La premier Giorgia Meloni.

«Transizione 5.0, il governo in fase pre-elettorale tradisce ancora le imprese, e lo fa perché sceglie di salvare i conti invece di tenere fede agli impegni presi». Parole di Luca Onnis, direttore operativo di Tinexta, gruppo quotato che fornisce servizi alle imprese, in particolare in ambiti come innovazione e finanza agevolata. Ma a cosa si riferisce Onnis? Anzitutto al piano di crediti d’imposta pensato per spingere le imprese a investire in tecnologia e risparmio energetico: relativo agli investimenti effettuati tra il 2024 e il 2025, Transizione 5.0 è stato frenato dalla pubblicazione tardiva dei decreti attuativi. Ma la “notizia” è questa: il decreto fiscale pubblicato il 27 marzo stabilisce che alle aziende “esodate” – quelle che hanno presentato domanda dopo il 6 novembre 2025 – verrà riconosciuto solo il 35% del credito d’imposta previsto, a fronte di un fabbisogno di circa 1,5 miliardi, ora coperto per appena 537 milioni. Il taglio è ancora più pesante perché esclude dal beneficio gli investimenti in fonti rinnovabili, proprio quelli su cui il piano aveva spinto di più. In concreto, oltre 7mila aziende che avevano programmato incentivi tra il 35% e il 45% si ritrovano oggi con benefici reali che scendono fino a circa il 10–15% dell’investimento. Il governo ha annunciato l’apertura di un tavolo di confronto per valutare eventuali risorse aggiuntive in sede di conversione del decreto, ma senza indicazioni precise su tempi e coperture. Confindustria ha reagito duramente al taglio. Il vicepresidente per le politiche industriali Marco Nocivelli sottolinea che «una simile misura – che ha effetti retroattivi e lede il principio del legittimo affidamento – penalizza pesantemente le imprese». E avverte: così si mettono a rischio liquidità, investimenti e la stessa credibilità del sistema Paese.

 

Ma perché Luca Onnis parla di fase pre-elettorale?

Perché secondo Onnis dopo il fallito Referendum sulla Giustizia, il governo si muove già in vista delle prossime elezioni politiche. In questo contesto, le risorse vengono spostate per coprire misure più “visibili” o urgenti sul piano politico, anche a costo di sacrificare interventi come il 5.0. È il caso, per esempio, della riduzione delle accise sul carburante, che diventa strategica anche per via di fattori contingenti come la crisi energetica e le tensioni geopolitiche – che rendono il tema del costo dell’energia politicamente sensibile. Solo che la coperta è corta: se si mette da una parte, si toglie dall’altra. Così, per Onnis, la strategia industriale viene di fatto dettata dalla Ragioneria dello Stato, cioè da chi deve far quadrare i conti. Le decisioni quindi non seguono più una logica di sviluppo, ma di vincolo di bilancio. E quando succede questo, la politica smette di guidare e si limita a tagliare. È quanto è accaduto con Transizione 5.0.

 

E quali effetti rischia di produrre la misura del governo?

Secondo Onnis gli effetti sono immediati e molto concreti. Il primo è un crollo della fiducia: le imprese si ritrovano con regole cambiate a posteriori e smettono di credere alla stabilità degli incentivi. Il secondo è il rallentamento degli investimenti: non si fermano del tutto, ma vengono ridotti o rinviati perché aumenta l’incertezza. Il terzo, più profondo, è un danno al sistema: quando salta il rapporto di affidabilità con lo Stato, anche le misure future – per quanto buone – rischiano di non essere più credute né utilizzate.

D. Il governo ha scelto di lasciare solo 537 milioni agli “esodati”, quando in realtà sembrava possibile coprire tutto il fabbisogno.
Luca Onnis, chief operating officer di Tinexta Innovation Hub.

R. Il punto è che la scelta dei 537 milioni non nasce da un’impossibilità oggettiva di coprire il fabbisogno, ma da una decisione politica maturata lungo un percorso che inizialmente era stato impostato in modo diverso. Le domande degli esodati valevano circa 1,5 miliardi, mentre la legge di bilancio aveva previsto 1,3 miliardi: quindi si era molto vicini a una copertura quasi integrale. Inoltre, la questione era già emersa da mesi e, dopo i primi tagli di novembre, si era aperto un confronto politico che aveva portato a un impegno preciso: coprire tutte le richieste presentate entro il 27 novembre. Il cambio avviene ora, nel decreto fiscale del 27 marzo, quando il governo decide di rivedere le priorità e di ridurre drasticamente le risorse effettivamente destinate agli esodati, portandole a 537 milioni: da qui deriva il 35%, che non è una scelta tecnica neutra ma la conseguenza diretta di uno stanziamento molto più basso rispetto al fabbisogno.

D: Quali sono i fattori che hanno pesato sulla decisione del governo?

