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E’ sorprendente il testa coda del cardinale Parolin: sulla messa in latino ha cambiato idea e ora si adegua alla linea moderata e dialogante di Papa Leone che, in materia, sta cercando di aggiustare i cocci e riportare un po’ di pace nella Chiesa. Stamattina il cardinale Segretario di Stato ha ammesso che la liturgia non deve diventare «un campo di battaglia». Ai giornalisti che gli chiedevano un commento sull’invito del Papa rivolto ieri ai vescovi francesi per trovare una composizione tra coloro che seguono il rito ordinario e coloro che chiedono di ripristinare la messa in latino, ha spiegato: «Credo che condividiamo tutti questa valutazione che il Papa dà, nel senso che la liturgia non deve diventare motivo di conflitto e di divisione tra di noi. Si tratterà di trovare la formula che possa venire incontro alle legittime esigenze».
APPROFONDIMENTI
Una posizione personale evidentemente modificata.
Le frange più conservatrici che fino all’anno scorso denunciavano una persecuzione in atto verso le comunità tradizionaliste difficilmente dimenticano la posizione intransigente che aveva mostrato in materia il Segretario di Stato. A dare manforte a Papa Francesco in questa crociata polarizzante con strascichi di difficile guarigione, vi sono stati diversi teologi e liturgisti (provenienti dall’università di Sant’Anselmo) ma pure autorevoli vescovi del Dicastero del Culto Divino e persino cardinali di curia come il prefetto Roche e il segretario di Stato, Parolin.
Il muro contro muro a suo tempo aveva fatto dire al cardinale Burke che era in atto una “persecuzione”. In pratica negli anni precedenti, sotto il pontificato di Bergoglio, furono licenziati documenti restrittivi, provvedimenti, richiami indirizzati a singoli vescovi ed è stato persino taroccato in curia un sondaggio pur di arrivare a soffocare la sparuta minoranza di cattolici tradizionalisti. Quasi un complotto. La campagna vaticana per fermare l’uso del messale antico utilizzato con passione da una esigua minoranza di fedeli nel mondo, ha così finito per accendere la lacerante campagna di posizione, senza esclusione di colpi che ora sta cercando di sanare Leone.
Quando è stato eletto, nel maggio dell’anno scorso, Leone XIV tanti cardinali di varia provenienza hanno subito tirato un respiro di sollievo, tra cui l’americano Burke: «Spero che lui ponga fine alla persecuzione dei fedeli nella Chiesa che desiderano adorare Dio secondo l’uso più antico del rito romano» aveva detto. Come si sa, sotto il pontificato precedente era partita una fortissima campagna culminata nel Motu Proprio che ha spazzato via tutto il cammino fatto da Benedetto XVI per normalizzare persino i pochi scismatici lefebrviani rimasti.
Papa Leone ieri ha inviato ai vescovi di Francia (dove le ferite di questa guerra sono assai evidenti) una lettera con un ramoscello d’ulivo. Il messaggio è stato chiaro a tutti: giriamo pagina cercando «soluzioni concrete che permettano di includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo, secondo le linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di Liturgia». Questo senza nascondere la grave preoccupazione per il fatto che «continui ad aprirsi nella Chiesa una dolorosa ferita riguardante la celebrazione della Messa, il sacramento stesso dell’unità».
Ma perchè Papa Francesco e i suoi maggiori consiglieri in materia, tra cui il teologo del Sant’Anselmo Andrea Grillo, il cardinale Roche e il Segretario di Stato Parolin, si mostrarono così contrari col mondo tradizionalista? La risposta la fornì un giorno Bergoglio facendo riferimento al fatto che questa esigua minoranza ultrà era divisiva, assai influente perchè aveva denaro e per giunta raccoglieva giovani e vocazioni. In un passaggio di una intervista Bergoglio criticava anche l’attenzione per i riti e l’esteriorità liturgica con parole urticanti: «questi modi di vestire a volte nascondono uno squilibrio mentale, una deviazione emotiva, una difficoltà comportamentale, un problema personale che può essere sfruttato».
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