cubani non vogliono: lo spargimento di sangue. La gente comune, non coinvolta con il governo, non vede l’ora che arrivino gli americani. A molti non importa se si tratterà di un intervento armato o pacifico, se si instaurerà un governo democratico o se Cuba entrerà a far parte dell’Unione, oaddirittura se diventerà uno stato libero associato. In breve, il 90% concorda sul fatto che sia necessaria un’alleanza con gli Stati Uniti per poter avere un Paese prospero».
Alejandro è pragmatico. «Alla gente non interessa la libertà di espressione. Piuttosto, vuole mettere il cibo in tavola». E tu, cosa vuoi? «Io voglio un Paese libero, dove non ci siano blackout e dove i ragazzi abbiano opportunità di studiare e immaginare unfuturo. Un Paese dove le persone possano esprimersi liberamente, dove ci siano partiti politici acui puoi appartenere, dove gli anziani non debbano fare la fila per comprare il pane. Quello che voglio per imiei nipoti èche tutto questo cambi».
Non hai paura a parlare così con una giornalista straniera? «Non ti preoccupare, scrivi pure il tuo articolo».
29 marzo 2026
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