di
Gian Guido Vecchi
I «fraintendimenti» e l’appello: «Sia rispettata la sicurezza di tutti ma anche il diritto alla preghiera»
CITTÀ DEL VATICANO – Il patriarcato di Gerusalemme sta all’interno delle Mura, poco distante dalla Porta di Giaffa. Per arrivare alla basilica del Santo Sepolcro ci sono poco più di trecento metri da percorrere a piedi nella Città Vecchia, di questi tempi e a quell’ora le vie lastricate sono semideserte.
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa spiega che erano le 7 e 30 del mattino quando sono stati fermati dalla polizia, lui e il padre Custode di Terrasanta Francesco Ielpo. «Avevamo chiesto una piccola cerimonia privata, nulla di pubblico, ci sono stati dei fraintendimenti, non ci siamo capiti ed è accaduto questo. Non è mai successo, dispiace sia accaduto», dice più tardi, nel pomeriggio, dopo aver pregato nel Getsemani, ai piedi del Monte degli Ulivi, un’altra basilica vuota di pellegrini: «Oggi, in questo pomeriggio di Domenica delle Palme, siamo qui senza la processione, senza le palme che sventolano per le strade. Non è una mancanza formale: è la guerra che ha sospeso il nostro cammino festoso, rendendo difficile persino la gioia semplice di seguire il nostro Re».
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Nel frattempo ci sono state le rassicurazioni del governo Netanyahu, la telefonata del presidente israeliano Isaac Herzog. Così le parole del patriarca latino di Gerusalemme servono ad abbassare la temperatura e mantenere aperto un canale di comunicazione, soprattutto per evitare «fraintendimenti» futuri.
Del resto il patriarca lo dice pure ai microfoni di Tv2000, l’emittente dei vescovi: «Non vogliamo forzare la mano ma usare questa situazione per vedere di chiarire meglio nei prossimi giorni cosa fare, nel rispetto della sicurezza di tutti ma anche del diritto alla preghiera». La Santa Sede non interrompe mai il dialogo, in fondo «pontefice» significa alla lettera «costruttore di ponti», anche nei momenti più difficili. E certo quello di ieri mattina lo è stato, forse il punto più basso nei rapporti tra la Chiesa cattolica e Israele da molto tempo a questa parte. Lo ha mostrato l’irritazione della nota diffusa dal patriarcato davanti a quel veto arrivato «per la prima volta da secoli» nella Città Santa, e proprio al mattino della Domenica delle Palme che apre la settimana di Pasqua, il momento dell’anno più importante per i cristiani, a causa di una «decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie».
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È evidente che dietro tutto questo ci sia la tensione crescente tra il governo Netanyahu e la Santa Sede per Gaza e la nuova guerra in Medio Oriente iniziata con l’attacco di Usa e Israele all’Iran e proseguita in Libano. Venti giorni fa padre Pierre Al-Rahi, 50 anni, parroco maronita di San Giorgio a Qlayaa, uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, è stato ucciso mentre soccorreva due abitanti rimasti feriti nella loro casa dal colpo di un carro armato israeliano che, appena entrato il sacerdote, ha sparato di nuovo contro l’abitazione. Nel Paese ci sono settecentomila sfollati, molti villaggi sono stati evacuati dall’esercito israeliano.
Preoccupa il linguaggio di odio, l’estremismo che tra i nazionalreligiosi in Israele come tra gli evangelici Usa che sostengono Trump tende a giustificare la guerra compulsando versetti biblici. «Dio non può essere arruolato dalle tenebre», ha detto Leone XIV. Anche Pierbattista Pizzaballa ne aveva parlato una decina di giorni fa, a proposito dei conflitti in Medio Oriente: «La manipolazione del nome di Dio per giustificare questa o qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo. Non ci sono nuove crociate e Dio non c’entra in tutto questo. Dio è tra coloro che stanno morendo, che stanno male, che soffrono».
La nota del mattino era un segnale dovuto, ma la Santa Sede e il patriarcato sanno che la «porta stretta» del dialogo, nonostante tutto, non è la soluzione migliore: è l’unica. «Oggi Gesù torna a piangere su Gerusalemme. Piange su questa città che rimane segno di speranza e di dolore, di grazia e di sofferenza. Piange su questa Terra Santa che ancora non sa riconoscere il dono della pace. Piange su tutte le vittime di una guerra che non accenna a finire, sulle famiglie divise, sulle speranze infrante. Ma il pianto di Gesù non è mai sterile: è un pianto che apre gli occhi, che interpella, che rivela», ha detto Pizzaballa al Getsemani. Una preghiera per la pace e una riflessione amara, perché «vivere la fede a Gerusalemme significa accettare di abitare questa contraddizione: il luogo della resurrezione è anche il luogo del Calvario, il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da tanto odio».
Il patriarca ha ricordato le parole su Gerusalemme riportate dal Vangelo secondo Luca: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace!». Celebrazioni e processioni continuano a essere precluse a tanti fedeli: «I nostri fratelli e sorelle di Terra Santa oggi non possono riempire le strade né unire la loro voce al corteo festoso. Ma la loro assenza non è vuota davanti al Signore… Anche quando la strada è sbarrata, lui abita il cuore di chi non ha smesso di seguirlo. Proprio in questo silenzio forzato, questa liturgia si fa più vera. Perché il grido “Osanna” non ha bisogno di rami per salire al cielo, e la fede non si piega quando le mancano i riti esteriori».
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30 marzo 2026 ( modifica il 30 marzo 2026 | 07:51)
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