R: In questo passaggio pesano diversi fattori: il peggioramento delle previsioni sul PIL, la crisi energetica e soprattutto la decisione di destinare risorse ad altre misure, come la copertura delle accise. Il risultato è una soluzione di compromesso: si mette una cifra limitata per chiudere formalmente la partita e si rinvia a un eventuale recupero di risorse in un secondo momento. Ma proprio qui nasce il problema principale, che non è solo contabile ma di credibilità: si interviene dopo aver dato un’indicazione opposta e su una platea che aveva già preso decisioni di investimento sulla base di quella indicazione. Così si producono due effetti molto pesanti: da un lato si riapre l’incertezza per migliaia di imprese, dall’altro si prolunga una situazione sospesa che dura da mesi senza mai arrivare a una chiusura definitiva.

D. Sono stati esclusi proprio gli investimenti nelle rinnovabili, mentre sono rimasti più coperti quelli vicini al 4.0. Perché è accaduto proprio questo?

R. Il motivo vero è tecnico ma va detto in modo chiaro: il 4.0, a differenza del 5.0, non rientra nello stesso modo nei calcoli europei sul deficit/PIL. In pratica, le risorse messe sul 4.0 non “pesano” allo stesso modo nei conti pubblici e non rischiano di far scattare procedure di infrazione, mentre quelle sul 5.0 sì. Per questo, quando il governo ha dovuto ridurre la copertura, ha scelto di spostare le risorse sul 4.0: era l’unico modo per stare dentro ai vincoli europei senza aprire un problema sul deficit. Il punto è che così si crea un cortocircuito evidente: prima spingi le imprese, con il 5.0, a investire anche sulle rinnovabili – spesso le soluzioni più costose e avanzate – e poi, per ragioni di contabilità pubblica, tagli proprio quella componente. Quindi la spiegazione tecnica c’è ed è anche coerente con le regole europee, ma dal punto di vista della politica industriale è una scelta contraddittoria, perché penalizza esattamente gli investimenti che fino al giorno prima venivano incentivati come strategici.

D. Come le previsioni della bozza minano la fiducia delle imprese nella politica industriale italiana?

R. La minano su più livelli. C’è anzitutto il tema del legittimo affidamento, che non è un dettaglio. Le imprese hanno agito sulla base di una cornice normativa e di una promessa pubblica, e quando quella cornice viene cambiata retroattivamente, il messaggio che passa è devastante. Anche dal punto di vista dei principi europei, una cosa del genere espone il governo a una posizione molto debole. Ma il problema non è solo giuridico, è anche economico e “psicologico”. Siamo già dentro un contesto generale di sfiducia: i mercati sono incerti, gli investitori sono prudenti, le imprese fanno fatica a leggere il quadro. Se in una situazione del genere anche il governo, che dovrebbe essere il soggetto che accompagna e sostiene, continua a tradire le promesse che fa, allora l’imprenditore resta fermo sulla porta e aspetta. Guarda cosa succede, rinvia, prende tempo. Questo è particolarmente grave perché le politiche di incentivo, per definizione, servono proprio nei contesti incerti. Sono strumenti anticiclici: dovrebbero spingere gli investimenti quando il ciclo economico è debole o quando il clima è sfavorevole. Qui invece stai facendo il contrario: si peggiora la situazione. Quindi sì, la fiducia viene colpita in profondità, e il danno non è soltanto sull’incentivo in sé, ma sulla credibilità complessiva della politica industriale italiana.

D. Quindi si può dire che il governo stia scaricando sulle imprese il costo di una programmazione sbagliata?

R. Sì, ma c’è anche un punto ulteriore: qui sembra emergere il fatto che la strategia di crescita del Paese venga dettata dalla Ragioneria dello Stato. E questo è il problema vero. Perché finché è la Ragioneria a fare la strategia industriale, va bene tutto sul piano contabile, ma siamo completamente fuori strada sul piano politico. La politica dovrebbe decidere che cosa vuole fare del sistema produttivo italiano, quale idea di crescita vuole sostenere, quale tipo di investimenti vuole incoraggiare. Soprattutto in un governo che, almeno in teoria, dovrebbe avere una forte attenzione all’impresa, all’economia reale, alla produzione. Qui invece sembra che la politica si limiti a subire il vincolo contabile e a tradurlo in tagli, senza difendere fino in fondo l’impianto industriale. Il giudizio è molto netto: se il ministro competente si trova a subire una scelta del genere senza riuscire a cambiarla, allora significa che non conta nulla. Se fossi in lui, forse mi dimetterei. Perché la politica è fatta di consenso, certo, ma anche di idee, di direzione, di scelte che si vogliono mettere in campo. E qui quella direzione non si vede.

D. Si rischia di ripetere quello che è già successo l’anno scorso, quando i ritardi nella pubblicazione dei decreti attuativi hanno prodotto confusione e addirittura effetti negativi sugli investimenti?

