Il recente poker, DelmastroBartolozziSantanchèGasparri (a sinistra lo recitano già con soddisfazione, tipo Zoff-Gentile-Cabrini), riporta d’attualità un gesto antico che negli ultimi tempi sembrava diventato addirittura desueto: le dimissioni. Tanto più che, contestualmente, dall’altra parte dello schieramento sul referendum sono arrivate anche quelle da presidente dell’Anm di Cesare Parodi, che pure l’ha vinto. Ma in effetti Parodi ha dato le dimissioni per motivi familiari (veri); quelle degli altri ricordano semmai la definizione che ne diede Ambrose Bierce nel suo celebre ‘Dizionario del diavolo’: “Volontaria rinuncia a qualcosa di cui siamo stati privati con la forza”.

Delmastro, Bartolozzi, Santanchè e Gasparri, il quartetto che rispolvera un gesto antico e desueto: le dimissioni (forzate)

E qui va almeno segnalata la notevole performance di Daniele Santanchè, personaggio che si adora detestare, ma cui nessuno potrà negare di avere carattere. Altrimenti non avrebbe tenuto sulla corda l’amica Giorgia, la politica, i giornali, le tivù, i social e insomma tutti per un giorno intero, in apparenza per sfogliare la margheritina (lascio? Resto?), in realtà per far capire che le inevitabili dimissioni le dava sì, ma non per scelta sua. Poteva magari ispirarsi a Winston Churchill: “Ho dato le dimissioni ma le ho rifiutate”.

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Winston Churchill al suo tavolo di lavoro in una foto senza data. ANSA

In realtà, le dimissioni sono uno dei rari casi in cui il potere logora chi ce l’ha, e per lo più si rassegna a rassegnarle. “Sottomettersi o dimettersi”, strillava Léon Gambetta all’indirizzo di Patrice de Mac-Mahon, maresciallo di Francia e secondo presidente della Terza Repubblica (e per inciso, anche duca di Magenta per meriti militar-risorgimentali), sospettato di mene autoritarie: il maresciallo, alla fine, si dimise.

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Sono rari i casi in cui chi molla lo fa per volontà sua, e si tratta generalmente di sant’uomini: vedi il “gran rifiuto” di Celestino V, che non a caso fece tanto arrabbiare Dante, che santo era per nulla, o quello del suo lontano successore Benedetto XVI: e qui, chapeau a uno che abdica in latino, molto più chic che le solite sgangherate lettere all’Ansa (fortuna nella fortuna, quel giorno era di servizio una vaticanista che il latino lo mastica: e fu subito scoop).

Ancora più rari i casi in cui il politico di turno, levatosi di torno, ammette il sollievo. “Per quel che riguarda la Presidenza, i due giorni più felici sono stati quelli del mio ingresso in ufficio e delle mie dimissioni”, disse Martin van Buren, ottavo Presidente gli Stati uniti (dal 1837 al 1841): Trump prenda esempio e faccio felici anche noi. “Do le dimissioni, sono dimittente!” (Totò in ‘Tototarzan’, 1950): è un gesto piuttosto insolito in una politica come quella italiana dove generalmente si è disposti a dare tutto, specie agli amici e gli amici degli amici, tranne le dimissioni.

Margaret Thatcher

Margaret Thatcher

A meno, beninteso, che dietro l’abbandono di poltrona non si celino chissà calcoli politici o manovre da politique politicienne. Per restare al francese, c’è pure il proverbio: “reculer pour mieux sauter”, fare un passo indietro per saltare meglio (in avanti). Forse potremmo tradurlo con: dimettetevi, dimettetevi, qualcosa resterà. Ma non sembra il caso degli ultimissimi addii italiani: i dimissionari non sono certo andati a casa volontariamente. Perché, come disse Margaret Thatcher alcuni mesi dopo essere stata costretta a traslocare dal numero 10 di Downing street, “casa è quel posto dove torni quando non hai niente di meglio da fare”.