di
Guido Olimpio
Riad e Abu Dhabi temono che una tregua rafforzi Teheran. Oman, Qatar e Kuwait puntano alla pace
Guerra o pace. Le monarchie sunnite sono ad un bivio, divise su cosa fare. Mentre l’Iran sa bene come agire, come rivelano i numeri degli strike: dall’inizio della crisi i pasdaran hanno tirato contro i regni del Golfo e la Giordania oltre 5.609 «proiettili», di cui 4.422 droni-kamikaze e 1.187 missili.
Strategia d’attrito
Il bilancio, che sarà superato tra qualche ora da nuovi colpi, rivela la strategia d’attrito attuata da Teheran nei confronti dei vicini, anche quelli con cui ha avuto buoni rapporti. Li punisce perché ospitano le basi americane, sfrutta il momento per condizionare il traffico ad Hormuz, punta a definire un nuovo «sistema» regionale dove la Repubblica islamica ha il ruolo predominante grazie all’arsenale e alla geografia.
La linea Bin Salman
Gli emiri hanno assunto atteggiamenti diversi. L’Arabia Saudita, che aveva assicurato che il suo spazio aereo era precluso per un eventuale assalto Usa, ha permesso l’uso delle installazioni da parte statunitense. E successivamente ha minacciato di partecipare alle operazioni offensive, linea ancora più accentuata — secondo indiscrezioni difficili da verificare — su una presunta richiesta del principe Bin Salman a Donald Trump: Epic Fury deve andare avanti. Per neutralizzare il regime dei mullah oppure indebolirlo a un punto tale che non sia in grado di dettare condizioni. Altrettanto decisa la visione degli Emirati. Nelle scorse ore hanno denunciato l’aggressione e il tradimento da parte dell’Iran. Anwar Gargash, consigliere del presidente emiratino Mohammed bin Zayed, ha accusato l’Iran di aver ingannato i suoi vicini, dunque è diventato una minaccia da sventare. In sintesi: i due Paesi temono che una eventuale tregua favorisca gli ayatollah, ancora più convinti dopo aver tenuto testa all’asse Israele-Stati Uniti.
Il rischio Houthi
Salman e Zayed sono consapevoli che un intervento diretto esporrebbe il loro territorio ad attacchi ancora più massici, coinvolgendo maggiormente le infrastrutture. Inoltre, c’è il rischio che vengano presi di mira dagli Houthi yemeniti, un fronte che si è rivelato temibile in passato. La linea dura è appoggiata anche dal Bahrein, Paese con tre problemi: la popolazione a maggioranza sciita, l’esposizione intensa ai bombardamenti, la paura di sommovimenti interni.
Sono tra il prudente e il contrario all’opzione bellicista l’Oman, il Qatar e il Kuwait. Domenica il governo di Muscat ha diffuso un comunicato particolare: stiamo indagando per capire chi sia il responsabile degli attacchi sul porto di Salalah. Precisazione che sembra prendere per buona la smentita di Teheran su un suo raid malgrado i Guardiani abbiano sostenuto di aver preso di mira una nave appoggio statunitense in acque non lontane dal Sultanato. I distinguo rappresentano l’indizio di una scelta tradizionalmente impostata sul dialogo per evitare un conflitto che non è l’interesse dell’Oman. I qatarini, già vittime delle ritorsioni iraniane nei precedenti scontri, sono in una morsa: ospitano uno snodo formidabile del Pentagono, godono di rapporti privilegiati con Washington ma questo non ha evitato conseguenze di lungo termine.
Il ponte con gli europei
I tre «possibilisti» non sono in grado di rivoluzionare completamente il gioco di alleanze, probabile che allarghino legami già solidi con gli europei (Italia, Francia, Gran Bretagna) e la Turchia, però sperano di ottenere migliori rapporti con la Repubblica islamica. Come tutti in questa crisi si affidano a una scommessa e necessariamente dipendono da scelte altrui: ieri sera il Qatar ha dovuto respingere una nuova incursione di droni lanciati dagli iraniani.
29 marzo 2026
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