R. Sì, il rischio è esattamente questo. E forse è persino peggio, perché adesso si aggiunge un danno reputazionale. Se tu stai mettendo in campo un nuovo piano, che magari sulla carta è anche una cosa valida, e però nel frattempo dimostri alle imprese che gli incentivi possono essere cambiati in corsa o ridotti retroattivamente, è inevitabile che chi dovrebbe investire ti dica: scusate, ma io perché dovrei fidarmi? Questo è il punto. Anche le misure buone, in un contesto del genere, perdono forza. Gli investimenti non stanno crescendo; anzi, stanno diminuendo. Quindi non siamo in una fase in cui il sistema può assorbire senza danni un colpo del genere. Al contrario: è una fase in cui il problema andrebbe affrontato, non aggravato. E c’è anche un’altra lettura: l’impressione è che il governo privilegi il consenso e il rapporto immediato con l’opinione pubblica, più che un dialogo serio e ragionevole con tutti gli attori economici, comprese le imprese.

D. In questo quadro entra anche la questione politica più ampia: il referendum, la campagna elettorale, il consenso. Quanto pesa tutto questo?

R. Pesa molto, e il punto è proprio questo: molte di queste scelte non si spiegano più solo con la logica economica, ma con una logica politica. Dopo il referendum, di fatto, il governo è entrato in una fase già pre-elettorale. Questo si vede da come si muove: alcune decisioni impopolari vengono rinviate, altre – come il tema delle accise – vengono anticipate perché parlano direttamente al consenso. È il comportamento tipico di chi sta già ragionando in termini elettorali. Dentro questo quadro, anche la gestione del 5.0 va letta così. Non è solo una questione di conti, è anche una scelta su dove mettere le risorse per massimizzare il ritorno politico. Il problema è che qui emerge una contraddizione: se sei in campagna elettorale, normalmente cerchi di allargare il consenso, o almeno di non perdere pezzi importanti come il mondo delle imprese. Invece questa decisione fa l’opposto: crea scontento in un settore centrale senza che sia chiaro quale vantaggio politico porti in cambio. E allora il dubbio diventa più profondo: non è solo una scelta discutibile dal punto di vista industriale, è una scelta di cui non si capisce nemmeno la convenienza politica. Perché il consenso serve a vincere le elezioni, ma governare un Paese è un’altra cosa: significa dare stabilità, costruire fiducia, tenere insieme imprese, investimenti e visione di lungo periodo. Se rompi questo equilibrio, il risultato non è solo malcontento: è che gli investimenti si fermano davvero.

D. Il tavolo di confronto annunciato dal governo è una vera apertura oppure un modo per rinviare il problema?

R. Da un lato c’è un dato oggettivo: il governo ha scritto nero su bianco che intende avviare nei prossimi giorni un tavolo di confronto con le categorie produttive per valutare eventuali risorse aggiuntive in sede di conversione del decreto. Quindi formalmente il tavolo esiste ed è una fonte ufficiale. Dall’altro lato, però, il problema è che la questione sembra già chiusa in tutta fretta dentro il decreto fiscale. Se davvero si fosse voluto aprire un confronto, si sarebbe dovuto fare prima, non dopo. Invece qui è accaduto il contrario: prima è uscito un decreto non concordato, poi si è detto che eventualmente si potranno trovare altre risorse, senza chiarire né quante né da dove dovrebbero arrivare. Per questo la sensazione è che si tratti più di una negoziazione al ribasso che di una vera apertura. Come a dire: prima il tuo diritto era cento, io adesso te lo porto a trentacinque, e poi magari vediamo se riesco ad aggiungere qualcosa. In questo momento è difficile dire se credere o no a quel tavolo. Non lo si può liquidare come inesistente, perché è stato annunciato ufficialmente. Ma non lo si può neppure considerare una soluzione, perché al momento è soltanto una promessa ulteriore, dentro un contesto di promesse disattese.

D. E alle imprese, oggi, che cosa si può dire concretamente? Che cosa possono fare?

R. Sulla partita pregressa il margine è molto ridotto. Tutto quello che si doveva fare, sia da parte delle imprese sia da parte di chi le ha accompagnate, è stato fatto. Quindi, se il quadro resta questo e se quel tavolo non porta davvero a una correzione, c’è poco da aggiungere. È vero che viene evocata l’ipotesi di un ricorso collettivo, ma con molta cautela: è una riflessione che esiste, però non è qualcosa che viene data per definita. Per il futuro, però, il messaggio non cambia: bisogna continuare ad accompagnare le imprese negli investimenti, perché restano fondamentali per crescere, per innovare, per restare sul mercato. Il valore dell’investimento non si esaurisce nell’incentivo. Però è anche giusto dire le cose come stanno: se gli incentivi non ci sono, o se non sono affidabili, le imprese non smettono completamente di investire, ma investono meno. E quel “meno” poi si vede nei numeri, nei dati, nelle rilevazioni di sistema. Quindi il lavoro da fare resta quello di mantenere fiducia, accompagnare, costruire percorsi di innovazione. Ma è evidente che il contesto istituzionale, oggi, non sta aiutando. E questo è il punto più critico di tutti.